Algor gettò un ultimo pezzo di legno nel grosso braciere ancora spento, prima di guardarsi attorno soddisfatto. La calda luce dell’ultimo tramonto del mese di marzo bagnava col suo rossore il largo tratto di verde prato che andava dagli alberi della macchia boscosa sotto Averoth all’alta e scoscesa scogliera, presentando ai suoi occhi uno spettacolo meraviglioso che auspicava una nottata serena e dal clima mite: l’ideale per la festa che aveva in mente. Nell’aria risuonava il dolce rumore delle onde, che avrebbe sicuramente accompagnato la musica che, sperava, qualcuno avrebbe suonato quella sera. Tutto era pronto attorno al falò: delle alte torce erano state piantate in ordine sparso sull’erba, dagli alberi pendevano alcune delle lanterne usate per l’Arcanum Praestigium che era riuscito in qualche maniera a prendere in prestito e il lungo e semplice tavolo che aveva rimediato per l’occasione stava giusto finendo di essere splendidamente imbandito da Venetia, che aveva provveduto a portare cibarie e leccornie sufficienti per un esercito. Sorridendo, si avvicinò con passo dondolante alla donna, gli occhi che brillavano allegri ed eccitati come quelli di un bambino. Le aveva chiesto giusto una mano per apparecchiare e, magari, di portare qualcosa da mangiare, e invece lei aveva lo stesso trasformato quella grezza asse di legno scadente su quattro gambe in un tavolo degno di un banchetto regale, impreziosendolo con semplici decorazioni di buon gusto e imbandendolo con ogni ben di Dio. – Accidenti, è meravigliosa! – commentò il ragazzo, entusiasta – Ma non c’era alcun bisogno che perdessi tempo ad abbellire la tavola, bastava una cosa semplice - La donna abbozzò un sorriso, continuando con gesti fluidi ma un po’ meccanici il suo lavoro. - Mi piace che le cose siano ben fatte – rispose semplicemente e con tono spiccio. Il ragazzo scorse ogni pietanza con occhi famelici. – Non vedo l’ora di assaggiare tutto. Però… non sarà un po’ troppa roba? In fondo, anche nella migliore delle mie aspettative, non verranno in molti: mi sembrate tutti così sfuggenti da queste parti… - Venetia smise di sistemare piatti e vivande per guardare Algor bene in viso: - Cos’è che hai chiesto ad Isling l’altro giorno? – domandò. - Quello che ho chiesto a te e a Nairya: spargere la voce e radunare un po’ di gente - - Allora temo che questa roba non basterà… - sospirò Venetia. Ricordava ancora la Festa di Yule e sapeva bene che, se si chiedeva ad Islington di radunare un po’ di gente, quello avrebbe portato un esercito.
Un giovane uomo dall'apparente età di ventiquattro anni fissava intanto con un sorriso il falò creato da Algor. L'individuo dai capelli argentati portò le mani diafane verso la camicia bianca che indossava per chiudere l'ultimo bottone rimastogli. Per un attimo lo sguardo del drago d'argento si posò sul mare, verso l'orizzonte dove poteva vedere la grande distesa d'acqua ingoiare il sole morente. Poi, come se si fosse risvegliato da quella rapida fase di torpore, iniziò ad incamminarsi verso il luogo della festa organizzata da Algor, dove intravedeva sia la sua figura che quella di Venetia. Nhar infilò le mani nelle tasche dei pantaloni neri che indossava, con noncuranza, come se il sentiero che stava intraprendendo non fosse stato scosceso e poco praticabile, continuando ad avanzare fino a portarsi davanti ai due che poco prima aveva scorto. - Buonasera Venetia, Algor - disse con tranquillità in direzione prima della donna e poi dell'uomo. Fissò con intensità le reazioni dei due presenti, notando in entrambi lo stupore di vederlo lì dopo quel lasso di tempo che, per quanto breve, era sembrato a tutti un' eternità. Un sorriso gentile si dipinse allora sulle sue labbra. In fondo, tra i due l’unica a conoscerlo era Venetia…
Nel frattempo, nel cafè una lucina era ancora accesa, e al suo interno un’ombra si muoveva indaffarata fra il bancone e il retrobottega. Delamere aveva chiesto a Venetia di poter rimanere ancora nel locale e questa, sebbene un po’ restia, aveva deciso di concederle un po’ di fiducia, anche se senza dubbio sarebbe preso tornata a controllare che cosa stesse combinando. La bambina lo sapeva, e per questo stava cercando di completare al più presto la sua opera, che doveva essere per tutti una sorpresa. Il piccolo forno acceso scaldava l’ambiente, profumato di fresche spezie e dell’odore caldo e gustoso dei biscotti che si stavano cuocendo. Su un vassoio, la piccola stava disponendo quattro piccole ciotole, contenenti cioccolato denso, crema di vaniglia, marmellata di fragole e caramello, e decorava la composizione con piccole roselline bianche sistemate attorno ai due manici laterali del contenitore. Si voltò a controllare il contenuto del forno, e decise che i biscotti erano pronti. Prese un guanto, lo infilò ed estrasse la pirofila coi biscotti al burro, seguiti da quelli alla panna. Era soddisfatta del risultato, e sorrideva. Sistemò i biscotti sul piatto, che completò con un piattino su cui erano poggiate piccole meringhe guarnite di frammenti di scorza di limone. Dopo aver sistemato il bancone e aver riposto in frigo ciò che era avanzato delle creme, si decise ad andare. Per quella sera speciale aveva scelto un corpetto bianco decorato da nastri azzurri, intonati alla gonna, lunga fino al ginocchio, e le solite scarpette di velluto blu, le sue preferite, ma doveva ancora cambiarsi. Andò nel suo stanzino, si svestì dell’abito crema e si osservò per un poco nello specchio, emozionata per la serata. Si infilò la gonna, e cominciò poi ad allacciare il corpetto, con la stessa cura con cui la nonna sapeva farlo. Si coprì infine con l’unica mantellina che possedeva, quella blu, troppo calda per la stagione. Ritornò nel locale, prese il vassoio e le chiavi del cafè e chiuse la porta alle sue spalle, assicurandosi di aver fatto tutto a dovere. Allegra e spensierata, cominciò a percorrere il boschetto di tigli dove viveva per raggiungere la spiaggia.
Nairya non era dell'umore più adatto per festeggiare, ma come al solito era stata costretta ad assicurare e obbligata, tra l'altro, ad essere l'addetta ai fuochi. Come se non bastassero un buon accendino e della semplice diavolina! Si dirigeva a passo lento verso la scogliera dove era stato deciso di tenere la festa, ma una volta imboccato il sentiero nel boschetto vide la sagoma di Delamere, che tutta felice e con l'espressione orgogliosa in volto, camminava portando con se un grosso vassoio dall'aria piuttosto pesante per lei. - Aspetta, ti do una mano - le disse avvicinandosi piano per non spaventarla, e nel mentre prenderle il vassoio delicatamente dalle mani. - Che cosa c'è qui sopra? - chiese con un sorriso. - E' una sorpresa, vedrai! - rispose la bimba sorridendo di rimando. Quella bambina aveva il potere di metterla di buon umore, in fondo non sarebbe stato male passare una serata a divertirsi... Si incamminarono insieme verso la scogliera e lì vi trovarono Venetia, intenta come al solito a rendere il tutto impeccabile e perfetto, e Algor che parlava con qualcuno che non si faceva vedere da un bel po’: Nhar. La ragazza posò il vassoio sul grande tavolo senza sbirciarne il contenuto, custodito gelosamente dalla piccola cameriera, e si avvicinò ai due ragazzi intenti a parlare. - Ciao Nhar! - disse sorridendo rivolta all’uomo. Poi si girò verso il ragazzo dalla chioma spettinata –Algor… - salutò, ma con decisamente meno entusiasmo. Quel giovane per lei rappresentava un interrogativo troppo grande a cui non riusciva a trovare ancora una risposta, e più cercava di scoprire qualcosa su di lui, più sembrava ritrovarsi al punto di partenza. Sembrava non esistesse al mondo niente di paragonabile ad Algor e ai suoi poteri... Mentre l’uomo rispondeva gentilmente al saluto della ragazza, Algor sembrò non notarla nemmeno, ancora del tutto concentrato sul nuovo arrivato, che era sicuro di non aver mai visto ma che lo aveva ugualmente chiamato per nome. – Ma… Ma sai già come mi chiamo? – domandò alla fine, stupito. L’uomo rispose con un sorriso e sul volto di Algor si dipinse un ghigno eccitato: - O sono già diventato famoso, oppure tu hai qualche dote particolare – - Riesco sempre a conoscere il nome degli immortali che calpestano le strade di Averoth, in un modo o nell’altro – rispose Nhar, tendendo una mano al giovane – Il mio nome è Nhar - Il ragazzo gli strinse calorosamente la mano: - Molto piacere, Nhar! E benvenuto! – disse, poi si voltò finalmente verso Nairya. – Finalmente sei arrivata! – esclamò, decisamente molto più allegro di quanto lo fosse lei – Dai, forza! Ho un sacco di torce da accendere, prima che arrivino altri ospiti! – Afferrò la ragazza per il polso, ma lei si liberò bruscamente dalla presa. - Ma dico! Mi hai scambiato per un accendino con le gambe? – sbottò Nairya, visibilmente irritata. - Certo che no!– si difese Algor – Ma ti assicuro che saresti un gran bell’accendino… - Nairya gli lanciò una terrificante occhiataccia fiammeggiante e lui si trovò a fare un passo indietro. – Stavo scherzando! Stavo scherzando! – esclamò, poi cambiò espressione e spalancò i suoi caldi occhi scuri in uno sguardo da cucciolo. – Avanti, ti prego, te lo chiedo per favore: dammi una mano. Ti prometto che farò il bravo tutta la sera e non farò altre battute idiote! – disse con voce supplicante. Lanciò uno sguardo a Venetia come in cerca di sostegno, ma la donna non sapeva se ridere o scuotere il capo di fronte alla scena. Nairya sbuffò e, senza aggiungere altro, si diresse verso la torcia più vicina e la mandò in fiamme soltanto sfiorandola con un dito. – Sapevo di poter contare su di te! – le disse dietro Algor. La guerriera non rispose e si limitò ad alzare gli occhi al cielo. Nel frattempo, la piccola Delamere si era silenziosamente avvicinata al tavolo, dove aveva poggiato il suo cestino e stava salutando Venetia. Algor non si era per niente accorto della sua presenza e, vedendola davanti a sé all’improvviso, restò di stucco: - E tu da dove spunti? – domandò sorpreso. Ma la piccola era troppo presa dai suoi pensieri per rispondere subito. “Immortali...” Venetia le aveva spiegato che i suoi clienti non erano esattamente... umani, ma questa era la prima volta che la bimba li sentiva parlare della loro natura, e la sorprese il loro tono assolutamente rilassato, più adatto ad una conversazione fra amici che... Si interruppe. In fondo che cos’erano loro, se non un gruppo di compagni d’avventure con tutto il diritto di divertirsi? Sorrise ad Algor, che qualche volta aveva intravisto nel locale, ma di cui ancora non conosceva il nome. – Io sono Delamere - Gli protese la mano, e fiera nel suo atteggiamento da adulta gli disse: - Lavoro al cafè di Venetia, lieta di conoscerti! - Quel ragazzo cordiale le piaceva molto. – Oh, molto lieto anch’io! - rispose lui divertito. Era curioso, veramente, di capire che ci facesse una bambina in mezzo a tante creature particolari, ma quando lei disse che lavorava per la scorbutica Venetia si ricordò di averla già intravista all’Immortal mentre era affaccendato ad organizzare la festa e si convinse che doveva possedere qualche cosa di speciale... – Allora, vieni con me a vedere Nairya che accende le torce? - chiese, chinato con le mani appoggiate alle ginocchia per mantenersi all’altezza della bimba. – Bisogna starle lontano però, perché è un po’ arrabbiata e in questi momenti c’è il pericolo che accenda anche noi… - Le fece l’occhiolino, ma osservando lo sguardo della bimba, distante, comprese che non lo stava più ascoltando. Il silenzio la destò dalle sue riflessioni, e la piccola sussurrò, lievemente scossa: - Se non mi porti vicino al mare, va bene… - Si liberò di qualche doloroso ricordo ed esclamò: - Anzi! Prima devo mostrarvi una sorpresa - Si voltò verso il vassoio, e lo scoprì del panno che vi aveva posta sopra. – Sbrigatevi finché sono caldi, ma non finiteli! Voglio che li possano assaggiare tutti! - Si scostò, e così i presenti poterono osservare il frutto del lavoro di qualche ora: degli splendidi ed invitanti biscottini e le creme in cui intingerli. Sorrise, osservando Algor. – Soprattutto tu! Sono convinta che tu sia un gran golosone, giusto? -
Intanto, nell'allegra scena che si prestava ad un qualunque spettatore avesse attraversato quella scogliera, una figura aleggiava con passi leggeri, percorrendone ogni metro. Alexander camminava oramai da qualche ora, solitario, e quei momenti di solitudine che si concedeva erano per lui fonte di grande rilassamento, e meditazione. La luce del grosso fuoco si parava oramai dinnanzi a lui, e si era così convinto di essere arrivato. - Bene... Ci sarà da divertirsi.- Sussurrò fra se e se, mentre con passo ora più veloce raggiungeva gli altri immortali, in quello spazio che più che un falò, per la presenza di tutte le torce e le decorazioni, sembrava una qualche zona di rituali di una non bene definita tribù hawaiana visitata da AleXander pochi secoli prima. Tutto quel caos lo divertiva, e lo inquietava anche. Nonostante il suo passo fosse veloce e repentino, continuava però a non produrre alcun rumore, così, presto, la figura nera di Xander, che per l'occasione era vestito di una leggera casacca nera di lino e dei pinocchietti molto estivi, si ritrovò dietro la figura di Algor. Quello si girò di scatto, inquietato dalla macabra presenza di AleXander alle sue spalle, e nel vedere il suo volto, così serio e tenebroso, ebbe un sussulto. - Ciao! - disse con allegria, quasi a voler rompere il ghiaccio, e la tensione che in un momento si era instaurata fa quei due - Piacere, io sono Algor. Non mi sembra di conoscerti, ti ha informato qualcuno del falò? Qualcuno di qui, intendo, ehm... - Algor si sarebbe aspettato un semplice ‘Salve’ dallo strano individuo che gli si parava davanti. Era totalmente vestito di nero, anche in una serata come quella, e gli comunicava una grossa inquietudine. Si ricredette subito dopo, quando Xander, esprimendosi in un elegante sorriso a 32 denti bianchissimi, gli porse la mano. - Ciao. Mi chiamo Xander e si, in effetti mi hanno invitato Nairya e Venetia, le conosci? Dovrebbero essere due organizzatrici di questa serata... - Algor si stupì di come la maschera di ghiaccio dell'uomo che si trovava di fronte a lui si fosse rotta così presto. Rimase a guardare la mano di Xander, alzata a mezz'aria, e gli parve scortese non porgergliela a sua volta, ma, ovviamente, non poteva. Poi si accorse di qualcosa di strano: il sorriso di Xander gli parve per un attimo un ghigno malefico, ed i suoi occhi, di un blu chiaro quella sera, credette di vederli diventare di un profondo viola, ma fu un attimo. Poi tutto parve diventare nero, ed in quell'abisso di tenebre, rimasero solo lui ed il suo interlocutore, ancora sorridente. La sua mano si mosse da sola, quasi sospinta da oscure forze e strinse con forza quella di Xander. Come fosse stato ipnotizzato, dalle sue labbra, senza che lui potesse fermarsi, due parole uscirono da sole. - Sono più di quel che vedi... - disse, senza alcuna emozione, come se qualcuno gli avesse fatto rivelare ciò che aveva visto, controllandogli la mente. Poi tutto ritornò normale, e la spiaggia riapparve attorno a loro. Era come se Xander non si fosse accorto di nulla, o forse facesse finta di niente, e così si convinse che tutto ciò che era appena successo fosse solo un allucinazione. - Stai bene? - disse Xander con nonchalance, allentando la presa sulla mano di Algor per stringergli una spalla - ...sai, Algor, credo che dovresti andare a mangiare qualcosa, ti vedo pallido... - Algor rimase a guardare il vuoto per qualche secondo. Nonostante facesse caldo quella sera, l'aria tutt'attorno raggelò in un attimo. Poi, come se l'inquietudine l'avesse di colpo abbandonato, corse verso la bambina che aveva portato i biscotti. - Sai, piccola, che i tuoi biscotti sono proprio squisiti? - sorrise. E così il mago si era allontanato, ed aveva scorto Nairya accedere le torce ad una ad una. Non la salutò, ma le si avvicinò e le sussurrò: - Torce? Oh, mia cara Nairya, possiamo anche rendere la serata più magica, se vogliamo - - E come intendi fare? - fu la risposta della ragazza, che si voltò verso di lui con aria fintamente presuntuosa. Non si erano visti di recente, eppure tutti e due sapevano di non aver bisogno di convenevoli. - Sta a guardare - affermò il mago. Xander si voltò, e pronunciò una strana formula, che risuonò per tutta la scogliera, fino al faro, quasi la voce di Xander fosse amplificata da altoparlanti invisibili. Subito tutti si voltarono verso il cielo: delle piccole luci, come tante stelle, si erano accese sopra le loro teste, rischiarando con un caldo tepore la buia sera che avvolgeva i presenti. Tra loro, a Nairya parve che perfino Venetia avesse abbozzato un sorriso. -Grazie.- aggiunse lei, sorridendo al suo mentore - ...un giorno dovresti insegnarmi un po' di magia. Sai, per le evenienze - Xander si voltò verso di lei, e senza dire niente si sedette sulla sabbia. Erano piuttosto distaccati dagli altri, così, quando anche Nairya si sedette, Xander iniziò a mostrarle come si facessero apparire delle piccole luci fatue.
Quando Xander e Nairya si furono messi in disparte, un rumore che avrebbe dovuto essere secco, ripetitivo, cominciò a riempire l’aria da lontano. Mentre il sole scendeva del tutto oltre la scogliera, coricandosi tra le acque luccicanti, il rumore si fece sempre più distinto e vicino: il passo lento e strascicato di un animale, scandito dagli zoccoli, era smorzato dal terreno morbido e tiepido; insieme a questo, degli altri passi, umani, si posavano sulla sabbia scricchiolante. In breve, alla luce del fuoco di cui Nairya si era occupata con anche troppa foga e a quelle dei piccoli prodigi di Xander, fece la sua apparizione una figura bizzarra ma già familiare ad alcuni dei presenti. La persona, di un altezza nella media ma tremendamente appariscente per i colori, era completamente coperta da abiti sgargianti: una camicia di un caldo color arancio, decisamente troppo larga e cadente, mascherava la corporatura, che s’indovinava esile ma manteneva l’apparire di una creatura androgina; i pantaloni, con i motivi colorati dal blu al verde che s’intrecciavano in linee curve e anch’essi decisamente larghi, terminavano in stivali neri all’altezza del ginocchio. Al bagliore tremolante delle torce, colpì però il pallore del mento e delle labbra, su cui la luce disegnava trame sempre nuove, poiché erano le uniche parti visibili del volto. La figura portava infatti una semplice maschera viola, attraverso la quale due occhi blu guizzavano sui presenti. La lunga treccia castana, che come sempre appariva d’un bizzarro verde per i riflessi, frustò i fianchi di Giullare mentre questi avanzava fino a fermarsi vicino al gruppo. Dietro i suoi passi, un cavallo bianco da tiro, tarchiato e chino, portava in groppa una grossa arpa, legata ad un fianco; sull’altro lato della sella, diversi flauti pendevano dondolando vicino a un sitar di legno rossiccio. L’animale non portava briglie né morso, ma seguiva docile Giullare, e si fermò quando i suoi passi si arrestarono vicino ad Algor, ancora intento ad ammirare le delizie di Delamere. - Di certo qualcuno ha pensato che la musica fosse necessaria - La voce cristallina attirò l’attenzione del ragazzo; questi si voltò e, dopo che ebbe scrutato con occhio curioso la maschera viola, si trovò a passare in rassegna gli strumenti musicali con un sorriso. Giullare si guardò intorno e anche le sue labbra s’incresparono. - Fondamentale, in una festa, ritengo - Il volto mascherato si voltò in direzione di Delamere, e gli occhi d’oceano passarono dai biscotti al viso della ragazzina; Giullare ammiccò allargando il sorriso. Lo sguardo saettò poi verso Venetia, che salutò chinando il capo, come un servo in vista del padrone. E si soffermò su Nhar. Solo dopo qualche attimo, la figura mascherata tornò su Algor, afferrò la criniera bionda del cavallo con una mano, come per non lasciarlo scappare, e si profuse in un profondo inchino.
- E’ arrivata. -
Algor fissava gli strumenti con gli occhi che brillavano: - Grandioso! – esclamò estasiato. – Chiunque tu sia, giuro che farò erigere un monumento in tuo onore! - si bloccò e roteò gli occhi in un gesto imbarazzato - …quando avrò abbastanza soldi – concluse. Si riscosse e tese la mano al nuovo arrivato, esibendosi anche lui in un piccolo inchino: - In ogni caso, grazie infinite, e ben arrivato! Io sono Algor – - Ed io un Giullare che allieterà questa festa – rispose l’altro, guardando la mano del ragazzo con un mezzo sorriso, prima di stringerla per qualche istante con presa delicata. Delamere, nel frattempo, saltellava felice intorno al cavallo, entusiasmata dalla vista di tutti quegli stupendi strumenti musicali. - Se mi dai un secondo, piccola, ti faccio vedere meglio quell’arpa – disse il ragazzo, avvicinandosi baldanzoso all’animale. Si stirò per bene e guardò meglio il massiccio strumento: – Nhar, non è che potresti darmi una mano? – chiese, ammettendo con se stesso che non sarebbe mai riuscito a calarla a terra da solo. Nhar si mostrò subito disponibile ad aiutarlo, ma un attimo prima di poggiare l’arpa a terra, una vampata più forte di luce rossa illuminò il prato più forte del sole al tramonto. Delamere strillò di gioia davanti allo spettacolo del grande falò, finalmente acceso. - Oh no! – gridò Algor, voltandosi di scatto e lasciando tutto il peso dell’arpa a Nhar, che quasi non cadde a terra, riuscendo a sopportare il peso improvviso soltanto grazie alla sua natura non umana. – Mi sono perso lo spettacolo! – continuò deluso il ragazzo, scoccando uno sguardo triste a Nairya, che spegneva con un soffio le mani in fiamme. – Non potevi aspettare? Volevo guardarti andare a fuoco! – - Cos’è? Da accendino sono stata promossa a fenomeno da baraccone? – replicò acidamente la ragazza, scoccandogli uno sguardo irritato. Xander proruppe in una sonora risata. - Ma è sempre così acida? – bisbigliò Algor a Venetia. - Solo quando non beve il mio cioccolato caldo – rispose lei, ghignando. Il giovane sospirò: - Allora, spero che tu ne abbia dietro una buona scorta… - disse divertito.
Venetia era rimasta estasiata dal rogo che aveva incendiato la pira, ma non più di pochi secondi dopodiché si era rimessa subito al lavoro, smettendo anche di dare spago alle battute di Algor. Impeccabile come sempre, per la sera aveva scelto un corsetto di seta porpora che le lasciava scoperte le spalle per circondarle le braccia con due corte maniche a sbuffo. Questo terminava in un largo volant sotto cui iniziava la lunga gonna dello stesso tessuto e colore stretta alle cosce che andava ad allargarsi dalle ginocchia fino ai piedi. Benché ogni cosa fosse perfetta la donna non smetteva di sistemare un tovagliolo troppo lontano dal vassoio o un bicchiere troppo vicino alla pila di piatti a disposizione per servirsi da soli o ancora una bottiglia che era già stata aperta perché fosse più accessibile rispetto a quelle ancora chiuse. Non riusciva a stare ferma e quello era indice della sua ricerca ai limiti del maniacale della perfezione, ma anche una scusa per mascherare una punta di imbarazzo per trovarsi in un luogo così diverso dal suo locale. Era stato facile per lei inserirsi alla festa di Yule all'Immortal Theatre cafè, essendo la padrona di casa era nel suo ambiente e si muoveva con sicurezza, ma fuori del suo locale a volte si sentiva come una chiocciola senza guscio. D'altra parte non aveva potuto negare il suo aiuto ad Algor, non dopo che l'aveva seguita per tutto il giorno insistendo come un bambino viziato e terribilmente tenace. E non aveva saputo impedire che Islington diffondesse inviti a chiunque non appena gli era giunta all'orecchio la prospettiva di una festa. E non era riuscita a mentire ad ogni invitato che le chiedeva se fosse vera la voce di questa festa. Tuttavia ancora una volta aveva fatto buon viso a cattivo gioco ed aveva trasformato ciò che per chiunque altro sarebbe stata un'impresa titanica in una sfida da cogliere e vincere in modo ineccepibile. Finalmente sembrava vagamente soddisfatta di ciò che appariva sulla tavola. Era riuscita a trovare una sistemazione più che soddisfacente anche per l'imprevisto vassoio di biscotti di Delamere e ci era riuscita schivando i ripetuti attacchi alle leccornie da parte di Algor. Ora ammirava la sua opera con le mani appoggiate ai fianchi e un'espressione soddisfatta che tentava di mascherare con un'inesistente preoccupazione. - E' tutto magnifico - le sussurrò una voce all'orecchio. Nhar era scivolato dietro di lei e sorrideva divertito della sua mania di perfezione. Venetia si voltò per guardarlo negli occhi e gli sorrise a sua volta. - Dovevo pur tenermi occupata finché un gentiluomo si fosse deciso a rivolgermi la parola - disse ad alta voce per farsi udire da qualcuno che si trovava poco lontano. - EHI! - sbottò uno stizzito Algor che aveva perfettamente colto l'allusione alla carenza di gentiluomini nei paraggi. Venetia gli rivolse un sorriso e un'occhiata divertita facendogli capire le sue intenzioni affatto offensive. Anche Nhar sorrise ad Algor dopodiché circondò con un braccio la vita della donna per invitarla ad allontanarsi mentre Algor li teneva d'occhio per assicurarsi che non si scambiassero altre battutine su di lui. I due passeggiarono lentamente fino alla scogliera in completo silenzio. Quando giunsero fino al confine con il mare Venetia parlò. - Quando sei tornato ad Averoth? - gli chiese senza staccare gli occhi dallo spettacolo di piccoli bagliori provocato dal riflesso della luna sulle acque. - Pochi giorni fa - rispose lui mentre la imitava nella contemplazione. - E pensi di fermarti a lungo? - - In realtà non lo so. La cosa non dipende da me - Venetia si voltò per guardarlo in viso - Che significa non dipende da te? Sei qui con qualcuno? - - Non esattamente... in realtà c'è qualcuno, ma non è con me... E' complicato da spiegare - Venetia non fece altre domande. Una cosa che aveva imparato in secoli durante i quali aveva avuto a che fare con creature potenti ed immortali era che la cosa migliore da fare era sempre mantenere la discrezione. E così lasciò cadere l'argomento e pensò di raccontargli gli eventi più divertenti accaduti al cafè durante la sua assenza e mentre lei raccontava lui le chiedeva di questo o di quell'altro personaggio, di dove fosse e quando lo avesse visto per l'ultima volta, ma anche lui conosceva bene la regola d'oro della discrezione e così non approfondì mia argomenti che lei sembrava voler evitare. E continuarono così a discorrere per diverso tempo, in continuo equilibrio tra il desiderio di soddisfare la propria curiosità e la cautela nell'evitare domande troppo invadenti. Dopo un po’, il giovane uomo dagli occhi color del piombo lasciò per un attimo la stretta intorno alla vita della donna. Le si mise davanti e con un sospiro, portò il suo sguardo in quello di lei. - Venetia, non mi è mai piaciuto avere segreti con nessuno, e non voglio averne con te. C'è un motivo per il quale sono tornato. Conosci Shaylah, vero? Quella ragazza metà demone e metà vampira? - Venetia annuì con il capo, invitandolo a proseguire. - Sono qui per lei. Conoscevo suo padre e ho promesso di proteggerla ad ogni costo, finché avrà bisogno di una guida. L'ho osservata, è riuscita a inserirsi bene qui, grazie anche alla tua gentilezza, ma ha una vita eterna davanti; e ci sono passati che non si scordano mai - Il drago fece una breve pausa, distogliendo per un attimo lo sguardo dalla donna, portandolo verso il mare. - E' una situazione molto delicata, lei non mi conosce ed io probabilmente sarò per lei solo un enorme peso. Le ricorderò il suo passato e dovrò anche comunicarle il perché di quanto è accaduto, il perché della sua vita eterna e di tante altre cose. Non so come reagirà, ed è per questo,Venetia, che ti chiedo di mantenere questo segreto, finché non sarò io stesso a raccontarle la verità. Potrebbe passare molto tempo da qui a quel momento, ma la pazienza è necessaria a far sì che i tempi diventino maturi… Non so se sarà presente questa sera, ma se ci sarà, ti pregherei di presentarmi come un semplice amico, senza nessun accenno a ciò che sono - Posò nuovamente lo sguardo sulla donna, attendendo una sua risposta. Ella sembrò riflettere su quanto detto dall'immortale, valutando ogni possibile pro e contro dell'intera vicenda. - Terrò il segreto Nhar. Mi fido delle tue scelte e so che agirai per il meglio - Il drago sorrise, tornando a cingere la vita della donna. I due rimasero lì in silenzio, gli occhi verso il mare, senza bisogno di dire altro.
Delamere intinse un biscotto nella crema di vaniglia, e lo mordicchiò da un lato, mentre osservava le fiamme protendersi verso il cielo. Osservò tutte le creature che attorno ad esso festeggiavano, e rivolse loro lo sguardo che una bimba avrebbe dedicato alla sua famiglia... le amava, tutte, perché l’avevano fatta sentire meno sola. Il suo sguardo si posò infine sulla più importante, colei che a quel mondo l’aveva ammessa, la padrona dell’Immortal Theatre Cafè, che conversava con un uomo sul ciglio della scogliera. Fu in quel momento che i pensieri che per pochi attimi l’avevano rapita alla conversazione con Algor riaffiorarono, ricordi spaventosi del giorno non lontano in cui era precipitata fra le onde attratta da una forza che ancora non sapeva spiegarsi. Proprio lei, che tanto amava l’oceano, era costretta da quel momento ad averne paura, un terrore che quasi le mozzava il respiro, al ricordo degli attimi in cui l’aria le era mancata e si era lasciata scivolare lungo gli abissi verso una morte certa. Perché il mare aveva voluto ucciderla? Perché l’aveva chiamata a sé tramite quel canto, invisibile e sottile, che non avrebbe saputo descrivere? Gli immortali erano tutti voltati verso il falò, in quel momento, e non notarono la bambina che tornava verso la foresta e si sedeva con la schiena contro un tronco: fuggiva dal loro vociare, tentava di distogliere la sua attenzione dai pensieri che tanto la ferivano e cercava Emily e gli altri spiriti, la cui presenza diventava sempre più flebile... “No!” La sua volontà si ribellò contro ciò che stava per accadere, malgrado non sapesse che significasse. Un forte istinto le diceva di cercare qualcuno, qualcuno che avrebbe saputo come guarire quella ferita che improvvisamente tornava ad aprirsi... – Venetia! - Avrebbe voluto che il suo fosse un richiamo flebile, sereno, ma la sua voce risuonò incerta e supplichevole. La donna si voltò, vide nello sguardo della bambina il suo chiaro turbamento e non esitò ad allontanarsi da Nhar per avvicinarsi a lei. – Che succede? - Delamere osservava i suoi stivaletti scarlatti percorrere la scogliera e ad ogni suo passo verso di lei avvertiva un pensiero, un sospiro in più dei suoi spiriti. Da sottili cortine di nebbia tornarono ad essere reali, e a raggiungere la bimba con le loro carezze, e quando la donna fu davanti a lei loro erano alle sue spalle, a proteggerla. Sapeva che non avrebbe potuto capire, ma le sussurrò: - Grazie… - La osservò per un poco, le labbra disegnate in un lieve sorriso, e le chiese: - Ti prego, mi accompagni vicino al mare? Sento di averne bisogno… - Venetia non capì cosa volesse dire, ma non fece domande. Tese la mano alla bambina che la afferrò con delicatezza, ma anche con tutte le intenzioni di non lasciarla mai. Le due si avviarono verso il bagnasciuga e Venetia sentiva che più si avvicinavano più la stretta di Delamere sulla sua mano si faceva più forte. La donna non la guardava mentre camminavano, ma le sembrava quasi di sentire il respiro pesante della bambina mentre ogni passo la avvicinava a ciò che rappresentava la sua paura. Naturalmente la donna ricordava perfettamente per quale motivo la piccola temesse il mare. Ricordava perfettamente il giorno in cui Eigon e Koireos erano comparsi nel suo locale stringendo quel fagotto fradicio e infreddolito tra le braccia. L'aveva presa, scaldata, sfamata e non aveva fatto domande, eppure alcune risposte erano venute da sé, spontaneamente. E ora sentiva che altre risposte avevano bisogno di uscire e lei sarebbe stata lì per accoglierle.
Quella mano, quella stretta, la stavano proteggendo da qualcosa che la bimba non conosceva. Sentiva nascere in sé una sensazione che macchiava di nero la sua vuota bianca paura, qualcosa che la contrastava ma pareva fosse altrettanto temibile. < C’è un solo modo per combattere il terrore, bimba mia: l’odio. Non lasciare mai che le tue paure ti abbandonino, ti prego > Emily diede voce a quella raccomandazione che solo una volta, pochi giorni prima della sua morte, la nonna le aveva regalato, di cui la bambina nemmeno si ricordava, e lasciò che anche Venetia la sentisse. La donna si voltò verso la piccola, per tentare di capirne il significato, e questa in tutta risposta le chiese: - Come posso non odiare il mare? Mi ha quasi ucciso! - Erano scese dalla scogliera ed erano giunte ormai al confine fra mare e terra, ma la bambina non pareva più sfuggire alla vista delle onde: anzi, le osservava, estasiata come ogni volta, ma questa volta cullata da una sensazione nuova, dolce, calda, a lei estranea ma di cui era ormai quasi completamente schiava. Si slacciò dalla stretta della locandiera e si chinò a raccogliere un po’ d’acqua nel palmo, sotto lo sguardo confuso di Venetia, di cui si era praticamente scordata. Osservò quell’insignificante frammento d’oceano come la regina delle favole fece del suo specchio delle brame: dipinto sul viso lo stesso strano sorriso, tanto più che si trovava su quelle labbra sottili di bambina. – Delamere! - La voce di Emily si sovrappose a quella della donna che era stata spinta proprio dallo spirito a richiamare la sua attenzione, e la bambina si voltò verso di loro, mentre l’ombra nei suoi occhi scivolava nelle gocce che colavano dalla mano. – Scusa, io… - Sussurrò, e la locandiera comprese che era stata testimone di qualcosa di simile a ciò che era successo sulla scogliera, che conosceva grazie al racconto di Eigon. Quasi senza volerlo, aprì un poco le braccia, un invito impercettibile persino a sé stessa che la bambina accolse però senza nessun indugio. Le si strinse al petto, scuotendo la testa, e domandò: - E’ questo l’odio? - Venetia strinse dolcemente a sé il piccolo corpo della bimba che in lei cercava sostegno e protezione, ciò che lei aveva promesso ai loro spiriti di darle. Era giunto il momento di mantenere quella promessa. La donna non sapeva cosa avrebbe potuto risponderle. Anche lei aveva conosciuto la paura e l'odio, ma non era stata capace di affrontarli e così li aveva sepolti dentro di lei, in un angolo nascosto del suo animo, dove seppelliva tutto ciò che non era in grado di affrontare. Ma Delamere era diversa, la sua purezza d'animo, la sua gioia di vivere, la sua forza non le avrebbero permesso di dimenticare e far finta di niente. Sapeva che quelle emozioni l'avrebbero perseguitata per sempre se non le avesse affrontate e spettava a lei aiutarla a combatterle e sconfiggerle. - Delamere - la donna pronunciò il suo nome con infinita dolcezza mentre la scostava leggermente per guardarla in viso - non devi avere paura del mare. Lo hai detto tu stessa che sei parte di esso - - Lo so e continuo a pensarlo, ma... - la bimba si voltò verso l'origine delle sue emozioni così forti e contrastanti, poi tornò a guardare Venetia - hai visto anche tu cosa mi ha fatto - adesso la piccola guardava a terra incapace di sostenere il peso delle sue paure e lo sguardo della donna. Le due si fronteggiavano e i loro occhi erano alla stessa altezza poiché Venetia era inginocchiata sulla soffice sabbia mentre Delamere stava in piedi davanti a lei dando le spalle al mare. La donna prese le mani della piccola tra le sue e le parlò con voce dolce, ma ferma. - Credo di capire come ti senti. A volte è ciò che amiamo più di ogni altra cosa al mondo che ci ferisce a morte. Riponiamo tutta la nostra fede in qualcuno o qualcosa certi che non ci farebbe mai del male, e invece... - tacque per un attimo e abbassò lo sguardo. Delamere temette che stesse ripensando a qualche cosa che le fosse accaduto tempo fa, qualcosa che l'avesse segnata nel profondo e si sentì in colpa per aver causato in lei ricordi dolorosi, ma quando la donna tornò a guardarla il suo volto era sereno e le parole le uscirono fluide come se fossero la cosa più naturale da dire - ma tu devi essere più forte del male che ti viene fatto. Non permettere mai che la paura ti blocchi, che l'odio ti accechi o che il dolore ti pieghi. Rabbia, rancore, sofferenza sono emozioni che vivono in te come vivono in chiunque altro, ma solo puoi scegliere se nutrirle e farle crescere o se lasciare che rimangano germogli. Le emozioni, anche le più dolorose, fanno parte di te e meritano di essere vissute, tutte quante, ma devi essere tu a scegliere quali fare tue e quali abbandonare la loro destino - Delamere la ascoltava in silenzio, mani nelle mani, occhi negli occhi. Venetia sentiva di non essere riuscita a spiegarsi come avrebbe voluto, temeva che la bambina non avrebbe capito le sue parole, forse era troppo piccola per capirle, non aveva ancora sperimentato abbastanza odio, rabbia e dolore e Venetia sapeva, per quanto lo odiasse, che solo l'esperienza poteva farle comprendere ciò che le stava dicendo. Eppure mentre guardava gli occhi luminosi di Delamere vide una luce in lei, una scintilla di saggezza che raramente si vede negli occhi dei bambini di quell'età. Le sue parole non erano cadute nell'aria come bolle di sapone destinate a morire. Delamere le aveva ascoltate, forse non era in grado di capirle del tutto, ma vedeva che erano rimaste in lei, come candide e soffici piume che rimangono intrappolate tra i capelli e lì restano in attesa di essere trovate nel momento in cui si riveleranno preziose.
Dopo interminabili secondi di sguardi silenziosi cullati nel silenzio, sul viso della bambina sbocciò un luminoso sorriso, il suo dono di ringraziamento per quella donna che ancora una volta era riuscita ad entrarle nell’anima con saggezza. Si voltò verso l’oceano, tenendo le mani in quelle della locandiera, e davanti a lui il suo sorriso si allargò ancor più, fiero. Le dita della sinistra scivolarono via dalla stretta di Venetia, ed ella per qualche attimo temette di star per perdere ancora una volta la bimba, ma la vide sollevare il braccio e accogliere nella sua una mano invisibile, quella di Emily probabilmente. Il Guardiano si avvicinò al gruppo, seguito dalla Bimba Gabbiano, e invitò con una piccola spinta il giovane spirito a liberarsi nel vento della sera. Questa aprì le braccia, decisa e felice, e una corrente leggera la portò con sé a sorvolare la spiaggia, e poi il mare. La bambina seguiva il suo volo con grande attenzione, preoccupata ma contagiata dalla sua stessa gioia, e fu quando vide le onde protendersi verso di lei, desiderose di unirsi ai suoi giochi, che comprese. - Il mio mare… - sussurrò, tanto lievemente che persino la donna che le stava accanto faticò a comprendere le sue parole. Alle sue spalle le luci del falò, le note della musica e le risate dei presenti alla festa riempivano la spiaggia, ma il cadenzato respiro dell’oceano le sembrava tanto vicino da confondere il suo sospiro con quello dell’immensa creatura che pareva essere. Qualche lacrima scivolò dalle ciglia sottili della piccola, ma non era tristezza, né gioia, né odio, verso quel fratello, padre ed amico che l’aveva chiamata a sé, uccidendola quasi, in quella mattina d’inverno. - Sono una tua creatura... non è per farmi male che mi hai voluto con te, ma solo per proteggermi dal dolore che il mondo umano non può fare a meno di darmi... - L’indice della mano percorse quel disegno di madreperla cobalto sulla pelle del viso, sotto l’occhio, una spirale leggera, spesso invisibile, che sapeva colorarsi e inspessirsi quando la piccola provava intense emozioni.. Delamere non sapeva che volesse dire, ma era grata all’oceano per quel dono che si era disegnato sulla sua pelle da quel giorno, perché era sicura che racchiudesse un segreto, grande. Se ne stava così, immobile davanti all’orizzonte invisibile della notte, circondata dagli amici più cari che avesse mai avuto, e improvvisamente cominciò a cantare sottovoce una melodia che conservava nel cuore da sempre, la ninnananna di Emily, dedicando all’oceano le sue lacrime di perdono. Finalmente aveva capito, e poteva perdonare le onde, finalmente poteva tornare a casa senza cogliere nel profumo salmastro il sapore dell’odio, del pianto. Fra i presenti, molti udirono il canto della bambina, così imperfetto, fra tante voci che da secoli percorrevano note con la maestria di un’arpa, ma così unico, incerto e per questo inimitabile da qualunque immortale. Chiunque non conoscesse la piccola Delamere in quell’istante comprese che era umana, ma allo stesso tempo molto speciale, e Venetia, la più vicina alle onde, ascoltò il mare assecondare la sua voce flebile e per un attimo sorrise al pensiero che quella tanto misteriosa bimba pareva cantare con la dolce melanconia di una sirena sottrattasi, per amore, al suo oceano.
Dopo che Nairya aveva acceso il falò, anche Xander si era allontanato dalla festa per dirigersi verso la risacca bagnata alle pendici della parete rocciosa. Schioccò le dita, ed i delicati stivaletti neri che indossava, scomparirono per lasciare spazio ad un paio di piedi ben curati che vennero subito raggiunti da una delicata e fresca onda. La sensazione fu piacevole. < HAi sentito? Ha detto che è più di ciò che appare... > Xardas era tornato a farsi sentire dopo varie ore. "Dove eri finito?! Contavo su di te per convincere quel tipo a vuotare il sacco! Non ho potuto leggergli la mente... e l'ipnosi a cui l'ho sottoposto non è bastata. E' molto resistente, impenetrabile!" < Fa niente, non è necessario conoscere tutti i particolari. Quello che ci ha detto Nairya sui suoi strani poteri e il tuo fallito tentativo di leggergli nella mente sembrano confermare i nostri sospetti... > "Ovvero, che Algor sia un emissario divino... ma possiamo esserne certi?" Una melodia, che nel frattempo si era espansa nell'aria, interruppe il dialogo fra le due entità che albergavano nel corpo di AleXander, quasi a voler infondere gioia e serenità nel cuore di tutte le creature magiche che si erano radunate in quella spiaggia; Xander, e di conseguenza Xardas, ne furono inebriati e piano si riavvicinarono alla radura sopra di loro…
Lontano da i festeggiamenti, seduto su una roccia della scogliera, la gamba sinistra piegata sul cui ginocchio poggiava il gomito del braccio sinistro mentre la gamba destra era penzoloni dal masso, un uomo aveva osservato fin dall’inizio gli invitati alla festa. Una in particolar modo. La sola che conoscesse. Era d'altra parte impossibile non notarla: un abito di seta porpora risaltava sul tenue oro della sabbia e contro il blu profondo del mare. L'aveva scrutata sorridendo mentre si affaccendava sul lungo tavolo delle pietanze e l'aveva poi seguita con lo sguardo mentre si appartava prima con uno strano tizio dai capelli d'argento e poi con la bambina. La stessa che aveva incontrato il giorno in cui inseguiva il lupo e che, ormai ne era certo, lo aveva coperto per garantirgli la fuga. "Ma tu guarda che fortuna. Due piccioni, o meglio due colombelle, con una sola fava" pensò tra sé mentre ricordava di avere ancora una sigaretta accesa tra l'indice e il medio della mano destra. Se la portò alle labbra e ne trasse un ultimo profondo respiro prima di schiacciare il mozzicone sotto il tacco dello stivale destro e lanciarlo poi verso l'interno, verso la foresta. Dopodiché un lungo sospiro con cui espirò una densa nube di fumo grigio chiaro. Per tutto il tempo da quando aveva notato gli strani movimenti alla spiaggia di persone affaccendate a trasportare tavoli, stoviglie e cibo era rimasto incerto se presentarsi alla festa o godersela dall'alto della sua posizione privilegiata. Tuttavia ora iniziava ad essere fortemente tentato di farsi avanti più per la prospettiva del cibo che della compagnia. - Peccato non avere un abito adatto per l'occasione - disse tra sé mentre si dava un'occhiata. La giornata era stata dura e infruttuosa e, come sempre quando non aveva niente da festeggiare, si era lasciato il paese alle spalle per starsene per conto suo e rimuginare sugli errori commessi e autocompatirsi, ma, a quanto pareva, quella sera era stata la festa a venire da lui. E non solo la festa. < Posso procurarti qualcosa di più elegante, se vuoi > una voce profonda e leggermente roca, ma indubbiamente femminile gli aveva sussurrato questo invito all'orecchio o direttamente nella sua testa. - Che ci fai qui? Ti avevo detto di starmi alla larga per un po' - chiese senza darsi la pena di voltarsi e tentare di cercare la fonte della voce. Sapeva che Niniel non aveva una forma corporea e quando questa gli appariva come la ragazza dai lunghi e fluenti capelli neri e gli occhi di petrolio quella che vedeva era solo un'immagine che l'entità sceglieva per rendergli più facile rivolgersi a lei. Niniel era come la nebbia: era ovunque e in nessun luogo allo stesso tempo. < Ho trovato la donna e volevo avvisarti, ma vedo che sei arrivato a lei prima che io trovassi te > - Sono qui per caso, non la stavo cercando - < Perché non vai a salutarla? > - Non mi interessa - sbottò secco volendo liquidare in fretta la cosa. In realtà l'idea di infilarsi nella festa era diventata quasi attraente prima che la banshee arrivasse a suggerirgliela. Ma Owen non poteva sopportare di fare qualcosa che gli veniva suggerito da lei, nemmeno se questa coincideva con i suoi propri desideri. Perciò rimase immobile ad osservare le varie creature che si muovevano gioiose sotto di lui. Tuttavia, quando uno strano figuro dai capelli neri, con un giochetto di magia, era riuscito a far brillare delle luci fatue simili a stelle nel cielo, la curiosità di Owen si era accesa e l’uomo aveva finito per dimenticare l'astio verso la creatura. "Come avrà fatto?" pensò tra sé tirandosi la corta barba aggiustata da poco "forse con un po' di fuoco e aria incandescente..." mentre rifletteva tentava di ripetere quel piccolo gioco con una piccola fiamma che accese davanti a sé tentando di comprimerla fino a farle assumere l'aspetto di una bolla di luce senza riuscirci del tutto. Mentre tentava di ripete lo stesso trucco avvertì la presenza di Niniel farsi sempre più flebile. - Aspetta - la chiamò poco prima che questa sparisse del tutto - ho cambiato idea. Portami là - Senza dire una sola parola la banshee lo avvolse con un manto di nebbia e lo fece sparire come poco prima si era dissolta la piccola nube di fumo di tabacco che aveva soffiato lui stesso. Lo fece riapparire a poca distanza dallo stesso personaggio che lo aveva tanto incuriosito il quale, ritrovandoselo di fronte come apparso dal nulla, sgranò gli occhi e rimase ammutolito. Owen si compiacque di quel breve momento di sconcerto nell'altro che durò il tempo che questi impiegò per squadrarlo da capo a piedi e rendersi conto che non si trattava di altro che un banale essere umano ( quando forse si sarebbe aspettato qualcos'altro ). Un essere umano che ora gli sorrideva con un sorriso di traverso. - Carino il giochetto di poco fa - disse con un entusiasmo che sapeva di sfida - me lo fai rivedere? -
Di colpo, una forte aura aveva colpito la percezione di Xander. Era come se un fuoco lo avesse inondato, ardendo la sua mente. Si voltò, e due occhi azzurri come il ghiaccio lo penetrarono violentemente: uno sguardo gelido lo fissava. Gli occhi appartenevano ad un uomo alto, dalla folta e lunga chioma bionda, e liscia. Sebbene la barbetta che portava avrebbe potuto sviare i più, il volto rilassato dello sconosciuto rivelava una pelle perfetta e setosa, e Xander, che era oramai talmente abile a distinguere i volti pensò subito che non potesse dimostrare più di vent'anni. < Si è teletrasportato > "Lo so." < Per questo l'aura è comparsa all'improvviso. L' ho sentita anche io... Io direi di tenerlo sott'occhio > "Lo faremo." replicò repentino Xander. Qualcosa in quel figuro aveva colpito. Era sicuramente più di ciò che sembrava. Il biondo individuo indossava una candida camicia larga e pendente, stretta solo da due cinture incrociate che, benché fossero munite di più asole per i foderi di varie spade, quella sera reggevano solo un pugnale. Al di sotto della camicia,dei semplici pantaloni ed un paio di stivali da spiaggia. Xardas emerse da Xander ed ebbe finalmente la possibilità di sgranchirsi dopo ore passato in passività, rintanato nei meandri del cuore di AleXander. E Xardas continuò a non parlare. Rimase in silenzio di fronte alla figura sconosciuta che, con una sfrontatezza che altri avrebbero definito inquietante, gli aveva rivolto la parola. Non lo conosceva, eppure qualcosa in quell' uomo gli diceva che non doveva finire lì. Gli occhi di Owen erano assurdamente agghiaccianti. Avrebbero potuto intimidire anche il più fiero dei guerrieri, o la più ferina delle bestie. Fu in quell' attimo di silenzio che Xardas lo squadrò per bene, giusto per cercare di notare qualche particolare in più, per cercare di carpire l'informazione giusta che gli avrebbe detto se fidarsi... o no. E poi, oramai vi era abituato. Tutti gli anni della sua immortalità li aveva dedicati tutti a rendere la sua esistenza utile al mondo, e per questo, si era sempre occupato di strane missioni per conto di potenti figuri e questo lo aveva portato a dover sviluppare una certa capacità deduttiva, una certa logica che gli permetteva di capire chi è buono e chi è cattivo. E quel biondo dagli occhi così profondi e incisivi?! Improvvisamente Xardas si sentì spiazzato. Erano almeno dieci secondi che, silenzioso, osservava quell'uomo, eppure non aveva colto alcun segno abbastanza chiaro per identificarne la natura. Solo un particolare Xardas lo aveva notato fin dall'inizio, e del resto era impossibile non notare una tal cosa per qualcuno come lui. Dopotutto Exus era oramai prossimo ad ascendere sulla terra, ed Averoth negli ultimi tempi si era popolata di un gran numero di immortali, tutti potenziali vittime. L'ombra fumosa che aleggiava sul suo interlocutore, però, gli fece comprendere che doveva andare a fondo a quella storia. Si ritrovò così a dover scegliere se non fidarsi o fidarsi del nuovo giunto, e, con grande rischio, scelse la fede. Anche se quell'uomo avrebbe benissimo potuto essere un emissario di Exus. Decise di non lasciarsi intimidire, di non cedere di fronte quello sguardo così intenso e piacevolmente straziante. Sorrise, e con uno sguardo altrettanto intenso, ma puntato verso il basso, prese la parola. - Mi dispiace, ma i trucchetti sono finiti... - e qui aveva fissato il suo interlocutore direttamente negli occhi, alzando lo sguardo di colpo. I suoi occhi cambiarono colore, e da azzurro ghiaccio divennero di un viola incantatore - ... piuttosto, tu e la tua amichetta Banshee potreste farne vedere qualcuno a me - Xardas si era reso conto di aver indovinato la natura dell'essere che accompagnava quell'uomo. Un ombra passò davanti agli occhi di Owen. Sia perchè il suo sorriso aveva stranamente fallito, sia perchè mai prima gli era capitato che qualcuno individuasse la natura di Niniel solamente percependo il suo potere. Per un attimo Xardas vide il viso del giovane incresparsi come se stesse mettendo il broncio, ma fu solo una frazione di secondo e il ragazzo biondo che aveva di fronte si riprese immediatamente. - Spiacente, ma la mia amichetta è appena stata congedata - ribatté sfoderando uno smagliante sorriso - e poi stasera non voglio averla tra i piedi - aggiunse poi tra i denti, voltandosi in direzione del falò, in modo che l'altro non sentisse. - E' un vero peccato, sono sempre felice di poter colloquiare con esponenti del Piccolo Popolo - Owen si voltò in direzione dell'individuo e gli fece scivolare addosso un'occhiata eloquente - Evidentemente non hai avuto a che fare con molti di loro - Xardas avrebbe voluto ribattere o, almeno, dare la propria versione, ma notò che l'attenzione del giovane era già stata catturata da altro e tentò di riprenderla avanzando di un passo verso di lui - Il mio nome è Xardas, frequento l'Immortal da diverso tempo, ma non ti ho mai visto là - - Perché non ci sono mai stato - disse il biondo afferrando distrattamente la mano del suo interlocutore - non so neanche cosa sia - Xardas lo guardò perplesso. Possibile che un essere che aveva a che fare con creature sovrannaturali e che si trovasse ad Averoth non avesse mai sentito nominare l'Immortal Theatre Cafè? - E' un cafè di qui - liquidò in fretta Xardas. Se lo sconosciuto non aveva mai sentito nominare il locale di Venetia era inutile spiegargli di cosa si trattasse, se mai ne avesse avuto bisogno lo avrebbe scoperto da solo sennò non sarebbe cambiato nulla per lui conoscerlo o meno - tu come hai saputo di questa festa - insistette ad informarsi Xardas. Ora quel giovane lo incuriosiva oltre che per il proprio desiderio personale di approfondire le sue conoscenze anche per cercare di capire come una persona estranea al loro piccolo gruppo di immortali potesse aver saputo di quel loro evento. - Sono capitato qui per caso - rispose laconico il giovane per cui era sempre più difficile guardare direttamente il suo interlocutore. Odiava doverlo ammettere, ma quell'individuo lo faceva sentire inspiegabilmente a disagio, cosa che gli accadeva raramente e solo con alcuni individui. Normalmente era lui quello che ostentava sicurezza e sfrontatezza soprattutto con quegli individui che tentavano di farlo sentire inferiore. In quel caso si divertiva a schiacciarli con la sua arroganza. Non che Xardas dimostrasse di essere altezzoso o supponente con Owen, tutt'altro. Ma il ragazzo percepiva la forte personalità dell'uomo anche se questi non faceva niente per sfruttarla contro di lui ed era soprattutto per questo motivo che Owen sentiva che l'uomo era diverso dalle solite teste d'uovo con cui aveva avuto a che fare. A quell'ultima risposta Xardas si rese conto che quel tizio era davvero capitato lì per caso e, probabilmente, era anche la prima volta che vedeva Averoth. Ma non si rassegnò all'idea che volesse liberarsi di lui - Vieni - disse facendo un ampio gesto del braccio con cui voleva invitare il giovane a seguirlo verso la festa - Ti presento agli invitati. Non sono ancora arrivati tutti, ma forse è meglio così, avrai modo di conoscerli un po' alla volta - Ma Owen non sembrava entusiasta all'idea di farsi coinvolgere troppo. Diede una rapida occhiata al gruppetto formatosi intorno al falò - non credo che saranno felici di avere tra di loro un imbucato - - No, non ti preoccupare, siamo tutti molto ospitali, credimi. Conosciamo bene il valore dell'accoglienza e non rifiuteremmo mai un ospite - Sebbene ancora incerto Owen si lasciò convincere e si avviò con il suo interlocutore verso la tavolata.
Algor si accorse immediatamente dei due uomini che si avvicinavano al grande braciere. Dopo che il falò era stato acceso, le parole che Venetia aveva rivolto a Nhar alludendo chiaramente a lui l'avevano distratto, così che aveva perso di vista il mago, Xander, l’uomo al quale aveva stretto la mano con la sinistra permettendogli di toccare la sua cicatrice, quasi spinto a farlo da una forte forza magnetica. Per tutto quel tempo, non aveva fatto altro che cercarlo con lo sguardo, sperando di scorgerlo e poterlo raggiungere e parlargli in privato. L’aveva visto: per lui, era vicina. Doveva spiegargli ogni cosa, doveva trovare un rimedio anche per lui; ormai sapeva che con loro, con quelle creature sovrannaturali, era possibile trovarne uno. Ma ora era in compagnia di un nuovo arrivato, e non poteva certo ignorarlo per portare l’altro immediatamente in un luogo appartato e parlare a quattr'occhi con lui. Avrebbe dovuto aspettare... In un secondo, cancellò ogni traccia di serietà dal suo viso e si esibì in un sorriso amichevole. - Salve! – disse, dirigendosi subito verso il nuovo arrivato – Benvenuto al falò! – lo salutò allegramente. – Sei un amico di Xander? Io sono Algor, piacere di conoscerti – Owen guardò il ragazzo un po’ sorpreso, aspettandosi tutto tranne che una presentazione così rapida e un saluto tanto espansivo. – A dire il vero, non sono amico di nessuno – disse con un mezzo sorriso provocatorio, certo che l’accoglienza si sarebbe subito raffreddata, una volta ammesso apertamente di essere una sorta d’imbucato. – Sono capitato qui per caso e mi sono incuriosito. Spero non sia un problema… - - Figurati! – esclamò invece Algor, con un largo sorriso gioviale accompagnato da un ampio gesto delle braccia – Nessun problema! Mica è una festa privata! – - Se lo dici tu… - rispose Owen, destabilizzato da quel benvenuto eccessivamente caloroso rivolto ad un imbucato. Il ragazzo lo guardò meglio. - Non mi pare di averti mai visto, qui in giro - osservò - Sei nuovo di queste parti? – - Sì, è la prima volta che vengo ad Averoth – ammise l’uomo, sperando che il ragazzo non fosse un ficcanaso pronto a lanciarsi in un terzo grado sulla sua vita privata. Ma Algor non aveva alcuna voglia d'importunarlo con domande seccanti. - Allora non devi conoscere proprio nessuno… - pensò a mezza voce. – Se vuoi, posso presentarti qualche invitato! – propose a voce più alta, e si voltò subito verso Nairya e Nhar, che adesso conversavano vicino alla sempre più alta fiamma del falò. - Ehi, non statevene così appartati! Venite qui, o comincerò a pensare che tra voi ci sia del tenero! - esclamò ridendo. - Il solito idiota... - sibilò Nairya, ma Nhar sorrise, divertito dallo scherzo, e si avvicinò ai tre uomini. La ragazza non poté fare altro se non seguirlo. - Ecco qua! - disse Algor con un tono di voce pratico e piuttosto spiccio: per lui, presentarsi a persone sconosciute in quel modo così amichevole era la cosa più naturale e semplice del mondo. - Lei è Nairya, una guerriera piuttosto facile da far infiammare... - - Sta attento che io non finisca con l'infiammare te, piuttosto! - ribatté lei, minacciosa. Algor la ignorò, continuando con le presentazioni. - E lui, invece, è Nhar, un... un... - Si bloccò, poi rivolse all'uomo uno sguardo confuso: - Cos'è che sei? - domandò. - Un drago - Come se nulla fosse, Algor si girò di nuovo verso Owen: - Un dra... - Sobbalzò, - UN COSA?! - e tornò allucinato a guardare Nhar - UN DRAGO?! MA STAI SCHERZANDO?! - - No - rispose semplicemente Nhar. Pallido in volto, Algor lo squadrò per bene: - Oh... - - Cosa c'è? Qualcosa non va? - - No, niente - rispose il ragazzo - Solo che... non mi aspettavo... così, senza squame... - Nhar gli rivolse un sorriso benevolo e gentile: - Come credi che noi draghi siamo riusciti a passare così tante volte inosservati? Siamo in grado di assumere forme umane - - Quindi, nel tuo aspetto reale, avresti davvero... - Algor inghiottì saliva, prima di andare avanti titubante - Ali, squame e... artigli? - Vedendo l'uomo annuire, gli occhi del giovane divennero luccicanti come quelli di un sognatore in un mondo di favole e sogni: - Forte... - sussurrò con un sorriso estasiato e, per un momento, Delamere non fu l'unica bambina presente sulla scogliera.
Cenere negli Occhi e Luce nell'Ombra dell'Anima...
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Il momento era allegro ma, nonostante il tentativo di Algor di introdurlo nella piccola compagnia, Owen non si sentiva per niente a proprio agio. Quel tizio era troppo rumoroso, troppo invadente per i suoi gusti. Perciò approfittò del momento di distrazione del ragazzo che si era accalorato per aver fatto la conoscenza di un drago per liberarsi del braccio che gli aveva passato sulle spalle per spingerlo verso i suoi amici. Lentamente, cercando di non dare nell'occhio, scivolò via dal gruppetto dirigendosi verso il buffet certo che lì avrebbe trovato materia ben più interessante. Mentre si avviava al banchetto cercava con lo sguardo due sagome contro l'oscurità della notte che contrastava con la luce del falò. Precisamente cercava la sagoma di una bambina e quella di una donna. Non riusciva a vederle e pensò che fossero scese in basso, verso l’acqua, dove lui non poteva scorgerle, e decise di lasciar perdere, per il momento. Soprattutto perché voleva parlare con la bambina da sola. Dimenticò per un attimo Venetia e si concentrò sul cibo esposto. Aveva già afferrato il primo tramezzino e se lo stava infilando in bocca quando una voce calda e tranquilla lo interruppe: - Non è carino sgattaiolare via da una conversazione - Owen si voltò lentamente e si trovò faccia a faccia con quella che lo strano tipo aveva definito "una guerriera piuttosto facile da far infiammare". - In realtà non ho assistito a nessuna conversazione, ma solo ad un interminabile monologo - Nairya sorrise tra sé dovendo ammettere che non aveva tutti i torti - Algor è così: non si fa troppi problemi - - Magari sarebbe ora che iniziasse a farsene - aggiunse lui quasi bisbigliando, ma assicurandosi che lei lo sentisse. Nairya gli si avvicinò e afferrò a sua volta un tramezzino mentre Owen faceva sparire il suo con un sol boccone - certo a vederlo la prima volta può apparire sciocco e superficiale, ma io credo che ci sia dell'altro in lui, qualcosa di più... - Benché le parole di Nairya fossero rivolte ad Owen sembrava che stesse parlando con se stessa, persa nei suoi pensieri - forse ha sofferto molto nel corso della sua esistenza e probabilmente vuole apparire diverso da com'è per proteggersi dagli altri... - Nairya si interruppe quando notò lo sguardo incuriosito di Owen e per un attimo temette di aver detto più di quanto fosse necessario. Lo capì quando Owen alzò le mani in segno di resa e con un mezzo sorriso disse - Ehi, mi dispiace se ho parlato male del tuo ragazzo, ma non sei tenuta a difenderlo, non con me, almeno. Non me ne importa nulla del tuo fidanzato - - Non è il mio fidanzato - rispose pronta Nairya. - Come vuoi - rispose lui la cui attenzione era stata nuovamente catturata dalle leccornie del banchetto. Nairya osservò per alcuni istanti quel tizio che trangugiava tramezzini e tartine come se fossero noccioline e per un attimo fu in dubbio se provare simpatia o disgusto per lui. - Caspita, dovevi avere un bel po' di fame - concluse infine, approcciando un ultimo tentativo di coinvolgerlo nella festa vera. - Già, dovrò fare i complimenti alla cuoca - Nairya stava per indicargli dove trovarla quando un dettaglio colse la sua attenzione - Come sai che si tratta di una cuoca? - Owen sbuffò "Ecco, ora iniziano le domande". - Suppongo che non mi crederesti se ti dicessi che ho tirato ad indovinare - suggerì lui con aria innocente. Nairya incrociò le braccia sul petto ed assunse l'espressione di chi non crede mai alle coincidenze. - D'accordo - disse infine con aria esasperata - Io e Venetia abbiamo avuto modo di conoscerci tempo fa... molto tempo fa - detto questo tornò al buffet sperando che la guerriera fosse soddisfatta di quanto sentito. Ma Nairya non aveva finito - Sei qui per lei? - - No, sta tranquilla, sono qui per puro caso e non voglio rovinare la festa a nessuno - - E cosa vuoi, allora? - chiese Nairya con aria di sfida. Aveva deciso che quel tipo non le piaceva e voleva assicurarsi che se stava tentando di combinare guai lì non ci sarebbe riuscito. - Io credo che questi non siano affari tuoi - rispose con tono calmo, ma con una strana luce negli occhi. Nairya non si scompose - voglio che tu sappia che questo è un paese pacifico, la gente viene qui per trovare serenità e non abbiamo bisogno di teste calde che vengano a portare rogne - Owen era ammirato per la forza e la determinazione che quella ragazza esprimeva pur emanando una nobile eleganza. Al contrario la reazione dell'uomo sorprese la guerriera che si aspettava un tentativo di polemica da parte sua. Owen si era messo sull'attenti come un soldato, aveva portato la mano ad un invisibile tesa e poi l'aveva staccata di scatto dalla fronte gridando un sonoro "Signorsì, signora" Per un attimo la piccola compagnia poco lontana arrestò le sue chiacchiere incuriosita dall'espressione del nuovo arrivato e qualcuno tra di loro se ne uscì con un - Certo che Nairya riesce a mettere tutti in riga, eh?! - Sentendo quella frase Owen non poté trattenere un sorrisetto malizioso, mentre la ragazza non mosse un muscolo. - Bene - disse infine - vedo che hai capito cosa intendevo - dopodiché la guerriera lasciò Owen per tornare al gruppetto affatto preoccupata che il nuovo ospite potesse sentirsi escluso. Da parte sua Owen rimuginò su quanto appena accaduto. "Possibile che quando la gente mi vede pensa subito che voglia fare casino?! Non l'avrò mica scritto in fronte?!". Decise di tornare a dedicarsi alla sua occupazione precedente la conversazione a riprese a saccheggiare il buffet. Nel frattempo, Nairya era già tornata da Algor, Nhar e Xander, ai quali si erano aggiunti due elfi che conosceva di vista e con i quali i tre sembravano già aver fatto conoscenza. - Ah, rieccoti! - esclamò Algor, festante - Sei andata a spaventare il nostro nuovo amico? - "Sì, amico" pensò sarcastica la ragazza "Sapessi cosa ha detto di te..." Il suo sguardo si perse per un breve istante, ricordando le parole che aveva detto al nuovo arrivato in difesa del giovane mentre guardava quel volto allegro che gli sorrideva sereno. Chissà se aveva davvero ragione... Chissà quante ne aveva passate... - Gli ho solo fatto capire che non vogliamo troppi guai - rispose alla fine in tono spiccio, con una scrollata di spalle. Algor gettò allora uno sguardo al buffet, dove l'uomo stava ancora mangiando. - Mi sono dimenticato di chiedergli il nome - osservò. Fu Xander a rispondergli, rivelando l'identità dell'uomo anche agli altri presenti: - Si chiama Owen - disse. - Owen... - Algor continuò a scrutare Owen con un pizzico di disappunto, chiedendosi cosa ci facesse ‘casualmente’ in un posto come Averoth, dove il caso sembrava essere qualcosa di più unico che raro. Sospettoso, guardò l’uomo staccarsi di colpo dal buffet per dirigersi a passi svelti verso il limitare dello strapiombo, quasi avesse improvvisamente deciso che stare lì fermo non facesse per lui, ma prima che potesse vedere Owen sparire chi sa dove una serie di grida attirarono la sua attenzione e un folto gruppo di sagome emerse fragorosamente dagli alberi intorno alla radura. Una di loro, quella di un ragazzo con i capelli di un arancione intenso e con gli occhi che sembravano di un inumano color rosso, alzò un braccio, sventolandolo: - EHILA' ALGOR! - gridò, sovrastando gli allegri sghignazzi dei suoi compagni - L'ABBIAMO PORTATA! - Nairya inarcò un sopracciglio: - Quelli non sono i demoni amici di Isling? - chiese atona ma rigida. Sapeva che erano demoni tranquilli che appartenevano all'ultima bolgia e che non c'era nulla di cui preoccuparsi, ma a volte tendevano a diventare troppo esuberanti durante le feste. - Sì, sono loro - rispose Algor, e un largo ghigno gli increspava la faccia in maniera furbetta. - Volete scusarmi un secondo? - disse in fretta, e si lanciò praticamente verso il rumoroso gruppo, che sembrava accalcarsi intorno a qualcosa. Con un salto, gettò un braccio sulle spalle del demone dai capelli arancioni, che lo portò in mezzo agli altri quasi in trionfo. Nairya osservò colpita la scena. - Li ha conosciuti solo un paio di giorni fa e già lo trattano come uno di loro - commentò. Nhar le rivolse un sorriso. - E' un tipo molto espansivo - - Già - disse la ragazza e il suo pensiero corse di nuovo alle parole di Owen - Davvero troppo espansivo... - sussurrò. Intanto Algor salutava allegramente i suoi nuovi amici. - SIETE GRANDI! - esclamò, esultando. - Non siamo grandi - disse uno di loro, portando avanti una grande cassa - Siamo i migliori! - - Se fossimo i migliori, saremmo nella Prima bolgia a fare casino - osservò un altro. - Meglio nell'ultima bolgia che in nessuna! - esclamò di nuovo l'altro in una mezza risata - Almeno noi possiamo considerarci demoni a tutti gli effetti... - - Vuoi dire che c'è qualcuno che è messo peggio di noi?! - - Non fare finta di essere sorpreso, Leon: sapete tutti benissimo a chi mi riferisco... - - Intendi Alexis? - - Chi altri, se no? Almeno io posso vantare dei veri poteri, lui non ha nemmeno quelli! - Uno scroscio di risa accolse l'ultima affermazione, ma Algor era sempre più impaziente di mettere le sue mani sopra la cassa e spinse via tutti quanti, afferrandola. - Avanti, ragazzi, smettetela di comportarvi come un branco di pettegole e fate i bravi bambini! - disse. Tutti risero per la battuta, guardandolo avidamente togliere il coperchio dalla cassa. - Abbiamo fatto bene a portarla? - gli chiese il più vicino. - Decisamente! -rispose il ragazzo - Venetia ha portato solo analcolici - - Ce lo aspettavamo... - Il coperchio finalmente saltò via e Algor guardò con occhi bramosi le tintinnanti bottiglie che apparvero sotto di esso. - Quella è la chiara - disse uno di loro, ancora nascosto tra gli alberi - La scura l'ho tra le braccia io - Il ragazzo lì guardò uno ad uno. - Sono commosso, ragazzi - disse fingendosi sul punto di piangere - Ora si che è una vera festa! - Girò sui tacchi e prese ad avvicinarsi al buffet con la cassa tra le mani, circondato dai suoi nuovi amici. "Ma chi l'ha detto che i demoni sono tutti cattivi?" si chiese.
Intanto, nascoste dagli sguardi di tutti, Venetia e Delamere scrutavano silenziose la grande distesa del mare. Vedendo che la piccola si era tranquillizzata, la donna si alzò, tornando a sovrastare la bambina in tutta la sua statura, ma Delamere non se ne sentì affatto intimorita. Anzi fu proprio la piccola ad alzare gli occhi verso il volto della donna e sorriderle amorevolmente mentre la signora vestita in rosso le rispondeva con lo stessa espressione colma di affetto. Le due si tenevano ancora mano nella mano e Venetia attese che fosse la bambina a scegliere il momento per tornare verso il falò e la festa. La piccola osservava ancora il mare con aria vagamente malinconica, ma ora priva di quell'angoscia che fino a poco fa la terrorizzava. Quando infine Delamere si voltò verso la sommità della scogliera si rivolse a Venetia: - Hai già assaggiato i biscotti che ho preparato? - - No, non ancora - rispose la donna - ho visto che hai portato un bel vassoio, ma non ho ancora avuto modo di assaggiarli - - Allora devi venire e prenderne almeno uno prima che Algor li finisca tutti - Una flebile risatina a labbra serrate fu il segno che Venetia condivideva il timore di Delamere e le due si avviarono verso il banchetto. Proprio mentre le due stavano quasi per raggiungere il gruppo egli invitati una voce maschile fece arrestare entrambe. - Avete finito di spettegolare, madamigelle? - Venetia si voltò di subito verso l'origine della voce ed incrociò lo sguardo di un volto che le era noto più di quanto avesse voluto. - Owen, vorrei poter dire che è un piacere rivederti, ma non sono abbastanza ipocrita - L'uomo non si scompose, anzi, sfoggiò uno dei suoi smaglianti sorrisi e spostò il peso del corpo da un piede all'altro. - Io invece sono sempre felice di rivederti in perfetta salute... anno dopo anno... secolo dopo secolo - Il volto di Venetia si accigliò leggermente a quella battuta che voleva colpirla esattamente dove più avrebbe potuto ferirla. Ma era già avvezza ai modi di Owen e lasciò che quella triste battuta le scivolasse via di dosso. Inoltre non aveva la minima intenzione di dargli spago proprio davanti a Delamere, proprio ora che la piccola sembrava aver ripreso un po' di fiducia in se stessa. No, non poteva rovinare quel momento. Si voltò verso la piccola per suggerirle di avviarsi verso il banchetto, ma non poté non notare che la bambina fissava ostinatamente il terreno, quasi avesse paura di alzare gli occhi. Lo notò anche Owen e l'uomo le si avvicinò con una strana luce negli occhi. - Buonasera anche a voi, piccola damigella. Noi già ci siamo conosciuti anche se in una situazione non troppo piacevole - Venetia guardava Owen mentre parlava, ma poi si rivolse a Delamere - tu lo conosci? - ma Delamere non rispose, tenne gli occhi fissi a terra e strinse con più forza la mano di Venetia. Fu Owen a rispondere per lei - Sì, mia cara. Ci siamo conosciuti pochi giorni fa qui ad Averoth, precisamente nel piccolo parco ai margini della foresta - poi si chinò leggermente sulla bambina e con una voce che era più un sibilo continuò - sono sicuro che ti ricordi di me e ti ricordi della raccomandazione che ti feci allora - Vedendolo così vicino alla bambina e potendo udire il tono di minaccia con cui aveva pronunciato quella frase Venetia non riuscì a trattenersi: gli puntò una mano contro il petto e lo spinse via abbastanza forte da farlo vacillare leggermente all'indietro. - Sta lontano da lei, hai capito? - gli sibilò a sua volta - qualsiasi siano gli affari che ti portano qui ad Averoth lei non può averci niente a che fare perciò lasciala in pace - Lentamente l'espressione di Owen mutò da beata strafottenza a canzonatoria minaccia - Sei sempre così sicura di te, mia cara, ma non sai quanto ti sbagli questa volta - poi lasciò che il suo sguardo scivolasse sulla bambina che ancora non osava alzare gli occhi - sei così sicura della tua piccola amica che non posso che essere certo che lei non ti nasconderebbe mai nulla, non è così? - Venetia non osò parlare. Credeva ciecamente nella bontà d'animo di Delamere e avrebbe potuto giurare su di lei, ma non conosceva i fatti che si erano svolti tra di loro e non osava mettere bocca su quella questione. Vedendo che la situazione era giunta ad uno stallo Owen fece un mezzo sorriso come a voler lasciar cadere la questione - e va bene, vi lascerò il tempo per discutere della faccenda, dopotutto non voglio rovinare la festa a nessuno. Divertitevi, mie care - così dicendo volse loro le spalle - Quanto a me, vi troverò io quando avrò di nuovo bisogno di voi - poi si arrestò momentaneamente e si voltò a guardare Venetia - dopotutto so dove trovarti - Detto ciò Owen tornò verso il falò e verso il banchetto degli stuzzichini come se tutto ciò che era appena avvenuto tra di loro non lo riguardasse minimamente. Delamere e Venetia rimasero immobili, mano nella mano, a guardarlo allontanarsi da loro. Dopo qualche istante Venetia abbassò lo sguardo sulla piccola. Un piedino della bambina scavava sulla sabbia con nervosismo, e quel gesto tradì la sua ansia. Rivedere l’uomo minaccioso che la donna aveva chiamato Owen non le era piaciuto affatto, ma più di tutto le dispiaceva che egli avesse insinuato che lei avesse mentito a Venetia. – Io.. non ti ho nascosto nulla, davvero. Ma una notte è successa una cosa... che non ti ho detto. Semplicemente perché non la ritenevo importante. Mi credi, vero? - Il tono sommesso che chiedeva perdono della piccola fece sorridere la locandiera, che le poggiò una mano sulla testa, affettuosamente. –Stai tranquilla, certo che ti credo.- Bastarono quelle parole per tranquillizzare la bambina, che cominciò a raccontare. - Dunque, ero a casa mia nelle rovine del parco… - Si interruppe osservando la donna che aveva portato l'indice sulle labbra sorridenti. - Non è così importante, Delamere. Piuttosto… dunque tu vivi lì fuori? - puntò il dito in direzione di Averoth, più o meno sulla traiettoria del parco, aggrottando le sopracciglia. La bambina si rese conto solo in quel momento che Venetia ignorasse quale fosse il luogo che ospitava le sue notti, e, pentita di averle rivelato quel particolare, per cui avrebbe sicuramente cominciato a preoccuparsi, si limitò ad annuire in silenzio. - Piccola mia... - Venetia si abbassò per carezzare una gota della bambina. – Non fa freddo, lì fuori, di notte? - Non riusciva a distogliere il pensiero dall’immagine di quella bimba raggomitolata nel buio, stretta solo al suo stesso corpo, infagottata degli abiti consumati dal tempo… Delamere sorridendo scosse la testa. – Mi copro, e accendo un fuoco. Fa freddo solo d’inverno inoltrato, ma non corro rischi, io, con i miei spiriti… - Voleva assolutamente rassicurarla, anche perché temeva ulteriori domande. Si era sempre chiesta come facesse la locandiera ad accettare tanti misteri sul suo passato, e svelare il fatto che fosse, in fondo, una vagabonda non l’avrebbe aiutata a mantenerli celati. I suoi invisibili amici, però, non parevano d’accordo con il suo atteggiamento: la Bimba Gabbiano le si era accoccolata ai piedi, ricordandole la posizione che assumeva inutilmente per scaldarla nelle notti infinite alla luce delle stelle, Emily osservava, stupita, la sua difficoltà nell’aprirsi con la donna e le faceva capire il motivo dei suoi dubbi con sguardi severi, e il Guardiano scuoteva la testa, serio. Il sorriso amaro della donna aprì un varco nel cuore della bambina, aveva capito che mentiva, ma non voleva farle troppe domande a cui era chiaro non volesse rispondere: questo le diceva la sua affettuosa e triste espressione. - Venetia... - La sua voce morì in un sospiro. - ...Sì? - la aiutò l’amica. – Viaggio da molto tempo come una vagabonda. Sono stata in luoghi ben peggiori, letteralmente divorata dal gelo. Le rovine sono una buona sistemazione, tranquilla e confortevole a confronto. Non preoccuparti per me… quel posto è ormai la mia casa: ci sto bene! - Annuì, sicura. Era stata onesta: in quel luogo aveva davvero ritrovato qualcosa di simile ai ricordi del tempo lontano a casa con la nonna… ma forse era più grazie alle persone che aveva incontrato, che alle rovine del tempio in cui si era stabilita. Con un ultimo sorriso, la piccola condusse la donna di nuovo verso la festa, dove la musica e il vociare cominciavano a farsi sempre più vivaci.
Owen era appena tornato di fronte al banchetto, quando notò il folto gruppo di demoni che lì si era accalcato. Non che avesse intenzione di unirsi alla festa, ma non poteva non essere incuriosito dalle casse che portavano. Il contenuto bastò a fargli dimenticare il discorso appena tenuto con Venetia e l’altra ragazzina. Gli occhi quasi gli si riempirono di lacrime, quando uno strano tipo appoggiò una delle due pesanti scatole di legno sul banco dopo che alcuni dei suoi compagni avevano fatto spazio tra i piatti e le bevande. Il gruppo si era ammassato attorno alla vera attrattiva di quella festa, ridendo e dandosi continuamente pacche l'un con l'altro, e distribuirono una bottiglia a testa. Quando ognuno del gruppo ebbe la propria birra in mano iniziarono i primi brindisi, le prime scolature e i primi ruggiti di apprezzamento. Owen si teneva leggermente in disparte. Il gruppo era una massa compatta di giovani attraverso cui non c'era modo di trovare uno spiraglio. Fu quando l’uomo rinunciò ad arrivare ad ottenere una pur misera razione della bevanda dorata e voltò le spalle al buffet che sentì la risata festosa e già vagamente impastata dello stesso tipo che lo aveva trascinato verso il gruppo originario prima dell'arrivo di quella bolgia demoniaca. - Ehi, Owen, se cerchi l'aranciata, sono sicuro che ne troverai un po' vicino ai biscotti di Delamere - Owen si voltò di scatto per la sorpresa di sentirsi chiamare per nome, ma subito dopo, quando ebbe elaborato lo scherno vagamente celato, decise di tornare verso il gruppetto e con aria disinteressata disse - in realtà stavo cercando qualcosa da usare come spartiacque, per farmi strada tra quella massa di gente. Sembra quasi che nessuno di voi abbia mai visto la birra prima di oggi - La gran parte del gruppo di demoni era troppo occupata intorno alle casse per accorgersi di Owen e di ciò che aveva detto, ma un paio di demoni lì vicino udirono perfettamente e si avvicinarono ai due. - Ehi, Algor, chi è questa esplosione di simpatia? - chiese sarcastico il primo. - Un tuo amico?! - - L'ho conosciuto oggi - rispose ai due - ma temo che non sia destinato a durare da queste parti - poi si avvicinò ai due con aria confabulatoria, ma si assicurò che Owen sentisse perfettamente - Sembra che sia un giovinetto troppo delicato per avere a che fare con noi gentaglia - Normalmente Owen non avrebbe dato peso a delle sterili provocazioni, ma quel tipo riusciva ad urtargli i nervi come pochi prima erano riusciti. Non rispose alle insinuazioni di Algor, si avvicinò con aria tranquilla al punto in cui si poteva intuire si trovassero le casse, poi, con un gesto della mano provocò un piccolo terremoto sotto i piedi del gruppo. Niente di eclatante, fu una scossa lieve, ma fu quanto bastò per ottenere l'effetto sperato. Per un attimo il gruppetto si azzittì e guardò verso terra più per la sorpresa che per reale paura. Owen approfittò di quell'attimo di confusione per spintonare u paio di demoni e arrivare all'agognata meta. Afferrò una bottiglia, ne appoggiò la bocca al tacco dello stivale destro e fece saltare il tappo con un unico elegante gesto. I demoni che aveva intorno lo squadravano come se fosse un indesiderato intruso, abbastanza affascinati da quella piccola prodezza, ma non abbastanza ben disposti a perdonargli l'atteggiamento strafottente. Algor, invece, lo guardava con sguardo entusiasta come un bambino guarderebbe l'ultima trovata in fatto di attrazioni circensi. Owen sorseggiava la sua birra mentre passava tranquillamente tra il gruppo per tornare di fronte ad Algor. Si fermò di fronte a lui e gli disse con aria tranquilla, ma con uno sguardo divertito - grazie per la birra amico, niente male, non una delle migliori, ma immagino che non ci si possa spettare di meglio in questo buco dimenticato dagli dei - I demoni intorno a loro si guardarono con l'aria di chi ha tutte le intenzioni di dare una sistemata a un damerino che ha detto una parola di troppo, ma Algor si mise a ridere sonoramente. - Sei un tipo strano tu - gli disse quando ebbe finito di ridere. - Strano io?! - chiese Owen guardandolo con le sopracciglia sbilenche. - Che ti importa di com'è la birra?! La birra è birra - Owen lo guardò come se avesse bestemmiato - La birra è birra?! - ripeté disgustato. Algor lo guardava con aria angelica, mentre Owen era sul punto di scoppiare - sta a sentire signor "la birra è birra": io sono irlandese e in Irlanda la birra non è una roba che si beve e basta. E' un rito, una cultura, una storia... - avrebbe voluto continuare, ma capì presto, data l'espressione beffarda di Algor, che il giovane aveva solo scherzato e che si stava divertendo un mondo a seguire il suo monologo sulla birra. Quando infine si arrese e decise di lasciar cadere il discorso, Algor gli buttò di nuovo il braccio sulle spalle e con fare amichevole e ben poco aggraziato lo spinse verso il banchetto - andiamo, non te la prendere, mi dispiace se ho detto qualcosa che ti ha fatto arrabbiare, ma non te la devi prendere per così poco, siamo qua per far festa - Owen dovette ammettere con se stesso che aveva ragione, se l'era presa davvero per niente, ma non era tanto la definizione di birra il problema quanto quel tizio che aveva l'incredibile potere di risultargli sempre più odioso. Proprio lui che aveva fatto del "lascia correre" la sua filosofia di vita aveva trovato uno di quegli insopportabili individui sempre chiassosi ed invadenti eppure capaci di farsi ben volere da chiunque. Uno di quei rari individui che pur non avendo particolari meriti né doti riuscivano ad essere sempre al centro dell'attenzione. Si lasciò trascinare per alcuni passi verso il banchetto, dopodiché si liberò dal braccio per proseguire da solo borbottando un - cammino da solo - come scusa. Ora Owen era di nuovo, suo malgrado, in mezzo al gruppo di demoni che, però, avevano abbandonato ogni rancore nei suoi confronti, merito dell'aumentato livello dell'alcol nel loro sangue principalmente. Fu allora che dal gruppo arrivò una voce - visto che abbiamo un vero esperto tra di noi facciamogli vedere che sappiamo fare - tutti si voltarono verso di lui in attesa di cosa stesse per proporre ma la proposta venne da un'altra voce. - Sì, facciamo una bella sfida - un'altra voce si fece sentire. - Sfida a chi beve di più - - Prima di svenire - puntualizzò una quarta voce provocando uno scoppio di risate tra i demoni, Algor e, suo malgrado, anche Owen. Tutti si accalcarono a prendere la propria seconda bottiglia. Algor ne porse una ad Owen che la afferrò guardando l'altro con aria di sfida. - A chi beve di più - disse deciso Owen. - A chi beve di più - acconsentì Algor.
L’attenzione di tutti era adesso talmente focalizzata sul buffet che nessuno notò le due figure che adesso si avvicinavano lentamente al falò. Una era snella e femminile, l’altra aveva sembianze maschili, seppur aggraziate, ed era molto alta e atletica. La ragazza si guardava attorno con apprensione, alla ricerca di qualcuno, tenendosi però semi-nascosta dietro la prestante sagoma del giovane. – Non la vedo… - mormorò. - Il sole è sceso nemmeno un’ora fa – le rispose l’uomo con voce profonda ma melodiosa, con una vibrazione quasi femminea nascosta tra le sue note. - La festa è appena cominciata… Prima o poi arriverà - Un fremito scosse il corpo della fanciulla: - Sei proprio sicuro che venga? Insomma… Credo che sappia benissimo che sono stata invitata anch’io, e… - - Temi che non voglia davvero avere più niente a che fare con te? - Diane lo guardò sofferente negli occhi: - Non lo temo – sussurrò – ne sono assolutamente certa – Si portò al fianco del suo accompagnatore, senza riuscire più a guardarlo nel volto. – Arkan… - iniziò – … io la conosco, ricordo il suo carattere. Era gentile, sì, generosa, ironica, sapeva ascoltarti e poteva amarti con tutta se stessa… ma era terribilmente testarda, e orgogliosa, e non dimenticava mai un torto, mai! Quindi… - la sua voce era un soffio senza vita – Quindi ho buone ragioni per credere che manterrà a vita la sua parola. Inoltre, ho paura che la maggior parte delle sue buone qualità sia scomparsa… - L’angelo le poggiò una mano sulla spalla e, avvertendone il calore, l’esorcista si sentì venir meno; ma lui parve non accorgersene. – Io non ne sarei così sicuro – la tranquillizzò; la sua voce calda aveva sempre un effetto rassicurante sul cuore della giovane. – L’hai visto anche tu: ama, odia, soffre, è in lotta con se stessa… Si è opposta a Caligo! In quel corpo esiste ancora tua sorella, Diane, e se è davvero orgogliosa come dici, allora penso che non rimarrà chiusa in casa come se avesse paura di te… Verrà e darà sfoggio di tutta la sua freddezza – La ragazza riprese fiato: - Hai ragione – assentì – Non… Non vorrà fare la figura della codarda, ma m’ignorerà… Oppure, potrebbe attaccarmi! – Guardò spaventata Arkan, che strinse la presa, invitandola silenziosamente a smettere di tremare. - Ci sono io con te, non ti accadrà nulla – le disse con un sorriso – ma dubito che Nia ti attaccherà. Non c’è riuscita quel giorno, non ci riuscirà nemmeno oggi… e poi, ci sarà sicuramente Islington ad accompagnarla: quel ragazzo ha un influenza molto positiva su di lei - - Ci credo – sbottò Diane – è un angelo! – Arkan scoppiò a ridere: – In effetti è piuttosto logico! – - Direi di sì… - Finalmente, un timido sorriso affiorò sulle labbra della giovane, facendo tornare sul suo grazioso visetto la sua solita scintilla vivace, anche se quella sera sembrava in qualche modo oscurata dall’ombra oscura del pensiero di Nia. Osservò meglio il piccolo gruppo di persone radunato vicino al grande fuoco, e vi riconobbe subito una fluente chioma di un viola scurissimo. “Nairya!” si disse allegramente. Stava già per muoversi verso l’amica quando, con la coda dell’occhio, scorse poco lontano da lei il movimento silenzioso ed etereo di quello che sembrava un esile spettro vestito di nero. In quelle movenze sommesse ed aggraziate, lesse l’arrivo di qualcuno che, sette giorni prima, l’aveva cortesemente accolta in casa sua… - Eigon! – la chiamò, correndole subito incontro con entusiasmo, il cuore che improvvisamente traboccava di un'inspiegabile contentezza. – Sei venuta anche tu! Che bello vederti! - La fanciulla, sentendosi chiamare, frenò il suo incedere riconoscendo una voce a lei familiare. – Buonasera, Diane – disse con un gentile sorriso, la voce cortese che esprimeva il suo piacere nel rivedere la sua nuova conoscente – State bene? – proseguì guardando negli occhi la ragazza. - Abbastanza… - rispose rapida Diane, che non voleva spingere Eigon a chiedere di più sul suo stato d’animo. Non era in vena di parlarne, ma era quasi certa che Eigon fosse già venuta a conoscenza di come le cose erano finite, il giorno che aveva tentato di esorcizzare Nia; in fondo, era presente all’Immortal, quando lei, Nairya e Venetia si erano avviate verso il bosco. Infatti la donna era al corrente di ciò che era accaduto e ora guardava la giovane che le stava davanti con occhi diversi rispetto al giorno del loro primo incontro; aveva capito fin da quel momento che la sua apparizione non era casuale, e quando seppe dell’esorcismo tutto le fu più chiaro: un sentimento forse di comprensione si era fatto strada in lei, nonché una certa curiosità nei confronti della nuova arrivata. Tuttavia era sufficientemente discreta per comprendere lo stato d’animo dell’esorcista, benché tale discrezione potesse sulle prime sembrare distacco. – Ne sono contenta – disse, tagliando subito il discorso – Speravo tanto che vi trovaste bene, qui in paese – Diane sorrise colma di gratitudine comprendendo delicatezza dimostrata nei suoi confronti: - Infatti, così è stato – Sentì che qualcuno si avvicinava alle sue spalle e capì che doveva essere Arkan. – Oh, ma sono qui che parlo e non vi ho ancora presentati! – esclamò, arrossendo – Arkan, lei è Eigon. Eigon, ti presento Arkan, il mio maestro – Gli occhi di Eigon si posarono sul bellissimo angelo dai lunghi capelli castani e gli occhi d’argento comparso alle spalle di Diane, sorrise anche a lui tendendogli la mano. – Molto lieta – disse semplicemente. - Piacere mio, Eigon - rispose altrettanto cortesemente Arkan – Diane non fa altro che parlare di voi e della vostra cortesia, tanto che potrei quasi affermare di conoscervi già. Siete stata gentile ad ospitarla - - L’avrebbe fatto chiunque: nessuno lascerebbe mai una ragazza da sola dormire all’addiaccio senza un tetto sulla testa- la sua risposta fu di una tale naturalezza, così disarmante che non poté che suscitare nell’angelo un sorriso. Guardando i due che attaccavano discorso, Diane ebbe la sensazione che i convenevoli si sarebbero protratti piuttosto a lungo ed intervenne ad interrompere il prima possibile quel momento, così da poter finalmente raggiungere la sua amica guerriera, che nel frattempo si era allontanata dal gruppo di persone col quale l’aveva vista intrattenersi. – Guardate, Nairya è laggiù tutta sola – disse con voluta vivacità – Andiamole incontro! – Subito si trascinò dietro angelo e fanciulla, quasi costringendoli a seguirla, e nessuno dei due si oppose alla sua simpatica irruenza, limitandosi a sorridere. Quando Nairya vide avvicinarsi il piccolo gruppetto capitanato da una ragazza bruna in short e mantellina bianchi, riconobbe immediatamente l’esorcista, Arkan ed Eigon, che quella sera sembrava più pallida ed evanescente del solito. - Salve a tutti – disse, e il suo volto severo si fece più disteso. Eigon e Arkan risposero subito al saluto della guerriera, ma Diane, al contrario, si sentì improvvisamente a disagio e le rivolse soltanto un imbarazzato accenno di sorriso, senza riuscire a guardarla negli occhi. Nairya era presente alla confessione del suo peccato, e ora che era di nuovo davanti a lei si sentiva messa tremendamente in soggezione. Arkan capì subito lo stato d’animo della sua protetta e, con un’eloquente alzata di sopracciglio, lo comunicò subito alla guerriera, che con il suo intuito colse subito il messaggio. Fece finta di nulla e continuò a sorridere serena, cercando di mostrare a Diane niente che potesse scambiare per avversione o rimprovero. Anche se la giovane aveva commesso un atto terribile, lei era di certo una delle ultime persone che l’avrebbe giudicata. Tutti possono sbagliare… Tentando di trovare un argomento sul quale concentrarsi, notò che Eigon portava con se una custodia familiare. – Eigon, hai portato il tuo violino? – La fanciulla annuì, sollevando un po’ il suo strumento. – Ho pensato che sarebbe stato bello suonare qualcosa di speciale, come la notte di Yule – sorrise estraendo l’archetto dalla custodia. Nairya sorrise di rimando. - Non sei stata la sola a pensarlo – disse, indicando gli strumenti portati dal Giullare – Come vedi, laggiù c’è… - ma quando si voltò seguendo il suo gesto, vide che del bardo dagli abiti variopinti non c’era più nessuna traccia. “Dove sarà andato a finire?” si chiese. - Questi strumenti servono a ben poco, se non c’è nessuno a suonarli – osservò Arkan, avvicinandosi ad essi ed esaminando la grande arpa. - Sono qui che aspettano che qualcuno faccia nascere la musica che celano – rispose Eigon, raggiungendo l’angelo ed estraendo il suo violino. – Voi sapete suonare, Arkan? – Arkan emise un umile risolino: - Non molto bene, a dire la verità – rispose – ma posso dire di cavarmela piuttosto discretamente con il flauto – Subito adocchiò vicino all’arpa lo strumento da lui appena nominato e, con una gesto rapido ed elegante, lo afferrò e iniziò a rimirarlo da ogni lato. – Pensate che io possa unirmi al violino di madamigella Eigon suonando questo, oppure farei torto a qualcuno? – La donna mascherò con un sorriso quella che avrebbe voluto essere una risata e con un gesto fece spazio al flautista. - Credo che chi abbia portato con se tutti quegli strumenti non si aspettasse minimamente di essere il solo a suonarli, Arkan – disse Nairya prima di lanciare uno sguardo amichevole a Diane – Giusto, Diane? - La ragazza sussultò leggermente all’udire la voce dell’amica rivolgersi a lei e annuì senza riuscire a nascondere quanto la facesse sentire colpevole restarle accanto durante una festa. Quando aveva visto la guerriera in lontananza si era lasciata prendere dall’entusiasmo, ma adesso la scomoda realtà dei fatti si riaffacciava a farle sentire tutto il peso delle sue azioni. Non avrebbe dovuto avvicinarsi a Nairya, se non in privato e per chiederle scusa… “Ecco” pensava intanto l’altra, fissando sconfortata la ragazza “Scommetto che sono stata troppo fredda nel parlarle. Possibile che io non riesca ad essere più gentile, almeno nei suoi confronti? Meno male che ho lasciato Tachis a casa, o scommetto che adesso mi avrebbe già assillato con le sue stupide critiche!” Tirò un lungo sospiro, sforzandosi di smorzare il tono duro e severo che di norma assumeva la sua voce: - Diane…? - - Scusami – la interruppe Diane, senza darle il tempo di continuare. - Scusami per tutto il casino che ho combinato, e per quello che ti è successo – Nairya era ammutolita. – No, non ti devi scusare – La voce dell’esorcista arrivò di nuovo ad interromperla bruscamente, e stavolta era aspra e leggermente tremula. - Sì, invece! Sapevo benissimo di non essere pronta per esorcizzare Nia, ma ti ho trascinato lo stesso da lei. Ho fatto la più grossa scemenza della mia vita! Se penso a come poteva finire… - Le parole le morirono in gola, e Nairya non seppe cosa risponderle. Arkan ed Eigon percepivano perfettamente cosa stesse accadendo tra le due ragazze, ma mentre la fanciulla non se la sentiva d’immischiarsi nelle faccende private delle sue amiche, l’angelo sapeva perfettamente che per Diane, in quel momento, era meglio interrompere il discorso. – Ehi, Diane! – la chiamò come se nulla stesse accadendo – Ti va di rispolverare le tue vecchie lezioni di chitarra? – Le parole sortirono l’effetto sperato, distraendo Diane dal peso del silenzio piombato sulla sua conversazione con Nairya. – Te l'avrò detto mille volte: non suono la chitarra da quasi otto anni, non mi ricordo nulla! – rispose – Credo che andrò a cercare Algor e a salutarlo. A proposito, dov’è? – - Credo che tu possa trovarlo al buffet – rispose Nairya – ma non so se ti conviene andargli incon… - Senza aspettare che finisse di parlare, la brunetta liquidò la guerriera con un frettoloso ‘grazie’ e prese a camminare velocemente verso il buffet, dove una grossa calca sghignazzava e gridava in maniera eccessivamente vivace. Una specie di tripudio si alzò poi improvvisamente tra la massa di ragazzi, ed una voce risuonò più forte di tutte. – Non dirmi che sei già stufo di bere, Owen! –
Owen rivolse un mezzo sorriso al ragazzo che, con aria strafottente, si asciugava la bocca col dorso della mano, lanciando dietro di se la quarta bottiglia di birra scolata tutta d’un fiato. – Quel che ho bevuto finora non mi ha nemmeno rinfrescato la gola – disse, guardando Algor con aria di sfida. I demoni attorno a loro ridacchiarono, facendo risuonare dei divertiti ‘uh’ di falsa impressione. “Spiritucoli!” pensò, ignorando serenamente la loro provocazione; l'unico che lo interessava in quel momento era Algor, che con quel sorriso stampato in faccia sembrava essere sicuro di avere la vittoria in tasca. “Povero Owen, non sai cosa ti aspetta…” pensava il giovane, mentre prendeva in mano altre due bottiglie: lui diventava ubriaco soltanto quando nel suo sangue il tasso alcolico raggiungeva livelli da coma etilico perchè, contrariamente agli esseri umani, non poteva morire di overdose. Avrebbe vinto lui, ne era certo. – Allora, spero che questo ti disseti almeno un po’! – disse, lanciando all’uomo una bottiglia. Owen l’afferrò al volo senza scomporsi e senza nessuno sforzo. – Forza, ragazzi: ad ognuno la quinta bottiglia! – gridò Algor, mentre gli altri si accalcavano attorno alle due casse. – Al mio tre! Uno… Due… - - Scusate… Permesso! Accidenti! Mi fate passare? - Tutti si fermarono con le bottiglie a mezz’aria, mentre una ragazza dai corti e sbarazzini capelli neri si faceva largo tra i demoni, spintonandoli senza troppi problemi. – Cavolo, ma volere un po’ di spazio per passare è chiedere troppo? – esclamò Diane, sbucando davanti ad Algor ed Owen, che erano al centro del gruppo. - Ciao Algor! – - Oh, Diane, ciao! – rispose il giovane, dopo un attimo di sorpresa – Sei arrivata - - Sì, e ho pensato di venirti a salutare… - Si guardò intorno, e capì di essere completamente circondata da demoni che la osservavano incuriositi e interessati. Impallidì: “Oh mamma!” Si era gettata nella folla per allontanarsi da Nairya, ma ora rimpiangeva di non essere rimasta dov’era a crogiolarsi nei sensi di colpa. Buttò fuori un po’ d’aria e sorrise nervosa a trentadue denti. – Vedo che però sei impegnato e non voglio disturbarti! – vide la birra e di colpo le salì una gran sete – Prendo una bottiglia di birra e mi eclisso subito! – Un demone le si parò subito davanti, bloccandola. La mano dell’esorcista scattò immediatamente sul crocifisso e allora percepì la debole aura di coloro che aveva intorno, comprendendo che erano demoni praticamente innocui, della bolgia più debole. Si tranquillizzò all’istante. - Mi dispiace, carina, ma la birra ci serve – le disse il ragazzo – Siamo nel pieno di una gara e potrebbe non bastare per tutti - - Ma voglio solo una bottiglia! – protestò Diane. Qualcuno le mise una mano sulla spalla. – Dai, Ulf, cosa ti costa lasciarle una bottiglia? – disse un demone dai capelli biondo scuro e il viso allungato appena apparso dietro di lei - Magari resta anche a bere in nostra compagnia. Tu che ne dici, bellezza? – A Diane non erano mai piaciuti quel genere di approcci, ma stavolta qualcosa le fece drizzare la pelle; e non era la consapevolezza che quel ragazzo in realtà fosse un demone… Improvvisamente, non sopportava sentire tanti sguardi maschili su di lei, e la percezione di quel tocco sulla sua spalla la disgustava. Algor aveva capito che qualcosa non andava e tolse la mano del demone da Diane, che era come pietrificata. – Non credo che Diane voglia rimanere con noi. Le gare di bevuta non sono il posto più adatto ad una ragazzina… - La giovane si risvegliò di colpo. – Ragazzina a chi?! – domandò sdegnata. - Beh, a te – rispose Algor – E poi, siamo tutti maschi… - - Ancora esistono questi pregiudizi? Guarda che questo non è un ambiente riservato agli uomini! – replicò la ragazza in un eccesso di orgoglio femminile, pungolando il ragazzo con un dito mentre lo fissava minacciosa, la schiena inclinata in avanti a renderla simile a un toro in carica. – Ed io sono più che abituata alla birra! Sono irlandese, e in Irlanda la birra è un rito, una cultura, una storia! – Algor alzò un sopracciglio: “Queste parole le ho già sentite…” pensò, e intanto Owen osservava e ascoltava con interesse quella strana giovane vestita di bianco che, a quanto pareva, era una sua connazionale. - Io posso benissimo entrare in gara! – disse alla fine la ragazza, portandosi le mani sui fianchi e osservando per bene tutti i presenti. Algor la guardò perplesso. – Se proprio vuoi… - disse alla fine, immaginandosi già a trascinare via una Diane sbronza già alla prima bottiglia – Ma noi abbiamo già bevuto quattro bottiglie… - Senza aspettare oltre, Diane gli strappò di mano la bottiglia di birra chiara e la buttò giù in un colpo solo, senza mai staccare le labbra da essa. Una volta vuota, se la buttò alle spalle, prese quella del demone a lei più vicino e le riservò lo stesso trattamento. – Se mi date un attimo, recupero anche le altre due – disse, e tutti la guardarono allibiti. “E vediamo se questo non mi fa dimenticare per un po’ di essere un disastro” disse tra se e se.
Owen osservò con interesse la ragazzina che si scolava birre su birre come se fossero acqua fresca. In realtà la voracità con cui trangugiava il biondo liquido era perfino troppa, troppa per essere semplice sete o desiderio di rivalsa su un gruppo di maschi misogini. Sentiva i demoni attorno a lui ridere sguaiatamente e anche Algor osservava con divertita curiosità la ragazzina. Ma lui non si stava divertendo affatto. La giovane aveva appena afferrato la sua terza bottiglia che un demone aveva aperto per lei. Quando finì anche quella e la sentì gridare - Allora, dov'è la quarta? Devo mettermi in pari con voi maschioni! - Owen le allungò la sua. - Tieni - disse con calma - finisci la mia. Io mi ritiro - Un coro di disapprovazione fece eco alle sue parole. - Ma perchè? - - Che c'è, hai capito che non puoi vincere, eh? - - Ha capito che con noi non ha speranze - Owen non si dette pena per quelle accuse. In silenzio voltò le spalle alla piccola folla e si diresse verso la foresta, deciso a tornarsene alla locanda in cui alloggiava. Era già ai margini della foresta quando sentì dei passi che lo seguivano. - Ehi, che succede? – Era Algor, riconobbe la sua voce. - Sto bene - disse Owen senza voltarsi - sono solo stanco - - Perché te ne vai? Ci stavamo divertendo - Owen fu sorpreso di sentirsi rivolgere quella domanda proprio da lui. Non gli era minimamente passato per la testa che il ragazzo avrebbe potuto dispiacersi della sua rinuncia. Si fermò, si voltò verso Algor e poi guardò il banchetto dove la bolgia si era dimenticata in fretta di lui presa dal nuovo spettacolo offerto da Diane. - E' che non mi piace quel tipo di spettacolo - - A che ti riferisci? - si voltò verso il gruppo e vide Diane buttare giù anche la birra di Owen - Oh, capisco... - disse, rabbuiandosi - Vedi, ha appena passato un brutto momento. Lascia che si distragga un po' - Algor vide che Owen fissava ancora Diane e notò nel suo sguardo una nota amara di dispiacere e... compassione e capì che, nonostante le apparenze potessero suggerire il contrario, non era il tipo che approva quel genere di distrazione. Per un attimo Owen fu sul punto di voltarsi definitivamente, ma qualcosa attirò la sua attenzione. Una figura alta e maestosa accanto al banco degli stuzzichini che sceglieva con cura cosa assaggiare per prima cosa. Allora dimenticò ogni cosa e si avvicinò ad Algor con aria da cospiratore. - Senti lo conosci quel tipo? - - Chi? - chiese voltandosi verso il gruppo. - Il tizio alto vicino al banchetto - - Certo quello è Xardas - - Lo conosci? - - No... - Algor assunse una strana espressione - direi di no - Un cipiglio di delusione si dipinse sul bel volto dell'uomo. - Perché ti interessa? - Owen guardò il ragazzo con aria sorpresa come se fosse stato appena stato smascherato - non mi interessa, l'ho conosciuto poco fa e mi è sembrato strano - - A chi lo dici - disse Algor incrociando le braccia sul petto. In quel momento un urlo arrivò dal gruppo di demoni - Ehi, voi due, la vostra amica si sta finendo le birre e la vostra sfida va a farsi benedire - Algor guardò di nuovo Owen - Allora, che ne dici, torniamo? - Owen parve riflettere su quella possibilità poi guardò di nuovo verso il punto in cui Venetia si era ritirata con la bambina e pensò che se fosse riuscito a parlare con lei quella serata non sarebbe stata del tutto infruttuosa. Senza dire nulla raggiunse il gruppo insieme ad Algor, ma quando un demone gli porse una bottiglia la rifiutò con un gesto della mano - Per me basta così, mi è passata la sete - Nessuno commentò. D'altra parte Owen non era stato l'unico che aveva lasciato perdere le bottiglie per dedicarsi a chiacchierare con un compagno sfruttando quell'ultimo barlume di lucidità che ancora conservava. Alcuni demoni attaccarono bottone con lui e chiacchierarono del più e del meno.
Dalla sua postazione, Arkan non aveva perso di vista Diane un solo istante, sebbene sembrasse più interessato al flauto che stringeva per le mani che alla giovane in quel momento. Un piccolo varco si era aperto tra i demoni, permettendogli di seguire i movimenti dell’esorcista, e aveva già contato quattro bottiglie bevute d’un fiato. La quinta era appena stata stappata… “Qui finisce male” pensò turbato. Voleva che Diane si svagasse un poco, ma a tutto c’era un limite. Con un mezzo sospiro, rimise il flauto al suo posto e si rivolse brevemente ad Eigon. – Scusatemi – disse – ma temo che la musica dovrà aspettare, per me – Eigon annuì comprensiva e il serafino si diresse verso il tavolo imbandito con passo cadenzato. Passò accanto a Nairya… - Quante bottiglie regge Diane? – gli chiese la donna appena le fu vicino. - Tra poco crollerà – rispose lui, fermandosi il tempo necessario perché lei potesse sentire bene le sue risposte – Penso abbia già raggiunto il suo limite. Mi stupisco che non abbia già iniziato a… - La voce di Diane li interruppe: - MA LO SAI CON CHI STAI PARLANDO? GUARDA CHE IO SONO UN ESORCISTA E POSSO FARE TUTTO! – Nairya spalancò appena gli occhi. - … A dare spettacolo – concluse lugubre Arkan. Roteò gli occhi e sbuffò: - Ah, a volte mi sento un vero baby-sitter! Un maestro non dovrebbe andare in giro a raccattare i propri allievi quando sono sbronzi! - - Già – disse la guerriera con un sorriso – Quello è un ruolo che si addice meglio ad un amico – Arkan stava per rispondere, ma la voce di Diane si alzò di nuovo dal gruppo: - NON SONO UBRIACA! POSSO BERE ANCORA TUTTE LE BOTTIGLIE CHE VOLETE! E SE CERCATE DI IMPEDIRMELO LO DICO A MIA SORELLA, CHE VI AMMAZZA TUTTI! – L’angelo serrò i denti: - Stiamo peggiorando – pensò a voce alta – Sbrighiamoci – Insieme alla guerriera, si avvicinò al tavolo, dove adesso i demoni si erano stretti in un cerchio serrato per assistere meglio allo spettacolo. - Per me è già bella che andata… - diceva un demone. - Però bisogna ammettere che è una vera forza! Ci vuole coraggio per scolarsi tante birre così di seguito - rispondeva un altro. - Dici che se ci provo ho qualche speranza? – - Vuoi provarci con un’esorcista? Tu sei matto! Chi sa quanti trucchi conosce per stenderti… - - Però è ubriaca! – Una figura imponente apparve alle loro spalle. - E per questo la lascerai stare – disse una voce imperiosa. Arkan aveva raggiunto il gruppetto e guardava il demone dalle brutte intenzione dall’alto della sua notevole statura con occhi lampeggianti. Il demone avvertì immediatamente di non trovarsi di fronte ad un angelo qualsiasi e s’irrigidì, oltretutto, Nairya comparve al fianco del serafino e lo guardava con occhi altrettanto severi. - Non volevo certo farle del male… - disse immediatamente. - Lo sappiamo – rispose Nairya, guardandolo con freddezza - ma abbordare una ragazza che non è in se non rientra tra le intenzioni più meritevoli di questo mondo - - Beh, sono un demone, mica un santo! – - Anche questo è vero… - commentò Arkan con uno strano sorriso – Ora, gradiresti farci passare? – Subito un varco si aprì tra la folla e i due si trovarono davanti Diane, alle prese con gli ultimi partecipanti alla gara. Un ragazzo si gettò a sedere a terra tra le risa dei suoi compagni: - Basta, io mi ritiro! – esclamò, scoppiando a ridere anche lui. La ragazza si unì alle risa indicando l’avversario appena uscito dalla competizione; sembrava reggersi in piedi a malapena e le sue guance erano piuttosto arrossate. – NE HO SCONFITTO UN ALTRO! NE HO SCONFITTO UN ALTRO! HAI VISTO, ALGOR? SONO UNA RAGAZZA MA HO SCONFITTO UN SACCO DI DEMONI! – rise più forte, le sue gambe traballarono e la portarono senza che lei lo volesse verso il tavolo, dove appoggiò pesantemente i gomiti per non scivolare a terra. L’entusiasmo di Algor, intanto, stava svanendo proprio come quello di Owen, e tra una parola e l’altra rivolgeva occhiate sia alla ragazza che a Xander, ancora impegnato dall’altra parte del buffet. – Sì, ho visto Diane… - rispose, cercando di assecondarla - … ma perché adesso non ti siedi un attimo e non lasci tempo agli altri di recuperare un po’ di bottiglie? – - STAI SCHERZANDO? – gridò Diane, perforando i timpani del giovane, che strizzò gli occhi in una smorfia di dolore. – IO VOGLIO VINCERE! NON MI FACCIO BATTERE DAI DEMONI! VOGLIO UN’ALTRA BOTTIGLIA! - - Tu, per stasera, la finisci col bere – disse Arkan, avanzando verso di lei – Ti sei dimenticata che hai qualcosa da fare? – - Non mi va di parlare con Nia – biascicò la giovane con un tono da bambina capricciosa – voglio stare qui a divertirmi con i miei amici. Ma lo sai che sono demoni? – scoppiò a ridere e cadde sulle ginocchia – Ho degli amici demoni! Non è divertente? – - Solo finché appartengono alle prime bolge – le disse l’angelo, facendola rialzare – Per il resto, lo sai che restano la peggiore delle compagnie, specialmente per un esorcista – Diane scosse la testa con mollezza: - Non voglio fare l’esorcista, voglio fare il demone! Voglio delle grandi ali come quelle di Nia e voglio essere più alta e più bella di lei! E voglio un fidanzato angelo! Se divento un demone, posso diventare la tua fidanzata? – Arkan fissò la ragazza senza parole. Era evidente che fosse in pieno delirio, ma sapeva che in parte le si stava anche sciogliendo la lingua… Non voleva che finisse col sentirsi in imbarazzo anche in sua presenza. – Io ti preferisco umana – rispose – Comunque, non posso lasciarti qui. Non ricordi? Hai portato con te la tua fotocamera: volevi scattare delle foto per ricordare questa serata, come farai a scattarle se resti qui? – Aveva giocato la carta giusta: Diane assunse un’espressione triste e si guardò intorno come se fosse sperduta. – Le foto… - sussurrò – Ma io voglio vincere la gara - - Mi ritiro! – esclamò Algor, tirando un calcio all’ultimo demone rimasto in gara oltre a lui. - Mi ritiro anch’io – dichiarò quello, che sembrava anche felice di doverlo dire. Diane sorrise beata: - Allora ho vinto… - Senza aggiungere altro, si accasciò su Arkan ridacchiando e delirando sottovoce. Il serafino scosse la testa con un espressione tenera in volto: - La faccio riprendere e la riporto come nuova – disse, e prese a trascinare Diane lontano dal tavolo, verso gli alberi. Una volta che l’esorcista si fu allontanata con Arkan, Nairya prese in mano la situazione e si mise al centro della scena: - Bene, gente, lo spettacolo è finito! Proibisco ad ognuno di voi di toccare solo un’altra bottiglia, sono stata chiara? Se vi becco anche soltanto a fissare una di queste due casse, vi abbrustolisco! Non voglio grane, stasera! – La folla si diradò subito tra risolini e sbuffi divertiti. - La solita guastafeste! – esclamò qualcuno. Lei ed Algor rimasero soli. - Vedo che ti danno subito retta – disse lui. Nairya si girò di scatto con volto inviperito e gli fu addosso in pochi passi. – Tu! – esclamò imbestialita - Razza di idiota! Non potevi fermarla prima che si ubriacasse, pezzo di scemo? Non ha nemmeno vent’anni! Non ha dietro le spalle decenni di esperienza con l’alcol, al contrario di tutti voi! – Algor era leggermente brillo e non riuscì a cancellare il sorrisino che gli increspava le labbra, nonostante la ragazza fosse visibilmente sul punto di schiaffeggiarlo. - Ho cercato di fermarla, anzi, a dire il vero ho tentato di farla andare via subito; ma lei mi ha scambiato per un sessista misogino ed è voluta restare per mostrarmi che anche una ragazza può bere litri di birra… e poi mi ha fatto tutto uno strano discorso sull’Irlanda… - - Ho capito – rispose la guerriera, che ormai conosceva abbastanza Diane da credere a quel che Algor le diceva – Lascia stare… - Il giovane si passò una mano sulla fronte: - Beh, fortunatamente l'abbiamo fermata prima che la situazione degenerasse... – Mentre parlava, uno dei demoni passòlì accanto, inciampando sulle sue stesse gambe e rischiando di precipitare sul buffet, ma Algor ela guerriera furono abbastanza rapidi da afferrarlo in tempo. - Cavolo, Arthus, fa attenzione! - Il demone ridacchiò: - Temo di aver bevuto un po' troppo - disse,trovando lacosa estremamente divertente, dopodichè scelse di aggrapparsi allamano sinistra di Algor per riacquistare l'equilibrio e tornò a concentrarsi sulle cibarie. Allora Nairya percepì uno schiaffo di gelo sul viso, freddo quanto lo sguardo agghiacciato che Algor aveva assunto non appena Arthus aveva incidentalmente toccato la sua cicatrice. Il giovane era rimasto immobile ad osservare l'amico che si allontanava con un lauto bottino di biscotti stretto in mano,lelabbra contratte in un'espressione di nervosismo solenne. - Scusami, Nairya, ma devo andare – - E dove? - - Devo parlare con Arthus… - La guerriera lo studiò con sguardo attento: - L’ultima volta che ti ho visto con quella faccia, hai parlato con Isling e ti sei beccato un pugno – - Forse ne beccherò un altro adesso - - Non dirmi che… - Algor la guardò con espressione funerea. – So che Arthus partirà per un viaggio, ma ho appena scoperto che non faràpiù ritorno – disse – Devo evitare che accada – Si stacco dal tavolo, ma una mano gli afferrò il polso e lo costrinse a restare fermo dov’era. - Algor – disse Nairya – Penso che prima tu debba parlare con me –
Xander si era appostato vicino al buffet. Com'era sua consuetudine fare di solito alle feste, era rimasto per tutto il tempo in disparte a guardare i presenti. Solo, ma anche non solo. Lui ed il suo spirito non smettevano un secondo di parlare, commentare, gettarsi battutine a vicenda, e proprio per quello ogni volta Xander aveva modo di riflettere sulla sua natura pettegola. "Uhm, sta sera sono proprio pessimo..." il mago afferrò una tartina e la infilò intera in bocca. Nonostante la grandezza, riuscì a masticarla abbastanza facilmente ed in modo molto fine. "... Buonissima questa! Pare che Nairya abbia messo fine a quella stupida gara, ma chissà dov'è finita quella ragazzina che si è quasi uccisa a forza di bere birre" il tono di Xander era ironico: contava sul fatto che il suo spirito gli rispondesse. < Fatti suoi. Oh, tra i bevitori c’è addirittura quel tipo con la banshee, Owen... > Xander lanciò un’occhiata più attenta all’altro capo del buffet: con la gran calca di poco prima non aveva notato il ritorno dell’uomo, dopo che l’aveva visto allontanarsi di soppiatto quasi stesse fuggendo. "... Si, hai ragione. Dobbiamo stare attenti. Era da tanto che non vedevo una banshee, potrei riconoscerne l'odore da chilometri. L'importante è che qui l'unica a sapere della nostra debolezza è Nairya... che adesso è sparita di nuovo. Eppure..." Xander era perplesso. < Eppure cosa? Oh, comunque io non mi riferivo alla banshee, ma al fatto che un omaccione grande e grosso come lui, affatto niente male, aggiungerei, possa mettersi a competere con una ragazzina... > "Xardas!" Era una di quelle rare volte in cui il mago zittiva così il suo spirito. Sembrava come se i ruoli si fossero invertiti, come se Xardas fosse appena diventato spensierato come Xander e quest'ultimo pensasse solo a preoccuparsi. "Io devo averlo già visto. Noi lo abbiamo già visto... tanto tempo fa. L'odore di quella creatura che si porta dietro è inconfondibile... Eppure... non ricordo quando." < Neanche io in effetti ricordo di averlo visto. Comunque non è affatto male, lo ribadisco > lo spirito sembrò voler chiudere lì il discorso. Xander fece un grosso respiro ed abbozzò uno sbuffo, dopodiché mangiò un altra tartina. Guardò il vassoio da cui si era servito per tutto il tempo e poi tutti quelli attorno: vuoti. Li aveva svuotati tutti lui. "Certo che dover sfamare due persone in una non è semplice, eh!" tentò di giustificarsi poi con Xardas. < Già > Lo spirito aveva risposto con un tono severo ma alquanto ironico. "Questo non gioverà molto alla mia linea..." il viso di Xander si corrugò in un finto pianto ed il mago si portò una mano allo stomaco per controllare. "Sono sempre un figurino, però" concluse, sorridendo smagliante. Owen era rimasto vicino al tavolo anche se i demoni si erano diradati, così Xander si costrinse a guardare il falò, che si stava spegnendo per mancata manutenzione. < Oh! Povero fuocherello! > Xardas sembrava piuttosto contrariato dallo spegnimento di un così bel fuoco. "Eh già, hai proprio ragione... Qui serve un aiutino"
- AAM YOR! -
Xander aveva steso il braccio verso il falò e le fiamme si erano magicamente rialzate ed avevano raggiunto dimensioni doppie rispetto alle precedenti. Inoltre, adesso, per la magia di Xander, esse prendevano ora forma di drago, ora di fenice, ora di salamandra. Il mago guardò il fuoco e sorrise. Purtroppo questo gli fece perdere per un attimo l'attenzione sul tizio che stava tenendo d'occhio. Una mano gli si posò sulla spalla di colpo e questo lo riscosse. Xander si girò di colpo e vide la sagoma di Owen letteralmente dietro di lui, che lo guardava insistentemente con un sorrisetto beffardo. - Anche questo trucco è carino... - aveva poi detto il cacciatore, riprendendo il discorso iniziato in precedenza - ... mi fai rivedere anche questo? - Il sorriso di Owen si era allargato a dismisura, sfoderando un paio di file di denti bianchissimi, la quale sola luce bastò per accecare gli occhi di Xander per un piccolissimo istante. E Owen aveva un buon motivo per sorridere. Doveva ammettere che quel tizio era interessante: erano secoli che non incontrava un mago così potente o, perlomeno, così abile nelle illusioni. Se c’era una cosa che riusciva a destare l’attenzione del cacciatore senza riserve era la possibilità di conoscere nuove magie ed imparare nuovi trucchi, soprattutto se questi si sarebbero potuti rivelare utili in altre circostanze. Xander aveva superato il momento di sbalordimento per essersi fatto cogliere di sorpresa, dopotutto nessuno meglio di Owen sapeva rendersi invisibile ed inudibile, e cogliere le persone alle spalle era la sua specialità. Per un attimo il mago studiò intensamente il suo interlocutore mentre questi, invece, iniziava a dare evidenti segni di impazienza. - Certo – disse infine Xander – e sarò lieto di insegnarti qualcuno dei miei trucchi… dopo che mi avrai detto chi sei –Benché Xander conoscesse il suo nome di fatto, i due non si erano ancora presentati come si doveva. – Io sono AleXander WFour, sono un mago e condivido il mio corpo con uno spirito replicante – così dicendo allungò la destra verso il biondo. Owen osservò per un attimo la mano tesa quasi volesse accertarsi che non ci fosse nulla da temere da quel gesto dopodiché gliela afferrò con gesto noncurante – Owen. Ed io non condivido proprio niente - Alexander lo squadrò con occhi indagatori – Eppure prima mi sembrava di aver percepito qualcuno accanto a te. Una banshee, avevo detto, e tu sembravi d’accordo… – Per una frazione di secondo il volto di Owen si trasformò in una maschera di odio e repulsione, ma durò un attimo, nemmeno il tempo per Xander di rendersi conto se fosse accaduto davvero – Hai l’occhio lungo, Alex – - AleXader. O Xander se preferisci – lo corresse il mago con una punta di fastidio. Quel tizio stava facendo di tutto per rivelarsi sgradevole, eppure Xander decise di non rinunciare – Allora, Owen come mai da queste parti? Cosa ti ha portato ad Averoth? – - Lavoro – - Davvero?! Che tipo di lavoro? - - Del tipo che ti fa guadagnare soldi – Stavolta Xander dovette ammettere di essere stato sistemato. Osservò con calma l’uomo che ora si guardava intorno. - Cerchi qualcuno? – chiese Xander che sembrava iniziare a prenderci gusto. Owen lanciò un’occhiata piuttosto scocciata all’uomo, ma non rispose. Allora il mago si guardò attorno e notò qualcosa che pensò potesse essergli utile per scoprire di più sul biondo: – Ho visto che, da quando sono tornate tra noi, Venetia e Delamere non fanno che guardarti in modo strano... di certo ci sarà una ragione. Le conosci da molto? – - La prima potrei dire di sì. La seconda solo da una settimana – finora Owen aveva considerato quell’individuo solo una scocciatura, ma ora un’idea gli balenò in mente – Tu conosci la piccola? – - Abbastanza – abbozzò vago Xander – perché? – - Mi chiedevo… sai da quanto tempo lei abita nel tempietto ai margini della foresta? – Improvvisamente la conversazione aveva preso una piega che ora non divertiva più Xardas – Perché vuoi sapere questo di Delamere? – Owen fiutò l’aria preoccupata dall’uomo e decise di lasciar stare. Aveva capito che non avrebbe colto nulla da lui, meglio lasciar perdere… per quella sera. - Niente… così, tanto per fare conversazione – rispose vago con l’aria di chi ha già perso interesse per il discorso, ma Xardas non aveva perso interesse su di lui. Solo che ora non era più curiosità a muoverlo, ma una certa preoccupazione. Owen finse di non aver colto lo sguardo serio di Xardas e agguantò un altro stuzzichino dal buffet per infilarselo in bocca tutto in una volta riempiendosi le mascelle come farebbe un bimbo di cinque anni che fa scorta di caramelle per poi filare a giocare o come farebbe una persona adulta, ma poco matura, per evitare di sentirsi costretto a rispondere ad delle domande.
Cenere negli Occhi e Luce nell'Ombra dell'Anima...
Group: Narratrici Posts: 7638 Location: Dove la Luce dei sogni sfuma pian piano nell'ombra delle emozioni...
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La festa intanto si era fatta più affollata. Alla musica del violino di Eigon si era aggiunto il suono di altri strumenti che alcuni invitati dotato di talento musicale avevano iniziato a suonare. Per un attimo una piccola voce di bambina si era aggiunta a quel concerto, ma si era spenta rapidamente e adesso non c’era più nessuno a cantare; le uniche voci provenivano dal chiacchiericcio allegro che ormai pervadeva la festa. Tra gli alberi, due giovani si avvicinavano sempre di più alla scogliera, guidati dal caloroso brusio e dall’invitante chiarore delle stelle accese da Xander, che illuminavano ogni cosa con dolcezza, accompagnando il bagliore del falò come avrebbe fatto la luce della luna piena, che in quel momento era calante e nascosta dalle nubi. - Ascolta… - disse uno dei due, un ragazzo biondo che pareva illuminare il buio sentiero con la sua sola presenza, tanto bello da sembrare uscito dal dipinto di un artista. – A quanto pare la festa è già iniziata – aggiunse con voce divertita, voltandosi poi verso la ragazza che teneva per mano e regalandole uno splendido sorriso che, in quell’ombra, solo lei poteva vedere. La fanciulla era leggermente indietro rispetto a lui e sembrava non aver molta voglia di camminare. La sua figura era elegante e graziosa, ma contrariamente al ragazzo sembrava emanare oscurità e capace di rendere più cupo il paesaggio che la circondava; e quella cupezza era perfettamente in sintonia con il suo stato d’animo. Rivolse al suo compagno uno sguardo languido e insicuro, e fermò il suo incedere trattenendo la mano del ragazzo. Non disse nulla, limitandosi a guardarlo con tristezza e ad avvolgerlo con il calore che sprigionava dal suo corpo. Lui avrebbe capito, non c’era bisogno di parole… E Islington capì. Il suo sorriso sfumò subito in un’espressione più seria, ma colma di tenerezza e comprensione. Si avvicinò a lei, arrivandole vicinissimo, e piano le carezzò i capelli guardandola con amore negli occhi di onice e ossidiana. – Non puoi continuare ad evitarla, Nia. Prima o poi, dovrai affrontarla e chiarirti con lei – - Non ho niente da chiarire! – La voce di Nia era dura e severa, in netta antitesi con il suo volto dal malinconico aspetto. – Non voglio avere più niente a che fare con quella serpe! - - Nia… - Un’ondata di calore più forte si sprigionò dalla posseduta e le sue pupille sembrarono ardere su un rogo di fiamme vive; gli occhi si accesero di un barlume folle e la sua voce assunse una cadenza strana, inquietante ed atona, intrisa di collera e pazzia. – Ti avverto, Isling: se me la ritrovo davanti, non risponderò delle mie azioni… - L’angelo sospirò con mestizia. Abbassò per un attimo lo sguardo, ma poi lo riportò subito sul viso della ragazza, che sotto quel velo di rabbia e follia nascondeva un sentimento di delusione e di paura che solo lui era in grado di leggere. Nessuno meglio di lui poteva comprendere cosa realmente passasse per la mente di Nia in quel momento… - Smettila di mentire a te stessa, tu non riuscirai mai a far del male a tua sorella, proprio come non sei riuscita a farne a me - La ragazza rimase paralizzata. Quella risposta l’aveva colpita nel profondo e, stizzita, distolse lo sguardo da Islington, che però aveva perfettamente ragione. La vecchia Nia Williams era ancora viva in lei e, nonostante tutto, non era riuscita a spezzare il legame che aveva con Diane perché, quando ce n’era stata la possibilità, l’altra Nia, quella psicopatica e crudele, era troppo debole per prendere il sopravvento su di lei e allontanarla da quell’affetto. Oltretutto, Caligo era stato ridotto ad una presenza dormiente dentro di lei; ne conservava i poteri di demone d’ombra ma non sentiva più la sua voce né leggeva i suoi ricordi, e neppure riusciva più a percepire la coscienza di coloro che la attorniavano. Il sonno del demone la rendeva lucida come non lo era mai stata, capace di mantenere un certo controllo sulle sue due personalità anche senza la presenza di Islington, e la sua aggressività si era in un qualche modo placata. Era più umana di quanto non lo fosse stata negli ultimi tre anni, ma allo stesso tempo non lo era… e la Nia Williams di un tempo era più influente che mai sui suoi atteggiamenti. Per questi motivi non sapeva se essere grata o meno a Diane per il suo tentativo di esorcismo, che non l’aveva di certo liberta ma sembrava aver creato una sorta di equilibrio dentro di lei, anche se piuttosto fragile e precario; ma di una cosa era certa: anche se il suo legame con lei perdurava, qualcos’altro si era spezzato e nulla sarebbe stato più come prima. Era arrabbiata con lei. Era furiosa con lei. Però, come Islington le aveva fatto notare, non sarebbe mai riuscita a farle del male, o peggio… - Non la perdonerò mai – disse, e la sua voce parve spezzarsi – Non le perdonerò mai quello che mi ha fatto! Io… Noi… - Tremò, smise di parlare. Qualcos’altro prese il sopravvento sull’ira, forse paura, forse la certezza che ogni cosa era ormai uscita dal suo controllo, forse il tremendo, pulsante e soffocante desiderio di fuggire da quella situazione, di chiudere ogni rapporto diretto con Diane e dimenticare ogni cosa. – Non sappiamo più cosa fare – ammise con gli occhi sempre più lucidi. – Non possiamo… - Si staccò da Islington con un gesto deciso e iniziò ad addentrarsi nel bosco, diretta a casa sua. - Nia, non fare così! Aspetta! - L’angelo le fu dietro e la trattenne per una mano. – Non puoi continuare a fuggire così. Non esci di casa da una settimana, è come se stessi vivendo nel terrore. Di cosa hai paura? Di Diane? Hai davvero paura di tua sorella? O forse hai paura di affrontare di nuovo la verità? – Nia non rispose. Scuoteva la testa in silenzio, senza guardare il giovane che le stava impedendo la fuga. - Vuoi davvero permettere che quello che hai scoperto ti impedisca di continuare a vivere? – continuò Islington, prendendo la decisione di premere sul forte orgoglio di Nia - Vuoi davvero nasconderti come una codarda, mentre Diane se ne va in giro libera, come se nulla fosse? E’ questo che vuoi? - Le sue parole sortirono l’effetto che sperava. Nia tornò a guardarlo con espressione dura e uno sguardo deciso. – Io non ho paura – affermò con sicurezza – e non ho alcuna intenzione di nascondermi come una codarda! – Prese improvvisamente a camminare verso la scogliera procedendo con grandi falcate, e stavolta era lei a trascinare il ragazzo dietro di se, che la guardò recuperare il suo vigore con un sorriso soddisfatto. Si fermò solo quando uscì dagli alberi, sbucando nella radura dove ardeva il grande falò, e si guardò attorno vagamente spaesata per qualche breve frangente. Islington si fermò insieme a lei, al suo fianco, e la guardò per intero. – Sei bellissima, stasera – le sussurrò dolcemente all’orecchio, spezzando così quell’attimo di smarrimento. Per quella festa, Nia aveva scelto di indossare un abito lungo, nero intenso e dal taglio semplice, senza maniche e con un’elegante scollatura a V profonda ma non eccessiva. La schiena era scoperta, come sempre, ma attraversata da un gioco di lacci che s’intrecciavano tra loro e che, al centro, s’attorcigliavano tutti attorno ad un anello di oro bianco. Quei lacci posti davanti alle sue due armoniose cicatrici sembravano in qualche modo imbrigliare le ali che la notte scaturivano da loro, simboli del demone adesso dormiente, e trasmettevano chiaro il messaggio che quella Nia non si sarebbe lasciata andare a colpi di testa, quella sera. Lo stesso dicevano le sue mani, prive di guanti e addirittura dalle unghie laccate di un intenso color prugna, dalle quali partivano, alla base delle dita, due manicotti formati anch’essi da una serie di lacci intrecciati, legati in alto a due anelli dello stesso tipo di quello dell’abito. Infine, due spacchi alti fino a metà coscia si aprivano ai lati della gonna, lasciando intravedere due stivali a tacco alto che arrivavano al ginocchio, e sul petto scintillava il ciondolo a forma di cristallo di neve, che mai più la ragazza avrebbe lasciato a casa. Si era data da fare per apparire all’altezza delle altre invitate, ma stavolta non era voluta apparire provocante; non troppo, almeno… Sorrise maliziosa al complimento e arrossì appena, appena, ringraziando l’angelo con voce suadente. Lui le posò un romantico bacio sulle labbra e poi le porse cavallerescamente un braccio. – Promettimi che proverai a divertirti – - Farò del mio meglio – rispose Nia stringendosi a lui, ma non appena s’immersero tra gli altri invitati, di nuovo una sottile preoccupazione giunse ad oscurare il suo pallido viso…
Algor aveva seguito Nairya fino al limitare del bosco in perfetto silenzio. La ragazza lo aveva trascinato lontano dal buffet e da Arthus senza lasciargli il tempo di replicare o fare domande, e adesso s'immergeva tra i primi alberi, guardandosi intorno circospetta. - Bene - disse alla fine - qui dovremmo essere soli – Il giovane si guardò attorno, accorgendosi di quanto effettivamente fossero appartati dal resto degli invitati e ben nascosti da buio e dalla vegetazione. – Se volevi restare sola con me, non avevi che da chiederlo… - disse con un sogghigno malizioso sul viso – Perché non l’hai detto subito che ti piacevo? Non dirmi che sei timida… - Ma appena incrociò la sguardo di Nairya, fiammeggiante nel buio, si rese conto di aver completamente frainteso il senso di quel rapido spostamento nel bosco. - Idiota! – sibilò acida la guerriera – Te l’ho detto anche al buffet: dobbiamo parlare. Non pensare di piacermi, perché io non sopporto gli idioti come te e non sai quanto preferirei evitarti e starmene con Venetia o qualcun’altro, ma stavolta penso proprio che ci sia il bisogno di farti un bel discorsetto… - Sentendo il tono usato dalla ragazza, Algor ebbe la netta impressione che quel che aveva da dirgli non gli sarebbe per niente piaciuto. – Senti – sospirò, alzando gli occhi al cielo – Ho organizzato una festa con un sacco di persone, devo fare gli onori di casa, non ho tempo di stare qui a discutere – - Non pensare di filartela, è una cosa importante! - Ma Algor guardava già da un’altra parte e sorrideva beato, ignorandola: - Guarda, quelli sono Islington e Nia! – esclamò allegramente indicando le due figure in lontananza appena sbucate nella radura – Devo assolutamente correre a salutarli! – Prese lo slancio, ma Nairya fu più veloce di lui. - Eh no! – sbottò, sporgendosi in avanti ed afferrando il braccio del ragazzo in modo tale da fargli fare una giravolta su se stesso, per poi inchiodarlo a un albero e tenerlo lì bloccato sfruttando il peso del proprio corpo. – Tu non vai proprio da nessuna parte! Mi devi ascoltare, e quando dico che devi vuol dire che è un ordine, chiaro? – disse con forza, senza ammettere repliche. Algor impallidì e capì che rischiava nuovamente di ritrovarsi col naso rotto, esattamente come la sera che l’aveva incrociata per strada, circa una settimana prima, così annuì impercettibilmente e restò immobile, ma ecco che una musica melodiosa e parecchio sdolcinata che aveva tutta l’aria di essere una serenata giunse alle orecchie di entrambi. Il motivo suonato sulle corde di una cetra era stranamente accompagnato da un suono di campanelli… I due rimasero perplessi e si guardarono per un momento poi, come di comune accordo, si voltarono nello stesso istante nella stessa direzione, dove una sagoma con uno stravagante e vistoso cappello era appena apparsa. Il misterioso Giullare che aveva contribuito a rallegrare la festa fornendo gli strumenti necessari a creare una piccola orchestra improvvisata si avvicinava a loro facendo scorrere le sue dita su una cetra dal suono melodioso e li guardava col viso in parte celato da una maschera, sfoggiando sul volto un sottile sorriso che a tratti appariva beffardo e divertito. Suonava e li guardava in modo strano, nel frattempo, restando fermo a pochi passi da loro, come se avesse l’intenzione di non andarsene da lì, e intanto le note diventavano sempre più smielate, ad un punto tale che Nairya si sentì montare la nausea, e con essa l’irritazione. - Posso sapere cosa vuoi? – gli chiese infine, sbottando. Il Giullare non fermò la sua musica, ma sorrise ancor di più alla ragazza: - La mia serenata non vi è gradita, madamigella Nairya? – le domandò di rimando, senza darle davvero una risposta. - La tua… La tua cosa?! - Gli occhi del musico, adesso, si spostarono maliziosi su Algor, ancora tenuto ben fermo contro il tronco e vicinissimo alla guerriera. – Ho solo pensato che una serenata avrebbe potuto accompagnare degnamente la dolce dichiarazione di due amanti – spiegò, inchinandosi appena – Ho forse errato nel mio pensiero? – Nairya avvampò al solo pensiero che qualcuno potesse davvero pensare che si stesse dichiarando ad Algor e con un salto si allontanò dal giovane, che appariva sconcertato quanto lei. – Io non mi sto dichiarando a nessuno! – affermò a voce alta, ma non appena capì che il Giullare intendeva in gran parte provocarla e stuzzicarla, che sicuramente non si trattava di altro di nient’altro che una beffa, aggrottò la fronte e si sistemò a braccia conserte, tenendo le gambe appena divaricate. – Mi dispiace, hai preso una cantonata – disse – Torna a far festa con gli altri, qui le serenate non servono – - Come preferite – acconsentì il Giullare con un profondo inchino – Capisco che certe questioni possan essere alquanto delicate e che voi preferiate star da soli. Mi congedo senza indugio e vi lascio soli ad esprimere i vostri sentimenti - Scivolando all'indietro tra gli alberi, il Giullare, suonando, pian piano si confuse con l'ombra e scomparve, portando via con sé il suo sorrisetto beffardo, irritante e malizioso, prima che la ragazza riuscisse a ribattere in qualche modo a quelle sue ultime parole. Tra Algor e Nairya scese il silenzio, intanto che, perplessi, scrutavano il punto dove il misterioso ed evanescente individuo era svanito. - Prima o poi gli mollerò un pugno sui denti! - La guerriera aveva rotto quel momento di vuoto con il suo ennesimo commento aspro ed irritato. Incrociò le braccia, indispettita dalla situazione imbarazzante che si era venuta a creare: - Non lo sopporto! - esclamò - Non mi è mai piaciuto quel Giullare, ed ora che pensa che ti abbia portato qui per fare... chissà cosa, mi piace ancora di meno! - Ma Algor quasi nemmeno sentiva la sua voce: fissava ancora il folto del bosco con cipiglio allibito, con le sopracciglia inarcate che davano un'aria molto buffa alla sua espressione. - Che tizio strano... - - E' un mistero anche per noi - disse Nairya, sempre più acida - Appare una sera, scompare per settimane, mesi, poi riappare... Un paio di volte è anche venuto all'Immortal, dove si limitava a guardare tutti e sorridere... Mi da sui nervi! - La verità era che la ragazza ancora non aveva dimenticato come il Giullare fosse riuscito a farla addormentare semplicemente suonando mentre entrambi sedevano di fronte alla Galleria di Eigon, ma non avrebbe mai ammesso davanti ad Algor che anche una guerriera esperta e temibile come lei poteva cedere se cullata dalla musica giusta... Algor parve rifletterci su: - Mh... Davvero un tipo misterioso, ma... - Sembrò sul punto di fare una domanda. Temporeggiò, balbettò appena, poi si decise e chiese: - Ma che genere di creatura è? - Nairya lo guardò in modo strano. - A prima vista pare un essere umano, ma di certo non è normale. Non chiedermi però cosa gli sia successo per diventare quello che è, perché... - - Ehm, no, non hai capito - la interruppe Algor, che si sentiva imbarazzatissimo a causa della domanda che sentiva uscirgli suo malgrado dalla bocca. - Io intendevo il 'genere' d'appartenenza... Insomma, è un uomo o una donna? - sbottò alla fine, senza che gli importasse più nulla di passare per uno stupido - Me lo sto chiedendo da prima, ma non l'ho ancora capito! - Nairya spalancò appena la bocca. - Ma che razza di domande fai? - esplose sdegnata dopo un istante di stupore, - Ma sei cieco? E' evidente che è... che è... - Si fermò. A pensarci, nemmeno lei poteva affermare di aver capito di che sesso fosse il Giullare: il misterioso individuo indossava sempre abiti troppo larghi perché la forma del fisico potesse trasparire, aveva un viso sempre nascosto per metà da una maschera dai lineamenti che potevano appartenere sia ad una donna dai tratti decisi che ad un bel giovane, e la sua voce era piuttosto neutra e sempre tenuta su toni falsati. Quasi vergognandosi, incrociò lo sguardo di Algor, che la fissava immobile senza nemmeno battere ciglio, con un'espressione ebete che attendeva solo risposte. - Io... non posso risponderti - ammise infine, arrossendo. Algor si riscosse e rivolse gli occhi al cielo: - D'accordo, ho capito - disse strofinandosi i capelli - Lo considero un maschio e non ci penso più. Almeno eviterò brutte sorprese... - Nairya non credeva alle proprie orecchie: - Non dire che avevi intenzione di provarci! - esclamò. - Io voglio solo fare amicizia - rispose lui, incrociando le braccia e alzando solennemente il mento - Ma metti il caso che rimanga ammaliato dal mio fascino, almeno ora so come dovermi comportare - Sorrise scherzoso e strizzò vivacemente l'occhio alla ragazza. Non c'era proprio niente da fare, Algor era un caso senza speranze... Nairya sospirò stancamente, scuotendo la testa rassegnata all'idea di non poter fare un discorso serio con quell'individuo, o almeno, non certo il discorso che aveva in mente lei. - Immagino che tu trovi divertente tutto questo, la festa, gli immortali invitati... tutto questo sbandierare la nostra natura... - Algor si voltò a guardarla, lievemente stupito da quell'affermazione. – Beh, che male c'è nel festeggiare la vita, l'esistenza di persone speciali come voi? - - Come "noi" vorrai dire... - ribadì la ragazza. Algor s’irrigidì un secondo, poi però si rilassò di nuovo, gesticolando con le mani. - Ma sì, insomma, io trovo che sia una cosa degna da festeggiare. Dai Nairya, perché per una volta non ti lasci andare un po' e cerchi di divertirti come tutti gli altri? Guardali! Si stanno divertendo tutti quanti tranne noi due, visto che mi hai bloccato qui a parlare - La guerriera lo guardò con uno sguardo carico di tristezza. - Algor tu pensi davvero che tutte le persone che siano là siano felici della loro condizione immortale? - Il ragazzo era sempre più perplesso, non riusciva a cogliere il perchè di quel discorso, soprattutto fatto da lei. Nairya osservò l'ammassarsi delle domande nella testa del ragazzo e rispose ancora prima che esse trovassero la via della parola. - Se potessi, io preferirei essere mortale, non dover vivere per sempre... Che senso ha l'eternità quando non ti permette di essere libero? Tu sei convinto che l'immortalità sia un bene, una vittoria contro la morte, ma ti dirò una cosa, ti svelerò un segreto: gli immortali, quelli che come me non possono morire nemmeno se vengono trapassati da mille lame, sognano la morte, la desiderano, la bramano e la cercano - Con voce triste la ragazza aveva parlato, svelando ciò che accomunava gran parte di suoi simili. - C'è un motivo per cui la gente nasce, vive e poi muore. E' il circolo naturale delle cose. Ogni cosa è più bella per un condannato a morte... – Scese, per un attimo, il silenzio più assoluto. L'espressione di Algor, adesso, era totalmente coperta dall'ombra, ma a Nairya parve quasi di percepire chiaramente una forte incredulità... - Come puoi dire un cosa del genere? - chiese improvvisamente il ragazzo, spezzando quel muto momento. - Tu... Tutti voi... Tutti voi possedete un dono meraviglioso, che la gente comune pagherebbe non so cosa per avere! - - Solo perché non sanno che genere di condanna sia - La guerriera fece un passo in avanti, portandosi più vicina a lui, gesto che, da parte sua, era la cosa che più si avvicinava ad un abbraccio di conforto. - Noi Immortali non siamo liberi, e per questo la vita che resta a noi legata è come una catena... una catena pesante da portare, che ci soffoca, ci schiaccia, ci fa soffrire, ci fa restare soli mentre attorno a noi tutti ci lasciano... - - Ma voi non siete soli, perché siete tanti! - la interruppe Algor con veemenza - Guarda! Guarda quanta gente è venuta alla festa! E continuano ad arrivare! Draghi, elfi, angeli, demoni, umani strani... e chissà cos'altro ancora! Non siete soli! Non sei sola! E la vita infinita che avete non è una catena, ma un'opportunità per fare molte cose, per migliorarvi di continuo, per vivere appieno ogni aspetto dell'esistenza... Avete persino il tempo per riparare ai vostri eventuali errori, opportunità che ai mortali spesso viene a mancare! - - Ma l'Immortalità non è solo svegliarsi la mattina e scoprire di non poter più morire! L'Immortalità spesso ti è data come una maledizione, come un onere, come qualcosa che ti lega a una missione... - Algor ebbe uno spasmo innaturale. - Che ne vuoi sapere, tu, di missioni da portare avanti? Di un'immortalità che diventa davvero un fardello, o peggio, un pericolo... Tu sei fortunata, Nairya, tutti voi lo siete! - - E invece no! - ribatté la ragazza: quel discorso la stava innervosendo, non riusciva a capacitarsi dell'ottusità dell'altro. - Io non sono fortunata, loro non sono fortunati! Pensa ai vampiri, credi che loro si divertano? Oh, certo, a volte sì, ma in quei casi hanno totalmente perso sé stessi e sono diventati mostri irrecuperabili! Ed io? Che dire di me? Io ho un compito che sono condannata a svolgere, un compito che non mi permette di stringere legami con nessuno, che mi costringe a restare sola... e altre creature condividono questo mio triste destino - Algor scosse la testa e rise. Rise glacialmente, incredulo, senza allegria e con amarezza, e la sua risata turbò Nairya, che sentì la sua collera salire sempre di più, senza che però riuscisse ad esplodere. - Che razza di scemenza vai raccontando? Va bene quel discorso sui vampiri, te lo concedo, ma cos'è questa storia della solitudine forzata? Ma stiamo scherzando?! Non esiste una creatura condannata all'isolamento, tutti hanno il diritto e la possibilità di stringere legami di qualsiasi natura, persino i demoni più spregevoli! Se lo dico io puoi crederci. Niente può costringere qualcuno a restare solo per sempre, per nessuna ragione. A nessuno è vietato legarsi alle altre persone... o almeno, a quasi nessuno... - Nairya lo aveva ascoltato pietrificata per tutta la durata del discorso, incapace di replicare per un motivo che nemmeno lei conosceva, ma quell'ultima affermazione la scosse e la innervosì parecchio. - Quindi, alla fine, lo ammetti anche tu! - disse - Mi hai derisa, hai sghignazzato come se non ci credessi ma, alla fine, hai comunque detto che esiste una categoria di persone destinata alla solitudine! - - Non una categoria, solo una persona... e non mi riferivo a te - Un raggio di luce traditore raggiunse il volto di Algor, illuminando il sorriso triste che si era dipinto sul suo volto. Vedendolo, la rabbia di Nairya sbollì di colpo, poi lei rabbrividì: l'aria stava diventando più fredda... - Sai - riprese Algor - in questi anni avrò tentato il suicidio almeno 500 volte, ma alla fine ci ho rinunciato: non riesco a morire - La ragazza rimase di stucco. - Cosa?! Ma se hai appena detto che... Tutto quel discorso sulla vita... - - So cosa ho detto - Il pugno allo stomaco fu rapido quanto scontato. - Sei un ipocrita... - Il ragazzo si riprese subito dal colpo. Presagiva una reazione del genere e si era preparato a resistere all'urto. - No... Io quelle cose le penso davvero. La vita è un bene prezioso che va conservato e amato. Anche se eterna e pesante da sopportare, anche se dura, anche se piena di sofferenze, non va mai disprezzata, perché ci ripaga sempre in mille modi dei nostri travagli. L'hai visto il sorriso di quella bambina, di Delamere? E le magie di Xander, questa scogliera, i colori del mare e del cielo, i giochi di luce che il sole crea coi suoi raggi, il chiaro di luna, il tocco della pioggia, l'allegria dei bei momenti, l'euforia che si prova ogni volta che ci si sente vivi... Tutto questo vale ogni singolo momento di dolore che tu e gli altri abbiate mai provato, e voi potete goderne più a lungo di chiunque altro, ed è bellissimo. Ma questo discorso, per la persona che ti ho detto, non vale... Per me, non vale. La mia esistenza mette in pericolo la vostra vita, per questo ho cercato molte volte di uccidermi. Se io esisto, la vostra vita resta costantemente sull'orlo del baratro... Questo è il motivo per cui fuggo dal mio destino, questo mi spinge a tentare il suicidio, questo non mi permette di stringere dei veri legami... Tu, invece, hai dei veri amici. Ho notato come stai bene con Venetia e quanto sembravi in confidenza con quello Xander... - Si lasciò sfuggire un sorriso dolcissimo e rivolse alla guerriera uno sguardo lucido e profondo, ma il gelo continuava ad aleggiare attorno a lui. - Non mi sembra che tu sia poi così sola - Nairya non sapeva cosa rispondere. Si strinse nelle spalle per resistere al freddo e guardò Algor con stupore: era davvero lo stesso idiota che aveva trascinato nel bosco? No, non lo era... Quella di prima era solo una maschera che era miseramente crollata, ma non poteva fare a meno di pensare che, in quel momento, Algor si stesse solo comportando come un bambino che non voleva aprire gli occhi sulla realtà. Scosse la testa. - Tu non capisci... - disse. - Credo sia l'esatto contrario - - Accidenti, Algor: mi stai confondendo! - - E tu hai confuso me - Il ragazzo si scostò da lei di qualche passo - In poche parole, sei venuta qui a dirmi che voi immortali non fate altro che desiderare la morte! Che addirittura tu credi di doverti isolare da tutti per... per non so quale maledetto motivo! - - E tu mi hai appena confessato che tenti di suicidarci per conservare la vita di chi ti sta attorno. Ma mi vuoi spiegare che diavolo vuol dire? Che cosa sei? Cosa sei destinato a fare? - Il sorriso del giovane si fece inquietante e beffardo: - Se te lo dicessi, non ci crederesti mai. Ma sappi che è proprio il mio destino che mi costringe a chiudermi in me stesso... - - Siamo sulla stessa barca, allora - - No... non penso proprio... - Senza dar modo a Nairya di replicare, Algor voltò le spalle e s'incamminò verso il falò. Vedendolo chiudere così il discorso, come se non gli importasse più di ascoltarla e si rifiutasse di darle retta, la ragazza fu seriamente tentata di afferrarlo per i capelli e fargli più male possibile. Iniziò ad andargli dietro, ma si costrinse a fermarsi: - E adesso dove vai? - gli domandò. - Vado da Arthus: voglio avvisarlo... - spiegò brevemente. Era ancora fresco dell'esperienza avuta con Islington, che una volta saputo dell'imminente morte di Nia era andato nel panico più totale e aveva rischiato di mandare tutto a monte, e aveva risolto che prima sarebbe stato meglio parlare col diretto interessato, dato che in quel caso non si trattava di un umano comune e gli avrebbe creduto. - Ecco, bravo, hai proprio centrato il punto dove volevo arrivare! - lo rimbeccò lei - Algor, devi piantarla - - Piantarla di fare cosa? - - Di evitarci la morte, ecco cosa devi smettere di fare. Non hai sentito il discorso che ti ho fatto fino adesso? Noi immortali vogliamo morire, saremmo felicissimi di ottenere un eterno riposo, e tu complicheresti solo le cose - - Ma hai visto cosa ho fatto con Nia? Lei... - Nairya alzò una mano: - E' diverso - disse, e cominciava di nuovo a trattenere a stento il suo nervosismo. - Algor... Nia è giovane, Islington la ama... e avrà anche pensato che per lei fosse troppo presto, ma credimi: se la morte fosse stato di un altro, Islington sarebbe stato solo felice per lui, perché la vita eterna è un peso anche per coloro che sono nati per non morire mai. Se non fosse stata Nia a dover morire, lui avrebbe capito... lui avrebbe lasciato stare... Quanti anni ha Arthus? A giudicare dalla profondità del suo sguardo direi molti. Troppi. Sei certo che lui voglia essere avvisato e salvato? - Di colpo, il freddo si fece polare. Questa volta, Algor era rimasto sconvolto da quella rivelazione. Con occhi vuoti fissò un punto inesistente dritto davanti a lui e sospirò con affanno. - Non riesco a salvare gli umani... e gli immortali che riuscirei a salvare non vogliono il mio aiuto... - - Esatto - Nairya gli aveva risposto in tono spiccio. Era stufa di quel discorso: lui doveva capire e lei non voleva perdere altro tempo. - Algor, tu devi capire che la nostra salvezza è nella morte... - - Io odio la morte... detesto la morte... - - Sbagli - Il ragazzo la fulminò con lo sguardo: - Credimi, ho i miei buoni motivi per pensarla così! - esclamò adirato, ma si calmò subito. Abbassò il capo e rimirò attentamente un ciuffo d'erba... - Coloro che vogliono vivere muoiono... e coloro che possono vivere per sempre desiderano solo morire... - Calpestò i ciuffi d'erba con lentezza, mentre le sue labbra s'inclinavano in un sorriso convulso. - Non è divertente? Come si dice: è l'ironia della sorte... L'ironia della sorte... - Riprese a camminare senza nemmeno guardare Nairya: - Mi sono trattenuto fin troppo, devo salutare un sacco di gente e i biscotti di Delamere stanno finendo senza di me... Tranquilla, non tenterò di aiutare nessuno. Non lo farò più. Sono stufo dell'ingratitudine... - - Algor... - Ma il ragazzo si era già allontanato. Nairya lo osservò dirigersi spedito verso la folla, deciso a non voltarsi indietro. Non aveva capito molto, ma qualcosa le diceva che quel giovane, in realtà, nascondesse sotto la sua aria allegra un dolore indescrivibile... La sua irritazione raggiunse il culmine. Con uno scatto, si sfogò dando un violento pugno all'albero più vicino a lei. - Razza di bambino troppo cresciuto! - ringhiò a denti stretti, ma in fondo non ci credeva nemmeno lei... Quel discorso l'aveva confusa, irritata, era decisamente arrabbiata per come Algor le aveva dato della stupida perché seguiva la strada che le era stata assegnata, era offesa per il modo in cui si era rifiutato d'ascoltarla e aveva asserito che lei e gli altri fossero un branco di ingrati, indignata per le arie da gran sapiente che si dava, quando non aveva capito nulla... Ma le sue parole le avevano messo addosso anche una strana malinconia e, in qualche modo, cominciava a percepire uno strano senso d'ingiustizia... senza parlare della curiosità crescente nei riguardi di quello strano essere. Chi era Algor? Che genere di creatura incarnava, cosa doveva fare? Forse era qualcosa di demoniaco ma lei non riusciva a sentirlo... forse era uno di quegli esseri che gli dei più creavano per dare sfogo alla loro sete di vendetta... Forse era davvero un pericolo per tutti. Doveva saperne di più... Le venne subito in mente la libreria di Sarasvati, e pensò che fosse il luogo più adatto dove cercare informazioni su di lui, se ve ne erano. Prese a camminare tra gli alberi, immersa nei suoi pensieri, sempre più convinta che quella festa non fosse poi così divertente...
Un’altra figura, snella ma elegante, si avvicinava incerta alla scogliera, al vivo della festa. "Che ci faccio qui? Non volevo nemmeno venire… E' stato quel ragazzo biondo che ha tanto insistito, mi sembrava troppo ineducato disattendere all'invito..." pensò Lynn camminando a testa bassa, con i suoi soliti occhiali sul naso. Un giovane, molto bello, con i capelli color del grano maturo l'aveva bloccata pochi giorni prima in mezzo alla strada, mentre lei pensava ai fatti suoi, proponendole di venire ad una festa che si sarebbe tenuta di lì a poco sulla scogliera di Averoth. Era stato molto insistente, e ora la giovane dea si trovava nel posto indicatole, rigirando il fantomatico invito tra le mani. Si era bloccata a metà strada, indecisa sul da farsi. Sentiva le risa i canti e la musica provenire dalla cima della scogliera, da quanto tempo non partecipava ad una festa, oramai sembrava essersi dimenticata di come ci si diverte. Diede un ultima occhiata alla strada appena percorsa, poi con un sospiro si avviò in direzione dei festeggiamenti. Appena giunta si ritrovò nel mezzo di una girandola di suoni, colori e gioia. Tutto ciò le strappò un sorriso. Si guardò attorno nel tentativo di riconoscere qualche volto familiare, si mise in punta di piedi e scorse Nia, la ragazza che aveva conosciuto alla fiera. Si vergognava molto ad avvicinarsi, dato che la ragazza era in dolce compagnia, ma non fece in tempo a rimettersi sui talloni che la giovane agitò una mano in sua direzione, facendole segno di avvicinarsi. Alquanto sorpresa Lynn si avvicino scansando festaioli piuttosto brilli, finché non la raggiunse. - Buonasera Lynn - - Salve Nia – rispose la giovane. - Speravo di trovare qui anche te – continuò Nia in un sorriso, per poi ricordare che Lynn non doveva conoscere affatto il suo accompagnatore. - Posso presentarti Islington? – le disse allora, indicando il giovane biondo accanto a lei. Lynn porse la mano e si accorse che quel ragazzo era lo stesso che tanto aveva insistito affinché fosse lì. La ragazza si esibì in una piccola riverenza poi, stringendo elegantemente la mano di Islington, si rese conto che lui era effettivamente chi credeva che fosse. - Oh....tu sei il ragazzo che ha tanto insistito per invitarmi – disse. Lui sorrise, ma Nia si fece improvvisamente più attenta. – Insistito… in che senso? – Lynn avvertì una certa minaccia nell’atteggiamento di Nia, ma non era tipo da lasciarsi intimorire troppo facilmente e aveva dalla sua la piena consapevolezza di non aver fatto né detto nulla di male o di compromettente. – Ci siamo incrociati per caso lungo il viale principale, e mi si è avvicinato per invitarmi, insistendo perché mi presentassi – Lo sguardo di Nia si posò malevolo sull’angelo, intenso, indagatore, come se volesse scrutargli l’animo fin nel profondo, ma lui la guardò sereno, confuso per un secondo, prima di distogliere l’attenzione da lei e lasciarsi sfuggire una leggera risata divertita. - Algor mi ha chiesto di radunare più gente possibile, e io ho sempre pensato che le feste numerose siano le più divertenti: per questo ho insistito perché venisse – Riaprì gli occhi che aveva socchiuso e lanciò a Nia un’occhiata vivace e dolce allo stesso tempo – Ed è inutile che tenti di sondare la mia coscienza: non ci riuscivi prima e meno che mai ci riusciresti adesso – Nia inarcò entrambe le sopracciglia ed incrociò le braccia, irritata: quando Caligo era caduto in catalessi dentro di lei, aveva perso la capacità di sentire le coscienze di chi la attorniava, nonostante avesse mantenuto intatti gli altri poteri. Su Islington quel potere non aveva mai funzionato… ma a lei interessava molto di più sondare la coscienza di Lynn. Chissà che lei non fosse rimasta affascinata da Islington: dopotutto, restava sempre tra le creature più belle lì presenti… - Non dirmi che ti sei ingelosita – disse il ragazzo, rispondendo alla sua espressione irritata con uno sguardo tenero. – Non ti fidi di me? - Nia si raddolcì un poco: – Di te mi fido… - disse con un filo di voce - … ma non so cosa pensare di lei – Voltò il capo verso Lynn, e il suo volto subì una trasformazione radicale, diventando di colpo scuro e perfido. La schiena della giovane dea fu attraversata da un brivido, ma la ragazza riuscì a non scomporsi e a parlare tranquillamente. – Sono venuta perché non avevo altro da fare e perché non volevo disattendere l’invito... – rispose calma – e poi, ho pensato che passare una serata spensierata fosse una buona idea. Non sei del mio stesso avviso? – L’ultima domanda fu posta con un tono diverso, come se fosse una sorta di avviso, un modo per far capire a Nia che non era necessario stare all’erta in quel modo e che stava rovinando l’atmosfera festosa del luogo. Erano tutti lì per divertirsi e di certo non era il caso di farsi prendere da stupide gelosie. Nia percepì a chiare lettere il messaggio e tirò un respiro profondo: doveva rilassarsi, almeno per quella sera. Per di più, Lynn sembrava sinceramente non interessata ad Islington. – D’accordo, facciamo finta che io non abbia detto nulla – sospirò, roteando appena gli occhi. Si strinse di nuovo al braccio del cherubino con fare languido e sorrise appena alla ragazza – Scusa l’accoglienza poco calorosa… - - Non fa nulla - - Non pensavo fossi ancora ad Averoth. Hai deciso di stabilirti qui? – In cuor suo, Lynn tirò un sospiro di sollievo di fronte alla possibilità di portare avanti una civile conversazione con Nia, anziché subire una sua eventuale scenata. – In effetti, sì – rispose, scaldando un po’ il tono della voce – Ho trovato un’abitazione al confine tra il centro della città e il bosco, nei pressi del parco. Questo posto ha qualcosa di particolare, per questo ho deciso di passarci un po’ di tempo, anche se non conosco ancora nessuno oltre voi due… - Islington stava per rispondere, ma una voce che chiamò il suo nome spinse tutti a lasciar cadere il discorso per voltarsi. Un giovane alto e dal fisico prestante, vestito in modo semplice ma elegante, si avvicinava speditamente a loro con passo sicuro. I lunghi capelli di un insolito colore tra il nero e il blu danzavano di fronte al suo viso ad ogni passo ma, grazie allo scintillio dorato che c’era nei suoi occhi, era facile riconoscere chi fosse. Una volta vicino a loro, Alexis salutò l’amico con una pacca sulla spalla, che Islington ricambiò scherzosamente. - Ma dove diamine sei scomparso? Non ti si vede quasi più! – esclamò allegramente il demone, con sul volto un’espressione allegra ma inquisitoria. - Ho avuto da fare… - - Certo, lo immagino… - disse Alexis, illuminandosi improvvisamente e scoccando un’occhiata maliziosa oltre l’angelo. Aveva notato Nia avvinghiata al braccio dell’amico e di certo capì di non poterlo biasimare per l’improvviso carico di ‘impegni’. – Tu devi essere Nia – affermò, facendo un passo verso di lei ed inchinandosi in un elegante baciamano che lasciò la ragazza di stucco, anche se in qualche modo lusingata. – Islington mi ha parlato di te. So che vi siete conosciuti alla festa di Yule… e, a quanto pare, lui ha avuto più fortuna del sottoscritto – Sorrise tristemente tra se e se, ripensando a come la sua dama, quella sera, fosse fuggita senza che si fossero nemmeno presentati tra loro. - Io sono Alexis, è un piacere conoscerti finalmente di persona – Alzò il capo, incrociando così i nerissimi occhi di Nia, e un tremore lo colse improvvisamente per un breve istante. Non era un brivido dettato dal fascino della ragazza, né il normale nervosismo che Nia solitamente incuteva a chi aveva davanti; il suo era puro e pietrificante terrore, scaturito dal profondo e tirato fuori da qualcosa che avvertiva nelle viscere di quello sguardo bruciato che lo scrutava incuriosito… Nia fece scivolare la sua mano via da quella del demone, un po’ irrigidita da quel tremore improvviso che aveva avvertito, ed inclinò il capo da un lato, osservandolo attentamente. – Strano, hai un’aria familiare… - disse, quasi soprappensiero – Forse ti ho già incrociato per strada senza rendermene conto, ma sono certa di averti già visto altrove… Ora che ci penso, potrei averti scorto in qualche ricordo di Caligo, visto che sei un demone – concluse con aria pensierosa. A sentir nominare Caligo, il respiro di Alexis si mozzò di colpo, e il ragazzo comprese il perché dell’apparentemente insensato attacco di panico che l’aveva colto. - Ho centrato il bersaglio, vero? – disse Nia, accorgendosi della reazione del giovane – Riesco a leggere i suoi ricordi, sai? Ma non ti preoccupare, è ridotto piuttosto male e non credo che stasera avrai a che fare con lui… - Lynn era rimasta in disparte dalla conversazione, ma adesso cominciava a sentirsi a disagio e a capire ben poco di quel che veniva detto. – Scusatemi, ma chi sarebbe questo Caligo? – chiese, spezzando il silenzio e ricordando agli altri che anche lei era lì presente. - E’ il demone che è in me – spiegò semplicemente Nia – Ma negli ultimi tempi sono cambiate alcune cose… e dubito che riuscirà a prendere ancora il sopravvento sul mio corpo. Potete stare tranquilli – Un sorriso mesto e cupo apparve per qualche momento sul suo viso, ma poi sparì lentamente, per lasciare il posto ad un’espressione scura e pensierosa, sofferente. Islington strinse a se la ragazza come per confortarla, e lei parve riacquistare subito un po’ di vigore. Nel frattempo, con l’atteggiamento e i modi di un vero gentiluomo, Alexis si presentava anche a Lynn e si scusava per non averle subito prestato attenzione. La giovane rimase piacevolmente colpita dai suoi modi galanti e arrossì leggermente, gradevolmente intimidita dall’affascinante sorriso che il demone aveva sfoderato per farsi perdonare più in fretta, ma con un pizzico di dispiacere lo vide allontanarsi senza dare inizio a nessun tipo di conversazione. - Adesso scusatemi, signorine, ma, se non vi dispiace vorrei scambiare un paio di parole con il mio amico. Nia, ti offendi se te lo rubo per un po’? - - Se proprio non puoi farne a meno… - Con un sorriso cortese, Alexis afferrò Islington per una spalla e lo trascinò via con se. Il giovane si girò un’ultima volta a guardare Nia con faccia divertita e, alzando appena le spalle, le comunicò qualcosa che sembrava simile a ‘Cosa vuoi farci? Sono molto richiesto’. Nia scosse la testa, sorridendo anche lei, e gli mandò un bacio. Ora erano sole lei e Lynn. - Un po’ di tranquillità – disse, voltandosi verso la ragazza – Adesso possiamo chiacchierare un po’ tra noi, fanciulla - Lynn era felice di poter serenamente conversare con una persona sola senza troppo caos attorno, e ancora di più lo era di fronte alla prospettiva di conoscere meglio quell’inquietante e folle mistero che era Nia, anche se, a quanto pareva, provavano l’una per l’altra una singolare simpatia… Cominciarono a camminare al limite della folla, parlando del più e del meno, evitando accuratamente argomenti come Caligo o Dee reincarnate, cosa che metteva entrambe perfettamente a loro agio, ma la loro chiacchierata non durò molto, perché un volto familiare si avvicinò a Nia a grandi passi. - Nia! Finalmente riesco a raggiungerti! - Algor camminava spedito verso di loro con un enorme sorriso stampato in faccia. Era allegro, troppo allegro… e se Nia e Lynn avessero saputo della conversazione appena terminata tra lui e Nairya avrebbero subito capito il perché di tanta gaiezza forzata. - Ti ho visto arrivare un secolo fa insieme ad Isling, ma non sono riuscito a raggiungervi… - disse veloce – A proposito, lui che fine ha fatto? – - Un suo amico l’ha rapito – rispose Nia con un sorrisetto ironico. Ma Algor sentì la risposta a metà, perché il suo sguardo si era posato su Lynn che, come ogni incarnazione divina che si rispetti, era una creatura incantevole. – Buonasera – la salutò una volta superato il momento di stupore – Sei un’amica di Nia? Io mi chiamo Algor e sono stato io ad organizzare questa festa – Lynn s’inchinò appena come aveva fatto con Islington. – Il mio nome è Lynn VanCross, e mi sono trasferita qui da poco – “Perfetto” si disse Algor – Allora, non conoscerai molta gente – ipotizzò, anche se era sicuro che così fosse – ma sei venuta nel posto giusto: stasera potrai conoscere tutta Averoth; o almeno, i suoi abitanti più particolari… - Porse il braccio alla bella giovane con il suo solito fare simpatico e spigliato, che avrebbe messo a proprio agio chiunque ma intimoriva un po’ le persone riservate come Lynn – Permettimi di accompagnarti personalmente, e tu, Nia, che ne dici di farci compagnia? – Si sporse verso Nia, ma quella sentì improvvisamente freddo e prese a strofinarsi le braccia con le mani. Di nuovo, non seppe spiegarsi il perché… – No, no fa nulla… andate pure da soli – - Starai scherzando?! – esclamò il ragazzo - Tu sei il motivo principale per cui ho dato questa festa… - guardò Nia con dolcezza, come se fosse sua figlia, un enorme successo di cui andare fieri – Non ti lascerò sola qui ad annoiarti - Nia non poté che apprezzare il modo in cui Algor non volesse isolarla dal resto del mondo. Fino adesso, soltanto lui oltre ad Islington e forse anche Lynn, dimostrava apertamente di non avere problemi a starle vicino; ma stavolta era lei a temere colui che aveva davanti, e non ne sapeva nemmeno il perché…
Mentre Algor tentava con ogni mezzo di persuadere Nia, ma soprattutto Lynn, a tenergli compagnia, due figure uscirono dagli alberi che erano proprio dietro di loro. Quella che si teneva la testa tra le mani era Diane, ripresasi dagli effetti dell’alcool grazie alla fiamma benefica di Arkan, e l’altro naturalmente era il serafino, che la guardava con un misto di severità e tenerezza. - Stai meglio? – - Avresti fatto meglio a lasciarmi ubriaca, almeno non avrei avuto questo tremendo mal di testa – rispose brusca Diane, facendo una smorfia. Adesso era veramente di cattivo umore… Arkan incrociò le braccia, guardandola serio: - E tu avresti fatto meglio a non metterti a bere – - Mi avevano sfidata, Algor mi aveva dato della donnetta! - - Algor cercava solo di non farti restare in mezzo a tutti quei demoni – sbuffò l’angelo, alzando gli occhi al cielo e sospirando: in quel momento si sentiva una specie di badante… - Dovresti smettere di comportarti sempre in modo infantile e impulsivo, quante volte devo ripetertelo? – Aspettò che Diane ribattesse con una delle sue aspre repliche e che gli desse del noioso, ma non avvenne niente. La ragazza si era improvvisamente zittita. – Diane? – Arkan vide che l’esorcista guardava dritto davanti a lei, e si accorse che era ammutolita perché non troppo distante da loro c’era Nia. Veloce come un fulmine, la ragazza si voltò e fece per scappare, ma Arkan la riprese per un braccio. - Lasciami! – sibilò lei, che non urlava solo per non essere sentita da Nia – Lasciami subito! – - No, non lo farò - - O sì che lo farai! – sbottò Diane, dimenandosi come una forsennata – Ti prego… - Ma Arkan era irremovibile: - Se non la affronti adesso no la affronterai mai più. Avete un discorso lasciato in sospeso e credo proprio che sia il caso di chiarirvi il più in fretta possibile – Aveva ragione. Aveva maledettamente ragione. Come quasi sempre, del resto. Diane si calmò e lui le lasciò il braccio. Lei gli lanciò un’occhiata spaventata che l’angelo ricambiò con una ardente, in grado di infondere sicurezza, poi fece una cosa che Diane non si sarebbe mai aspettata: le andò incontro e l’abbracciò amichevolmente, ma la ragazza avvampò e si sentì svenire nella sua stretta. - Coraggio, andrà tutto bene… - Con le gambe tremanti non più per la paura ma per l’emozione e le guance chiazzate di rosso, Diane tirò un profondo respiro e si avvicinò ai tre. Come richiamata da una forza misteriosa, Nia si girò verso di lei, e i loro sguardi s’incrociarono. Fu un attimo. Gli occhi di Diane vibrarono e quelli di Nia si spalancarono di colpo, per poi farsi lucidi e rabbiosi, e senza una parola la ragazza si allontanò in una direzione qualsiasi, disgustata dalla vista della sorella. - Nia aspetta! - Diane si gettò all’inseguimento, sfrecciando tra Algor e Lynn, perdendosi tra la folla e sparendo lì dove anche Nia era scomparsa. Lynn era confusa. – Ma cosa succede? – - E’ una storia lunga… - disse serio Algor, che di colpo pareva un’altra persona. La gravità che aveva in volto non apparteneva affatto al ragazzo allegro che aveva salutato le due ragazze solo cinque minuti prima. – Non prendertela se Nia se n’è andata in quel modo, non aveva intenzione di offendere nessuno, ma non credo potesse essere capace di reagire diversamente di fronte a Diane… - Guardò Lynn con una profondità tale da lasciarla incredula – Forse, un giorno, ti racconterà di persona cosa è successo tra loro, ma adesso non è affar nostro. Forse è meglio non pensarci troppo e andare con gli altri ospiti, ti va? – Porse nuovamente il braccio a Lynn, che stavolta non se la sentì di rifiutare la proposta, e insieme si diressero verso il falò che ancora scoppiettava in mezzo alla radura.
Nel frattempo Alexis spingeva Islington sempre più distante dalla folla e da Nia. - Ehi Isling, non ti ho mai visto così cotto di una ragazza... Ti ha proprio stregato, vero? - chiese il demone con una mezza risata. - Sì Nia è fantastica... - rispose l'angelo, cercando in lontananza la sua bella, ma si accorse che si era come volatilizzata: infatti Lynn VanCross si stava dirigendo verso il falò insieme ad Algor e dell'indemoniata non c'era più traccia... - Per essere una posseduta ha qualcosa di strano addosso: sembra padrona di sé stessa e possiede comunque un buon autocontrollo... - riprese Alexis, riportando su di sé lo sguardo dell'amico - A proposito di autocontrollo... La tua amica, Nairya, quella con cui ho ballato alla festa... è per caso posseduta anche lei? - chiese ripensando a come era stato accolto dalla ragazza l'ultima volta che si erano visti. - No, direi decisamente di no. Perché me lo chiedi? - chiese l'angelo sorpreso da quella strana domanda. - A meno che non soffra di disturbi da personalità multipla, direi che è parecchio strana anche lei... Alla festa sembrava essere una ragazza molto dolce, ma la sera in cui sono andato da lei n...- ma Isling interruppe subito la sua frase con una faccia sconvolta. - Cosa?! Sei andato da lei?! Vuoi dirmi che ti ha invitato da lei, a casa sua? - chiese ancora più scioccato. - Tecnicamente... no. Ma alla festa... - risposte il demone, leggermente in imbarazzo, ma fu nuovamente interrotto. - Sei andato a casa sua senza invito?! E sei ancora vivo?! - Alexis lo guardò con aria decisamente stupita: non riusciva a capire il discorso dell'amico. In fondo che male c'era? Non era stato invitato, ma non si era mica introdotto in casa come un ladro nel cuore della notte! Era stata lei a lasciare la porta aperta, come per invitarlo ad entrare… - Sì, anche se non ho certo avuto l'accoglienza che speravo... Mi ha puntato una spada al collo e anche dopo avermi riconosciuto mi ha messo alla porta - rispose lui sconsolato al ricordo di quella notte infausta. Islington invece non sembrava minimamente sorpreso dell'accaduto. - Nairya è fatta così, mi stupisce che non ti abbia incenerito appena varcata la soglia. Ma tu, scusa, come hai fatto a trovarla? Nemmeno io so dove abita se devo essere sincero. E comunque non ti sembra un po' da maniaco infilarsi di notte a casa di una ragazza senza essere stato invitato? - - Dici che ho esagerato? E' che l'ho vista durante la fiera e l'ho seguita verso casa. Certo ci ho messo un po' a riconoscerla vestita a quel modo, ma è un tipo che non passa inosservato e avevo voglia di rivederla. Solo che lei non sembrava essere dello stesso parere. Cioè... prima mi ha puntato la spada addosso poi, quando mi ha riconosciuto, mi ha baciato, ma alla fine mi ha sbattuto fuori, e nemmeno in modo tanto gentile - Alexis ripensava ad ogni dettaglio della serata e ancora non riusciva a capire il perchè di quel repentino cambio di umore nella ragazza. Per lui l'unica spiegazione plausibile, oltre l’ipotesi di un sentimento razzista contro i demoni, era che fosse leggermente schizofrenica, ma l'amico l'aveva assolutamente negato, e non sembrava nemmeno minimamente stupito da quel comportamento. - Lei è fatta così... Te lo avrei detto prima, se solo non ti fossi fiondato come un razzo da lei. Anzi, ti avrei completamente sconsigliato di avvicinarla. Amico mio, mettici una pietra sopra... a meno che tu non sia disposto a giocarti le carte migliori per fare breccia nel suo cuoricino e farle capire che ti dispiace - rispose Islington, prendendolo in giro. Alexis guardava lontano, verso il limitare della foresta, e fu proprio in quel momento che la vide, sola e distratta. - Credo tu abbia ragione. Se vuoi scusarmi, credo che andrò a mettere in atto i tuoi consigli – Il demone si ravvivò i capelli con un gesto elegante, sorrise speranzoso all'amico e si avviò verso il luogo dove aveva visto sparire la ragazza. "Stavolta non accetterò un rifiuto!" pensò determinato tra se e se, lasciando nuovamente l'amico libero di pensare alla festa.
Camminando con passo risoluto, passò dietro a un uomo dai capelli d’argento che conosceva bene. Senza pensarci due volte gli mollò una pacca sulla spalla: - Ehi, Nhar, augurami buona fortuna! – esclamò. Non si fermò a dare spiegazioni né a salutare: teneva gli occhi fissi sulla sua bella e mirava solo a raggiungerla alla svelta. Nhar sembrò cadere da un sogno e ci mise un po’ a riconoscere Alexis: - Oh, sì. Buona fortuna – Ma la sua voce suonò poco convinta e i suoi occhi si persero di nuovo… Sospirando, il drago si guardò intorno. Quella festa gli piaceva molto, aveva rivisto molte delle sue vecchie conoscenze ma mancava la sua protetta, Shaylah. Aveva avuto tanto di quel tempo per pensare a cosa dire, a come dirglielo, e adesso si accorgeva che non serviva a nulla. "Certe situazioni non cambiano mai. Si può pensare un'eternità alle cose da dire, ma nel momento in cui bisogna farlo, tutte le riflessioni diventano vane" Con un sorriso, pose lo sguardo verso il mare, sulle acque illuminate dalla luna. Una voce dolce attirò però la sua attenzione. Non molto distante da lui una bambina girava fra gli immortali con in mano un vassoio, ridendo teneramente. - Delamere... -mormorò fra sé. Con tutta calma si diresse verso la piccola, l'aria tranquilla e un sorriso a trentadue denti, rassicurante. Appena fu abbastanza vicino a lei la picchiettò leggermente sulla spalla. Delamere si voltò rapidamente. - Buonasera Delamere - disse il drago d'argento, senza smettere di sorridere. Non sapeva se la bambina si ricordava di lui, ma poco importava. Aveva solo voglia di parlare con lei, di parlare con qualcuno di così sincero da essere disarmante. L'ennesimo viso familiare, l’uomo che aveva visto appena arrivata alla festa, probabilmente un cliente del cafè di cui non riusciva a ricordare il nome. Un altro sorriso anonimo che celava l'immortalità, in realtà, ma, nonostante la piccola lo capisse, in quel momento ci fece poco caso: erano lì per divertirsi, come uomini, in modo semplice… Allungò verso di lui il vassoio, ridacchiando: - Prendi! - esclamo, inclinando la testa di lato. - E non dimenticare di provarli con le creme! - Consigliò. Quando lui ne ebbe afferrato uno appoggiò i biscotti sul tavolo, incrociò le braccia e attese la sentenza. Il drago non attese a risponderle entusiasta: - Ma che buoni! Li hai fatti tu? - I capelli ondeggiarono assieme al cenno di assenso della bambina: - E' una ricetta della nonna! - Decise che, chiunque fosse, le piaceva. - Ascolta, vieni a ballare con me? Altrimenti che festa è, se nessuno balla? - In tutta risposta, una mano si allungò a cingerle il fianco, e la bimba ridacchiò nell'osservare Nhar piegato per raggiungerlo. - Tranquillo, puoi anche solo tenermi le mani! - Decise, chiedendosi come avrebbero potuto ballare altrimenti, e lo accompagnò fino ad una piazzola d'erba vicino al falò dove c'era abbastanza spazio per volteggiare allegramente. Ridendo, cominciarono a ballare, svolazzando disordinatamente senza alcun ritmo ma con grande intesa, come bambini, entrambi. Ridendo insieme alla bambina, Nhar indirizzò lo sguardo verso i musicisti,che stavano ora diminuendo l'intensità della loro musica per dare più spazio alle chiacchiere degli immortali. - Mi dispiace signori, ma si è parlato fin troppo - disse sorridendo. Con un piccolo gesto della mano in direzione degli strumenti dei musicanti, fece una piccola magia, permettendo alla musica di amplificarsi. I musicisti si guardarono fra di loro, voltandosi poi verso Nhar; fu sufficiente un'occhiata di intesa. - Che ne dici di andare ad arruolare altri danzatori? - chiese gentilmente il drago alla bambina. - A passo di danza, ovviamente -precisò. Con un'altra risata, cinse la vita della bambina, e imitando un ballo appassionato si diresse verso un uomo e una donna che stavano discorrendo poco più in là.
Frattanto che il drago e la bambina si avvicinavano sempre di più ai due, una terza donna si avvicinò al buffet. Venetia aveva sentito il bisogno di controllare che tutto fosse in ordine e ancora sufficiente a soddisfare gli invitati, così era tornata a rassettare il tavolo. - Venetia, non occorre che ti preoccupi tanto, le disse Algor, guardandola affaccendarsi – Perché non pensi a goderti la festa? Qui posso pensarci io - La donna ricambiò il sorriso cortese e sincero del ragazzo alzando un sopracciglio, diffidente. – Non so se posso fidarmi… - - Starai scherzando! Guarda che ho fatto il cameriere un sacco di volte! – esclamò Algor. Subito corse al buffet, si chinò ed estrasse da sotto il tavolo il cestino da pic-nic dove Venetia aveva riposto altre scorte e in pochissimo tempo riempì uno dei piatti rimasti vuoti, sistemando al suo interno una serie di stuzzichini disposti in modo vivace, giocoso e decisamente gradevole, davvero adatto ad una festa allegra. Venetia rimase piacevolmente impressionata. Algor si scostò dal buffet e si esibì in un elegante e composto inchino: - Sono l’uomo delle meraviglie! – disse ridendo. - Sì, hai fatto un lavoro piuttosto buono – confermò sorridendo la donna, senza però scomporsi troppo, restando momentaneamente indecisa se considerare Algor solo un idiota o un immortale che cercava, col suo comportamento, di scacciare il pensiero di un enorme peso... In quel momento, poi, sembrava più allegro che mai, come se stesse cercando di distrarsi il più possibile da qualcosa… - Oh, che maleducato! Non vi ho nemmeno presentate! – disse poi il ragazzo, scattando sull’attenti e lanciando uno sguardo di scusa alla giovane con la quale in precedenza stava conversando. – Lynn, ti presento Venetia: la proprietaria dell’Immortal Theatre Cafè. Credo che tu ci sia passata davanti almeno una volta – Lynn aveva già visto il locale diverse volte da quando era giunta ad Averoth, ma non ci era mai entrata. Si fece avanti, porgendo la mano con una postura quasi nobile, e Venetia fece altrettanto, guardando appena gli occhiali scuri che la ragazza si ostinava ad indossare anche la sera. Lynn temette di sentirsi rivolgere qualche domanda su quella sua insolita abitudine, ma Venetia non chiese nulla in proposito, dimostrandosi come al solito discreta e affatto invadente. La giovane dea le rivolse un timido sorriso di ringraziamento. - E’ un piacere conoscerti, Lynn – esordì la donna con cortesia – Sei nuova del posto? - - Sì, mi sono trasferita da poco, e devo ammettere che non sarei nemmeno qui se un ragazzo biondo di nome Islington non mi avesse fermata per strada e invitata – Venetia rise portandosi una mano alla bocca: - Quell’angelo non cambierà mai! – - Sì – s’intromise Algor - Bisogna proprio dire che ha fatto un lavoro fantastico: guardate che folla, sentite che musica! - Strinse gli occhi, osservando una coppia di ballerini che si faceva largo verso di loro. – Quelli non sono Nhar e Delamere? - I due danzatori giunsero al buffet con un ultimo volteggio, si presero per mano e s’inchinarono ai tre. – Volete partecipare alle danze, signore? – domandò Nhar, mentre Delamere sorrideva estasiata reggendo con una mano la sua gonna. Algor colse la palla al balzo e scattò in avanti. – Certo che sì! – disse con forza – Non posso perdere l’occasione di chiedere un ballo alla dama più bella di tutta Averoth! – Venetia sollevò gli occhi al cielo: – Algor, ti prego… - ma la sua voce suonò doppia: Lynn aveva parlato insieme a lei, dicendo le stesse identiche parole. Le due si lanciarono uno sguardo perplesso, e Algor tossicchiò imbarazzato. - Ecco… Veramente, io mi riferivo a Delamere. Spero che a Nhar non dispiaccia se gli rubo la ballerina… – disse; e lasciando le due donne basite, porse sorridente la mano alla piccola, che accettò entusiasta l’invito e se ne andò con lui davanti al falò. Ridendo divertito, Nhar guardò i due allontanarsi insieme. Rivolse poi l'attenzione alle due donne che si trovavano di fronte a lui. - Oh mie care dame, non offendetevi per la scelta di Algor! Delamere è senza dubbio la più bella signora di tutta Averoth, ma fidatevi, anche voi siete valide rivali per la sua bellezza... - con un sorriso lascivo e volutamente ironico, il drago si inchinò di fronte a Venetia. - Mi dispiace lady Lynn, ma ho scelto Venetia come mia compagna per questo giro di ballo... Sapete, è un'amante delle danze! - Ridendo si rivolse direttamente alla proprietaria del caffè: - Allora, milady, mi concedete l'onore di un ballo con la vostra graziosissima persona? - Le parole furono seguite da un sorriso sincero, amichevole, un chiaro invito a cogliere l'opportunità di godersi un momento di pace insieme ad un vecchio amico. Venetia rise, divertita dall’amico che sapeva fin troppo bene quanto in realtà lei non amasse affatto danzare. Quello che Nhar stava facendo era solo l’ennesimo tentativo di convertirla alla gioia della danza che era e rimaneva una delle poche passioni artistiche che i due non condividevano. Perciò afferrò delicatamente la mano del suo potenziale cavaliere, la strinse in modo affettuoso e con un dolce sorriso si congedò. – Sono spiacente, gentile signore, ma sono sicura che al buffet hanno bisogno del mio aiuto, perciò è con estremo piacere che vi lascio in compagnia di Lynn che, ne sono certa saprà essere una splendida danzatrice – Così dicendo rivolse un sorriso anche alla giovane che ricambiò mentre la donna salutava entrambi con un cenno del capo per tornare verso un buffet che, specialmente dopo la dimostrazione di Algor, era già perfetto e non necessitava alcun aiuto. Ma adesso non era più il cibo ad attirare la sua attenzione: da molto aveva notato la presenza di Owen dal lato opposto della lunga tavola, e pensò che per un momento poteva smettere di preoccuparsi dell’ordine del buffet…
Mentre Owen era intento nel difficile tentativo di ingoiare l’ennesimo boccone enorme, una figura gli si avvicinò alle spalle: una donna vestita di rosso che camminava a passi svelti e decisi. Quando gli apparve di fronte quasi l’uomo si strozzò per la sorpresa di trovarsela nuovamente davanti. Gli ci volle qualche momento per mandare giù il boccone e, quando finalmente ebbe la bocca libera, pensò bene di allungare la mano per afferrare un’altra tartina; ma Venetia, che si aspettava quella mossa, si mosse più rapidamente. Schiaffeggiò così forte la mano di Owen che più di qualche persona si voltò per vedere chi fosse il proprietario del volto destinato all’impatto. - Allora, che cosa vuoi, Owen? – Venetia aveva imparato da tempo che con certe persone le buone maniere sono energia sprecata e Owen non era il tipo da annoverare la cortesia tra le qualità piacevoli da riscontrare nelle persone. - Mi trovavo qui per caso e ho visto tanta bella gente… - - Non credere di prendermi in giro – lo interruppe lei alzando un sopracciglio. - Hai ragione, scusa, in realtà della gente non me ne frega niente, sono qui solo per il cibo – ribatté lui con una faccia da schiaffi. - Voglio sapere cosa ci fai qui ad Averoth, chi o che cosa cerchi, che genere di lavoro stai facendo, cosa cerchi vicino al mio locale e, soprattutto, cosa c’entra con te Delamere! – Owen passò in rassegna la figura che aveva di fronte da capo a piedi e ritorno con l’aria di chi sta cercando di capire per quale remota ragione stia dando ancora retta a quella persona. Dopodiché girò lo sguardo intorno a sé, verso il falò, verso il gruppo dei demoni e sospirò a lungo - Mi sembra di capire che non sono affatto gradito a questa festa – disse con aria falsamente affranta – Sarà mia premura assicurarmi che nessuno qua debba più sopportare la mia presenza ulteriormente – così dicendo Owen superò Venetia a grandi passi senza nemmeno accennare ad un saluto. Passò accanto anche a Xardas ma nessuno dei due fece alcun cenno. Un attimo prima che la foresta lo inghiottisse sia la donna che il mago videro alzarsi una nebbia dapprima appena accennata poi sempre più densa che lo avvolse ed, infine, lo rese invisibile ai due. Fino a quando la nebbia si dissolse rapidamente rivelando che Owen era sparito in essa. Venetia sbuffò visibilmente seccata e incrociò le braccia sul petto. Xander non poté non notare l'aria imbronciata della donna e le si avvicinò lentamente. - Quel tizio deve avere l'insolito potere di urtare chiunque gli stia intorno – disse lui con aria pensierosa, come se stesse parlando a se stesso. Venetia capì che quelle parole erano rivolte a lei e si voltò verso di lui – Tu lo conosci? - - Io?! - chiese lui quasi divertito – Oh no, l'ho visto qui per la prima volta - Beh, se vuoi un consiglio, stagli alla larga – sbottò lei per poi avviarsi verso il centro della festa. Ma Xander fu più lesto e le si parò di fronte così in fretta che lei quasi si spaventò. - Perché mi dici questo? - Alla donna non sfuggì una strana luce negli occhi del mago. Era la scintilla della curiosità, del sottile piacere che solo scoprire cose che ti vengono precluse può dare. E lei si rese conto di essere stata l'inconsapevole fautrice della nascita di quella scintilla. Insinuando quel piccolo dubbio sulle intenzioni di Owen non aveva fatta altro che stuzzicare la curiosità di Xander ed ora era vagamente pentita di essere stata così leggera da pensare che il mago potesse essere immune da quella umana debolezza. Decise che ormai il danno era fatto e tanto valeva essere sincera. Non era certo sua intenzione rivelare i dettagli del loro incontro e del motivo per cui i loro rapporti si erano così incrinati, ma non avrebbe certo indorato la pillola solo per tacere su alcuni dettagli. - Quell'uomo si chiama Owen O'Grady e porta solo guai. E' un calcolatore, manipola le persone per il proprio tornaconto e si approfitta di ogni tua debolezza solo per ricavarci qualcosa - Xander l'ascoltava con attenzione mentre quella luce si faceva sempre più incandescente. Era chiaro che qualcosa stava macchinando nella testa di quello strano individuo, ma per quanto le riguardava aveva detto tutto quello che aveva da dire su Owen O'Grady. E la sua espressione lo comunicava chiaramente. Ma Xander non sembrava intenzionato a lasciar cadere così facilmente la questione. - Sembri conoscerlo molto bene - Per un attimo la donna colse quell'insinuazione come qualcosa di malizioso, ma quando vide l'espressione assorta del mago si rese conto che al momento prendersi gioco di lei era l'ultima delle sue intenzioni. - Diciamo che l'ho conosciuto quanto basta per imparare la lezione - - Perché? Che cos'è successo tra di voi? - Venetia non aveva alcuna intenzione di rivelarlo, decise di mantenersi sul vago per soddisfare la curiosità dell'uomo quel tanto che gli bastasse per lasciarla andare – Diciamo che ha avuto bisogno del mio aiuto, ma non si è rivelato riconoscente come avevamo pattuito. Tutto qui - La verità era che Venetia non aveva intenzione di apparire come una donnetta che si lamenta per essere stata presa in giro da un Don Giovanni perciò si premurò di precisare il fatto che il loro era un semplice accordo di scambio di favori. pensava che questo sarebbe stato sufficiente a soddisfare la sua curiosità invece notò che lo sguardo del mago si accendeva di nuovo entusiasmo. - Il tuo aiuto, hai detto? Ti riferisci ad un aiuto con degli spiriti? - - Naturalmente - Adesso l'attenzione di Xander era tutta per Venetia. - Che genere di aiuto ti aveva chiesto? - La donna inclinò leggermente la testa sulla spalla destra e alzò un sopracciglio – Credo che per me la festa finisca qui, ho già perso sin troppo tempo a causa di quell'individuo e ora voglio tornare a casa. Buona serata, Xander - Così dicendo la donna superò il mago che la seguì col solo sguardo mentre si dirigeva verso il falò.
Dopo aver lasciato Alexis, Islington aveva iniziato a guardarsi attorno alla ricerca di qualcuno. Qualcuno che individuò immediatamente. Il giovane sapeva esattamente dove trovare la persona che stava cercando e questa, immancabilmente, si fece trovare esattamente dove ci si aspettava potesse essere. Venetia era indaffarata attorno al buffet... Aveva atteso che si allontanasse da esso e dall’uomo col quale stava conversando, per poi raggiungerla attraverso la folla. Venetia era ancora decisa a tornarsene a casa, quando l'angelo la fermò con un lieve tocco della mano sul suo braccio. - Te ne stai già andando? - Era chiaro che la donna era stanca, ma ciò che le disse Islington subito dopo e la sua espressione contrita la convinsero a restare. – Ho bisogno di fare quattro passi - Lei annuì in silenzio, non era necessario aggiungere altro. Si allontanarono insieme, lasciandosi tutto il resto alle spalle.
Intanto un’ombra fugace scivolava tra gli alberi, cercando di allontanarsi in fretta dalla festa, e Diane la inseguiva affannata, correndo più veloce che poteva. - Nia! Nia, ti prego, fermati! – Ma Nia non si fermava. Continuava a correre, poco armoniosa ma rapida, facendo di tutto per essere più lesta di Diane; ma il vestito era troppo attillato e le era d'impaccio, nonostante gli spacchi, e gli stivali a tacco alto non erano il tipo di calzatura più adatto alle corse nei boschi. Poteva sparire nelle ombre, poteva spiegare le sue ali e volare via, infischiandosene del vestito che si sarebbe rovinato… ma stava male solo a pensare a due simili possibilità. Aveva messo a tacere Caligo solo da qualche giorno, e quei gesti le ricordavano troppo il demone che voleva dimenticare… Non era ancora pronta ad usare di nuovo i suoi poteri demoniaci, dovevano passare altri giorni perché si sentisse sicura di poterli adoperare senza svegliare il mostro celato in lei. Inevitabilmente, inciampò, e questo permise a Diane di raggiungerla. La ragazza guardò la sorella distesa a terra: Nia era caduta a faccia in avanti e adesso giaceva rannicchiata sul terriccio oscuro. Per un momento, fu come rivedere la scena avvenuta subito dopo l’esorcismo e Diane fu scossa da un brivido, mentre credeva di vedere sussultare e tremare la posseduta. Ma era solo un’illusione. Nia era perfettamente immobile. Non respirava neppure… - Nia? – La voce di Diane tremava. Non ebbe risposta. – Nia… ti sei fatta male? - Silenzio. - Nia… - - Si può sapere che vuoi? – Il velenoso sibilo di Nia tolse all’esorcista ogni parola. Le mani dell’oscura si contrassero, affondando le unghie nella terra e lasciando profondi solchi su di essa. Lì dove si trovavano non arrivava quasi nessuna luce, e l’ombra della notte e delle fronde dominava su tutto… - Cosa… diavolo… vuoi? - Diane sentiva la sua gola essersi fatta improvvisamente secca e riarsa. - Io… Io voglio… - - LASCIAMI IN PACE! - Con un ruggito, Nia scagliò contro la sorella una pioggia di terriccio strappato con le mani, alzandosi di scatto in ginocchio e guardando la ragazza con occhi feroci che, però, perdevano lacrime. - Non ti basta quello che mi hai fatto fino adesso? Non ti basta aver distrutto la mia vita, avermi portato via ogni gioia, avermi strappato dalla luce e dagli affetti soltanto per sentirti al centro dell’attenzione? – Ogni parola era uno sputo di rabbia e ad ogni sillaba si accompagnava il gesto furioso delle mani che continuavano a lanciare terra alla ragazza: - Viscida, egocentrica, schifosa, lurida… bastarda! – Afferrò per caso una pietra e lanciò anche quella, colpendo Diane in pieno stomaco, costringendola a piegarsi in due. – Traditrice! – In un lampo era in piedi, e teneva la sorella inchiodata ad un albero, col viso dalla parte del ruvido tronco. Diane mugolò per il dolore: la corteccia le graffiava la faccia. – Per favore… - - NON chiedermi favori! – gridò Nia – Non tu! Non dopo quello che hai fatto! - - Mi dispiace – Tra le lacrime dell’indemoniata apparve un sorriso sarcastico; un gelido accenno di risata, beffardo e folle, riecheggiò attorno a lei: - Ah! – Pigiò con più violenza la testa della sorella contro l’albero: - Questo lo hai già detto, e io ti ho già risposto che le tue scuse non valgono niente! Non hanno significato! Non hanno senso! – Strinse forte i corti capelli della ragazza e la gettò brutalmente a terra. – Sei solo un’ipocrita… - L’ultimo sussurro sembrò portarle via ogni energia: si ritrovò a fissare Diane che tossiva e, quando incrociò il suo sguardo, sentì salire le lacrime. Voltò svelta il capo: non sopportava quel sentimento di disperazione che le opprimeva il cuore, non lo tollerava! Diane le aveva fatto del male, eppure sentiva che non sarebbe mai riuscita a vendicarsi. Sapeva solo piangere… - Non voglio vederti mai più finché vivi – sentenziò infine con durezza nella voce – Stammi lontana… o ti uccido – A Diane sembrava di aver perso la voce. Impallidì alle parole della sorella e muta la osservò mentre iniziava lentamente ad allontanarsi da lei, ma non poteva commettere anche l’errore di lasciarla andare… Traballante, si alzò. Era come paralizzata, presa dal panico, ma la paura di vedere Nia sparire per sempre fu più forte e le donò di nuovo la parola: - Correrò il rischio! – Nia smise di camminare. Inclinò la testa da un lato e la rovesciò all’indietro, così da poter intravedere Diane senza voltarsi. – Come, scusa? – - Non… Non ho alcuna intenzione di… di starti lontana per sempre, perciò… correrò il rischio di essere uccisa – Gli occhi di Nia si strinsero e le due anime della posseduta ebbero la stessa impressione, cioè che l’esorcista avesse perso il senno, e Diane stessa aveva il sospetto di essere impazzita… - Non sfidarmi, piccola Diane: potresti pentirtene… - - Voglio solo parlarti – - Hai tre secondi per sparire, prima che io ti sventri – - Nia… - La posseduta si voltò, piantando le sue enormi pupille nelle iridi della sorella: - Uno… - - Non puoi… - - Due… - Gli occhi di Nia erano due pugnali che ferivano col proprio odio. La giovane pareva realmente sul punto di scagliare un letale attacco: i suoi muscoli erano contratti e le gambe tese e pronte al balzo, ma proprio in quel momento Diane ricordò le parole di Arkan e tentò il tutto per tutto: - Non lo farai, Nia – Lo sguardo risoluto e improvvisamente coraggioso dell’esorcista destabilizzò la posseduta, che smise di contare: - Non ne sarei così certa – - Invece lo sono! – Diane fece un passo avanti, sperando con tutta sé stessa che quelle appena dette non si rivelassero le sue ultime parole. – Tu mi vuoi ancora bene, Nia, ammettilo. Non troveresti la forza di uccidermi proprio come io non troverei il coraggio di abbandonarti di nuovo a te stessa. Siamo sorelle e non possiamo cancellare quello che c’è tra noi, quello che c’è stato tra noi! Per tanto tempo siamo state tutto l’uno per l’altra: la vera famiglia, la migliore amica, la spalla su cui piangere… tutto! E’ vero, ho ottenuto questo posto nel tuo cuore con l’inganno, ti ho ferita, ti ho condannata, ma… - Inghiottì: ora che aveva iniziato era facile parlare, ma il volto imperscrutabile di Nia le faceva temere un eccesso di rabbia demoniaca ogni volta che riprendeva fiato - … ma ti ho sempre voluto bene. Quando ho fatto in modo che restassi isolata dal resto del mondo, all’inizio l’ho fatto davvero solo per invidia, ma poi ho continuato semplicemente per il desiderio di mantenere vivo quel legame unico e speciale che era nato tra noi. Era così bello, Nia… e sapevo per certo che, se fossi tornata ad una vita normale, tutto sarebbe finito: avresti trovato tanta gente pronta a stimarti, ad amarti… Non volevo essere dimenticata, quando tu per me contavi più di ogni altra persona. Lo so, ho sbagliato, mi rendo conto che ho voluto essere in primo piano anche nei tuoi pensieri ma… non volevo… perderti, io… ti volevo solo per me – Pronunciò l’ultima frase tutta d’un fiato, spaventatissima, ma appena l’ultima parola lasciò le sue labbra si sentì bene, tremendamente bene. Nia non accennava a muoversi e questo le diede fiducia: forse non era ancora scoccata la sua ora…
Quell’attimo di sospensione, però, fu breve. La bocca di Nia tremò leggermente, prima che gli occhi di quella smettessero di apparire stupefatti e si strizzassero in un chiaro segno di disgusto:- Puah! Sembra una dichiarazione d’amore! – esclamò, schifata – Questa tua ammirazione mista ad un’invidia morbosa e… e questo tuo comportamento possessivo, maniacale... Non ti credevo in grado di covare ild desiderio dell'incesto, ma a quanto pare è così – Diane arrossì e la guardò con una punta di stizza: - Io non ti amavo in quel senso… - sussurrò. Nia roteò gli occhi: - Ah, nemmeno te ne rendi conto! Proprio come non ti rendi conto che ormai è inutile venire qui a confessarmi i tuoi sentimenti, a spiegarmi le tue ragioni, a cercare d’impietosirmi con la storiella della tua anima pentita, usando come scudo l’affetto che provavamo l’una per l’altra! Non avrai mai il mio perdono! - - E’ proprio questo che cercavo di dirti – Diane fissò la sorella dritta negli occhi di tenebra infuocata, dimenticando la paura. Respirò a fondo e si preparò a dire quel che fin da subito avrebbe dovuto capire… - Non voglio il tuo perdono… Non posso volerlo… proprio come non posso esigerlo. Ho sbagliato a chiedertelo, Nia, l’ho capito solo quando mi hai fatto notare quanto la mia pretesa fosse egoista, come tu stessa mi sei venuta davanti dicendomi che non ti aspettavi un mio perdono, ma solo una mia accettazione dell’accaduto, una consapevolezza del fatto che le cose erano degenerate e non potevano finire altrimenti… Quindi io non voglio più il tuo perdono, perché sicuramente non arriverà mai, ma… - inspirò e chiuse gli occhi - … ma ti chiedo di accettare me e gli errori che ho fatto, e di avere almeno un briciolo di compassione nei miei confronti. Non allontanarmi da te, ti prego: odiami, evitami, umiliami quanto ti pare, ma dammi la possibilità di restare qui e, magari, di provare in qualche modo a meritare di nuovo una sorella - La posseduta girò il voltò da un lato, nascondendolo tra i lunghi capelli, e Diane azzardò un passo in avanti: - Per favore, sei tutto quello che mi rimane! Noi siamo tutto ciò che resta della nostra famiglia! - - Una famiglia che tu hai contribuito a distruggere – Dal terreno cominciarono ad alzarsi delle ombre che, lentamente, presero a fluttuare attorno a Diane, circondandola come catene pronte a stringersi attorno a lei. Nia aveva ancora timore dei suoi stessi poteri, ma se c’era un momento per ricominciare ad usarli era proprio quello, perché la rabbia in lei stava crescendo al punto tale da far fuoriuscire le ombre dal suo controllo. Tanto valeva, quindi, muoverle di sua spontanea volontà… Strinse a pugno il palmo della mano, e le ombre che avevano iniziato a muoversi da sole tornarono quiete sotto il suo diretto comando, avvolgendo strette il corpo di Diane come una nera fune. - Non illuderti d’incantarmi con questi tuoi teneri discorsetti, non ci sperare nemmeno per un secondo. Ho capito a che gioco stai giocando: hai capito che ti conviene avermi di nuovo bendisposta nei tuoi confronti perché temi la mia vendetta, o semplicemente perché ti sei stufata di essere sola; sei qui a parlarmi solo perché è il tuo animo egoista a spingerti a farlo. In questo momento non pensi a me, non pensi nemmeno a noi ma solo a te, a quel che ti occorre per tornare a fare la bella vita! – La morsa delle ombre si strinse, facendo crollare l’esorcista sulle ginocchia, e Nia le fu subito vicina, accovacciata davanti a lei per poterla guardare bene negli occhi. – Sei sempre la stessa, Diane: falsa e meschina; ma stavolta ti è andata male: non sono più la scema di un tempo, e non rinuncerò a vendicarmi di te - Diane rizzò rapida il capo, le pupille ridotte a fessure: - Ma non l’hai ancora capito? Hai già avuto la tua vendetta! L’hai avuta la notte che hai sterminato la nostra famiglia, che hai distrutto anche la mia vita, che mi hai condannata ad essere costantemente arsa dai sensi di colpa! L’hai avuta nell’esatto momento in cui hai ceduto, perché mi hai apertamente mostrato le mostruose conseguenze del mio comportamento spudorato, mi hai fatto sentire sulla mia pelle quanto male avevo causato, mi hai fatto soffrire come mai avevo sofferto e mi hai posto sulla coscienza il peso di tutti quei cadaveri a me cari… – Rapide scintille brillavano lì dove la fioca luce della luna bagnava il viso della ragazza: le guance di Diane erano bagnate dalle lacrime e Nia poteva vederlo bene… - E’ stato allora che ti sei vendicata di tutto il male che ti ho fatto, Nia. Hai avuto la tua vendetta quella notte stessa, soltanto che tu non lo sapevi… - E Nia parve riflettere sopra quelle parole. Ricordò ogni particolare della sera del delitto, soffermandosi al momento in cui Diane si era ripresa dal colpo che Nia le aveva inferto alla nuca per stordirla e aveva trovato davanti ai suoi occhi lo scempio più totale. Nia in quel momento era esausta e presa dall'estasi: il demone era appena entrato in lei, portandola momentaneamente in uno stato catatonico, ma le grida di Diane erano giunte ugualmente alle sue orecchie. Aveva visto quello sguardo inorridito, il terrore e la disperazione riflettersi su quel giovane viso, le mani tra i capelli e sulle orecchie, quasi che quel gesto potesse cancellare l'accaduto. L'aveva vista scivolare sul sangue del loro padre e inciampare sopra il cadavere del cugino inaspettato che era morto al suo posto, diventando la decima vittima richiesta dal patto stretto col demone. E in quel momento, Nia fu certa di aver acceso l'inferno nell'animo della sorella, di averla condannata a provare un odio che era stata costretta a spegnere a causa dei sensi di colpa, di averle rovinato ogni piano avesse preparato per rendere ancor più perfetta la sua vita e averla anche costretta a non lamentarsi di questo, a restare zitta col capo abbassato senza ricevere la soddisfazione del disprezzo e della vendetta perchè consapevole di essere la reale colpevole della strage. Ma anche Nia era colpevole... colpevole di essere la mano dell'omicidio. Colpevole di amare ancora quella sorella bugiarda e perfida che la sofferenza aveva reso meno stupida di un tempo. Aveva già pagato il prezzo delle sue azioni. Lo avrebbe pagato fino al giorno della sua morte. Al contrario, Nia non aveva risentimento verso il passato, consapevole che le cose potevano andare solo in quel modo, che anche se avesse resistito per altri lunghi anni Caligo avrebbe vinto grazie all'insofferenza della sua famiglia e alla finta ignoranza di Diane. Lei era rinata, mentre Diane si rodeva nella consapevolezza di essere la vera mela marcia. Lei aveva conquistato una nuova vita, Diane era rimasta una povera mortale in cerca di un appiglio perduto. Lei era tornata la sorella vincente. Era vero... aveva già avuto la sua vendetta. Perché rischiare di risvegliare Caligo uccidendo ora Diane? Senza contare che era letteralmente morta per evitare che accadesse... Non avrebbe mai permesso che il proprio dolore e lo sforzo di Islington andassero vanificati: il suo angelo aveva addirittura portato disordine nelle leggi del cosmo per riaverla vicino, non poteva mandare tutto a monte così stupidamente... Le ombre lasciarono libera l'esorcista intanto che Nia pensava bene a quali parole rivolgerle. Ora che la verità era venuta a galla un nuovo legame era sorto tra loro, nessuna delle due poteva negarlo... - Sì, penso di averti già abbastanza tormentato la coscienza in questi anni, e starti davanti come un essere superiore, proprio come temevi accadesse, facendoti sentire più sconfitta che mai mi dona una sadica soddisfazione decisamente piacevole da provare... - Diane abbassò amareggiata lo sguardo. Era vero: aveva cercato di ridurre Nia a una nullità, col solo risultato di renderla più eccezionale di prima, addirittura immortale e dotata di poteri letali. Nia si lasciò sfuggire un ghigno perverso, ma non infierì e andò avanti: - Ma questa soddisfazione mi rende consapevole anche di un altro fatto: che noi condividiamo la stessa cosa, ma la affrontiamo in modo diverso - Il ghigno scomparve, lasciando il posto ad un sospiro profondo - Noi abbiamo la stessa colpa, Diane. Noi abbiamo ucciso la nostra famiglia, io con un coltello e l'influenza di Caligo, tu aiutando Caligo col tuo silenzio e lasciandomi impazzire. Siamo complici. Siamo colpevoli. Siamo assassine. Questo è ciò che adesso ci lega, ciò che abbiamo in comune: io e te abbiamo spezzato le dieci vite che ci erano più care, abbiamo estinto, in una sola notte, il nome dei Williams. Per questo continuiamo a cercarci, non è solo il ricordo dei bei tempi ad impedirci l'autentico disprezzo: è la colpa comune che non ci permette di respingere l'altra. Siamo sulla stessa barca, fanciulla... e se io resto a galla, purtroppo, resti a galla anche tu – Diane l'ascoltava in silenzio, stando bene attenta ad ogni parola che la sorella pronunciava. Cos'era che le stava proponendo? Una tregua? Un armistizio? Non era perdono, no di certo, non era nemmeno una nuova pace... Suonava come una convivenza forzata, nata dagli eventi nefasti che le accumunavano, dalla famiglia che avevano distrutto insieme... - Vuoi dire che l'unica cosa che ci unisce è la comune colpevolezza? - domandò alla fine la ragazza - No, dai... Non può essere solo questo a spingerci a restare unite, ad impedirti di uccidermi, a farmi desiderare di starti di nuovo accanto come un tempo. Non può essere questo... - - Tu cerchi comprensione, Diane, è questo che vuoi... Hai abbandonato il desiderio del perdono, hai capito che era ingiusto chiederlo, che era sbagliato esigerlo, ma non puoi smettere di agognare comprensione verso il tuo stato d'animo - Con queste parole, Nia si era avvicinata a Diane, chinandosi verso di lei. Sorrideva, ma in modo strano. - Io non posso capirti, Diane, perchè io non mi sento in colpa; ma tu speri lo stesso che io comprenda... - Le porse una mano: - In fondo, chi può darti torto? Tutti cerchiamo qualcuno in grado di capirci, molte volte l'ho fatto anch'io... Perché negarti un'illusione? Oltretutto, tra complici non ci si abbandona mai... - Diane fissò per un momento quegli occhi fissi e neri come un cielo senza stelle. Ora capiva... Nia avrebbe accettato la sua presenza, avrebbe tollerato la sua vicinanza come si fa con una bambina alla quale si è costretti a badare; ma il suo non sarebbe più stato affetto... Era davvero la colpa a tenerle unite, perchè quello era l'unico significato che Nia attribuiva alla vita di Diane: una colpa immane, immensa e continua, che non sarebbe mai stata cancellata. La posseduta stessa era nata da questa colpa. Tutto ciò era molto triste, ma era anche un passo avanti... Le cose tra loro potevano soltanto migliorare, e Diane capì che non poteva sperare di meglio: ora stava a lei sfruttare al massimo questa occasione e cercare di instaurare di nuovo un rapporto sincero e d'amore fraterno. Afferrò la mano di Nia abbozzando un sorriso, e quella la sollevò senza sforzo da terra. - Però, non starmi troppo intorno. Non mi piace la gente appiccicosa, e comunque non c'è speranza che io possa provare per te gli stessi sentimenti che tu provavi per me; anche perchè, con tutto il bene che ti ho voluto, tu per me sei sempre e solo stata una sorella e una migliore amica, nulla di più - Sentire Nia parlare al passato era, per Diane, peggio che essere trafitti da una lancia, ma sapeva che serviva soltanto del tempo... Una cosa che non riusciva però a sopportare era come la sorella la stesse ancora accusando di aver provato per lei una passione incestuosa. - Ma per chi mi hai presa? Ti pare che io possa aver provato qualcosa di simile?! Ero solo gelosa del nostro rapporto... e invidiosa... - - Invidiosa, sì... ma comincio a pensare che la tua invidia nascesse dal fatto che mi idolatravi - Nia si lasciò sfuggire un ghigno sghembo e perverso, guardando la sorella di sbieco: - Ti piacevo così tanto, Diane? Non dirmi che non hai mai fantasticato su un incesto... - Adesso era troppo: la posseduta la stava evidentemente provocando, ma quell'ultima insinuazione era piuttosto raccapricciante. - Tu sei fuori! Non sono una pervertita, e meno che mai ti ho mai sbavato dietro in quel senso! - - Sei sicura? E se... - Fulminea, Nia cinse Diane al fianco, trascinandola davanti a sé e tenendola stretta e aderente al proprio corpo. Sensuale, le mise la mano libera tra i capelli, carezzandola piano, e le sue labbra sfiorarono delicatamente quelle di lei. - E se adesso ti baciassi... tu resteresti della stessa idea? Oppure già senti qualcosa di strano pulsarti dentro? - Diane era paonazza e paralizzata. Non sapeva che fare, non capiva se Nia facesse o no sul serio, se la stesse prendendo in giro o meno, e il suo cuore batteva così forte da non lasciarle comprendere se il sentimento provato in quell'attimo fosse paura, disgusto, sorpresa o altro ancora... Quando Nia incontrò poi i suoi occhi spauriti, un sorriso affiorò su quelle labbra tentatrici che subito si allontanarono. La posseduta proruppe in una risata squillante e lasciò andare Diane, divertita e soddisfatta per averle messo paura. - Stavo scherzando! - L'esorcista restò di marmo per un altro secondo, per poi mettere il broncio e guardare cupa la pazza che non riusciva più a frenare le risate. Nia era decisamente fiera di sé stessa: di sicuro quel piccolo dispetto serviva a sfogare un po' della rabbia che provava in quei giorni... - Non è stato affatto divertente! - - Oh sì, invece. Avresti dovuto vedere la tua faccia... Comunque, secondo me ti stava quasi piacendo... - Il sorriso di Nia divenne più largo e provocante - Non avrò forse avuto ragione a sospettare di te? Sei un tipo piuttosto ambiguo, fanciulla… - - Piantala d'insinuare idiozie! - esclamò irritata l'altra, avvicinandosi a grandi passi alla dannata. - E poi, carina... - aggiunse, pungolandole una spalla con l'indice, - ... qui quella davvero ambigua sei tu! Devo ricordarti che tu stai insieme ad una creatura priva di sesso? Certo, se devo dirti la verità, anch'io nei confronti di Arkan... insomma... forse l'avrai anche capito - arrossì e distolse lo sguardo dalla sorella - Però ha solo l'aspetto maschile, proprio come il tuo ragazzo. Insomma... mi piace per questo - Lanciò a Nia una rapida occhiata di sottecchi, e si accorse con sconcerto che quella la fissava sgomenta, allibita, quasi non riuscisse a capire l'argomento tirato in ballo dall'esorcista. - Che c'è? - Nia continuava a guardarla con espressione inebetita: - Ma che sciocchezze dici?! - sbottò alla fine - Di cosa parli? - Diane era stupita: "Forse sta scherzando anche adesso" si disse. - Parlavo degli angeli, no? Del fatto che sono creature asessuate e tutto il resto... - Cadde il silenzio. Poi, Nia fu scossa dai singulti. Alla fine, ci fu un nuovo, prorompente scoppio di risa. L'indemoniata si piegò su sé stessa, ridendo stavolta in maniera sguaiata sotto lo sguardo instupidito di una Diane che non riusciva a capire cosa ci fosse di divertente nelle sue parole. - Tu credi ancora alle favole che ci raccontavano in chiesa?! - balbettò a stento Nia, tra una risata e l'altra, - Dopo tutto quello che hai visto, dopo che ogni tua credenza religiosa sarà stata sconvolta e cancellata, dai ancora retta a quelle frottole?! - Riprese fiato, tentando di sistemarsi i capelli che le cadevano davanti alla faccia - No, andiamo... non puoi essere tanto ingenua! Se Arkan ti pare un maschio è perchè è maschio. Per questo ti piace - Scosse la testa, sorridendo incredula, per poi voltarsi verso la più piccola e notare con disappunto che quella pareva aver ricevuto un colpo allo stomaco: sembrava addirittura trattenere i conati di vomito. - Ma stai bene? - le chiese - Non dirmi che la cosa ti sconvolge... Se davvero sei innamorata di quel tipo, dovresti essere felicissima - Diane deglutì a fatica, sentendo lo stomaco contorcersi sempre di più nelle sue viscere. - Sì - annaspò - Sì, sono contenta di saperlo... mi hai solo presa alla sprovvista, tutto qui - - Ti da fastidio averlo scoperto? - - No, no... solo che... non immaginavo che gli angeli... che loro... - L'esorcista non riusciva a nasconderlo: tutto d'un tratto si sentiva male. Nia aveva ragione: avrebbe dovuto essere felice di scoprire il lato terreno del suo angelo, e invece era come se si fosse spezzato qualcosa, come se non volesse che così fosse... Ma lei lo amava, ne era certa. Si sarebbe abituata alla cosa. Doveva per forza, anche se al momento era sconvolta. Abbozzò un sorriso, ma non poteva mentire... Nia alzò infatti un sopracciglio. - Preferiresti sentirti dire che io e Isling passiamo tutte le nostre serate a giocare a scarabeo? - la provocò. Ma Diane era troppo stordita per cogliere l'ironia della sorella: - Oh, gli angeli giocano a scarabeo? - La stupidità di quella domanda era stata tale da ammutolire Nia per diversi e lunghi istanti poi, alla fine, l'oscura sogghignò quasi sadicamente: - Certo - disse - e anche molto bene... - Concluse la frase con un cenno malizioso, mordendosi il labbro inferiore in modo furbetto e allontanandosi subito a passi leggeri. E questa volta il doppio senso era chiaro. Diane si sentì rivoltare lo stomaco, arrossendo violentemente nel contempo, e prese a seguire la sorella con gli occhi spalancati da quello che sembrava autentico disgusto...
Cenere negli Occhi e Luce nell'Ombra dell'Anima...
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La festa sulla scogliera si era ormai animata parecchio e tutti sembravano godersi a pieno la serata, tutti o quasi... Dopo la discussione avuta con Algor, Nairya era di pessimo umore. Quel ragazzo doveva avere veramente le pigne in testa se pensava veramente ciò che aveva detto, ma di sicuro non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea quella sera, né nei giorni successivi. Forse avrebbe dovuto sbatterci il muso per capire a fondo cosa significava essere immortali, sopravvivere agli affetti e dover rinunciare ad una vita normale. Uscita di nuovo dalla boscaglia evitò di rigettarsi nella mischia: non aveva molta voglia di tutta quella compagnia, di doversi sforzare di essere felice e spensierata con gli altri ad una festa a cui era stata costretta ad andare. Andò a sedersi in solitaria contemplazione dell'orizzonte, guardando il mare. - Una ragazza così bella non dovrebbe stare da sola in disparte durante una festa come questa - Una voce bassa e seducente, quasi sussurrata all'orecchio della ragazza, la fece voltare di scatto. Si ritrovò così di fronte al viso serio e bellissimo di un demone dagli occhi ambrati. Alexis si era avvicinato silenzioso a lei dopo aver salutato Islington, fino ad arrivarle alle spalle, chinandosi leggermente per poterle sussurrare quella frase all'orecchio. - C… ciao - balbettò Nairya, sorpresa nel trovarsi di fronte quel sorriso inaspettato. Senza indugiare Alexis si sedette accanto a lei, per una volta incurante di ritrovarsi direttamente a contatto con la nuda roccia della scogliera. Con un abile gioco di mani porse alla ragazza un fiore, colto mentre si avvicinava a lei. - Volevo scusarmi per il modo in cui mi sono presentato da te l'altra volta. Forse non avrei dovuto seguirti a quel modo. Mi dispiace averti spaventata, non era mia intenzione - il demone sembrava veramente dispiaciuto per quanto accaduto la sera della fiera. Come poteva la ragazza dimenticare quell'intrusione in casa sua, nel suo unico rifugio? Ma quelle scuse sembravano sincere, così come il sorriso sul volto del ragazzo. In fondo non l'aveva fatto con cattive intenzioni. - Non preoccuparti, è acqua passata - rispose cercando di sembrare cortese. - Come mai te ne stai in disparte da sola? - chiese Alexis gettando un'occhiata alla gente allegra attorno al falò, festosa e ciarliera. - Stasera non mi sento molto in vena di festeggiare... - rispose mesta la ragazza sviando lo sguardo e ritornando a fissare l'orizzonte. Il demone la guardò, osservando attentamente la sua espressione pensierosa. C'era qualcosa in quella sua aria malinconica che attirò la sua attenzione; intorno a loro si stava svolgendo una festa, erano tutti felici, ridevano e ballavano... tutti tranne lei. Si avvicinò piano posandole il fiore fra i capelli. Chissà che cosa doveva essere lei, sola in mezzo a tutte quelle creature. Ma quello non era il momento adatto a porre certe domande. In quel momento voleva solo vedere il sorriso spuntare sulle sue labbra. - E' strano però che io ti incontri sempre durante queste occasioni, se non ti piacciono le feste - le disse il demone appena lei si voltò a guardarlo. - E' solo un caso - rispose la guerriera, sorridendo leggermente toccandosi i capelli. Per un momento Alexis rivide negli occhi della ragazza lo stesso sguardo della sera di Yule, quando si erano conosciuti. - Ti va di ballare? - chiese il demone speranzoso. Ma senza attendere la risposta si alzò di scatto, trascinando con se la ragazza obbligandola a seguirlo al passo della musica che stavano seguendo. Colta completamente di sorpresa, Nairya non sapeva come reagire mentre perdeva l'equilibrio e veniva prontamente afferrata dalle braccia forti del demone. - Tu non fai mai niente di ovvio, vero? - chiese lei senza però allontanarsi, ma piuttosto lasciandosi trasportare dalle note. - No, a me piace stupire...- rispose lui sorridendo, sicuro del fascino che esercitava sull'altro sesso. Alexis era indubbiamente un bel ragazzo, e soprattutto era consapevole di esserlo e di piacere. Nairya era vistosamente arrossita, non riusciva a rimanere impassibile a quegli occhi ambrati che la scrutavano con sempre più interesse. Con lui era stata proprio maleducata l'ultima volta, l'aveva cacciato in malo modo da casa sua, era scappata dalla festa senza dire più una parola... ma lei lo aveva fatto per proteggerlo, e per proteggere se stessa. Ma quando guardava quegli occhi si sentiva come indifesa. Come se lui potesse scorgere quello che più le mancava. Trascinata così di nuovo in mezzo alla radura, Alexis iniziò a farla volteggiare armoniosamente seguendo la musica, donandole una grazia che sembrava incredibile che appartenesse proprio a lei, alla guerriera scorbutica e dai modi mascolini che tutti conoscevano. Il suo rossore e quei movimenti leggiadri la trasformavano, esattamente com'era accaduta la notte di Yule, e il demone la guardava intensamente negli occhi, godendo dello spettacolo che gli offrivano quelle gote troppo infuocate. - Perdonami ancora per come mi sono comportato, devo esserti sembrato un maniaco... ma tu sei completamente sparita dopo quella notte, e io avevo un enorme desiderio di rivederti. Abbiamo ballato una sola volta, abbiamo passato insieme solo una serata, eppure non riesco a smettere di pensare a te. Sei così bella, Nairya... - Per qualche strano motivo, Nairya rispose a quelle parole inciampando nei suoi stessi piedi e urtando con la leggerezza di un elefante qualcuno che stava ballando di spalle dietro di lei. - AHIA! Sta attenta! - - Mi scusi... - pigolò lei senza nemmeno voltarsi, gli occhi sbarrati incollati al tenero sorriso di Alexis. Lui ghignò appena, divertito dalla scena, per poi avvicinarla di nuovo a sé e farla volteggiare lontana dal povero danzatore travolto.
Algor si voltò strofinandosi la spalla, cercando con gli occhi colei che gli era andata addosso. - Ma si può sapere chi era quell'imbranata con la voce da pulcino? Non si è fatta nemmeno guardare in faccia! Mi ha fatto male! Ma quanto era grossa? - La piccola Delamere lo guardò con gli occhi che ridevano e si coprì la bocca con le manine, soffocando una risata. - Se Nairya ti sente ti picchia - disse. - Nairya?! - - E' stata lei a venirti addosso, l'ho vista io - spiegò la piccola, indicando un punto poco lontano - Vedi? Ballava con quel signore ed è inciampata. Penso che non ci abbia nemmeno riconosciuti - Algor guardò nella direzione indicata da Delamere e si trovò davanti agli occhi l'unica scena che mai avrebbe immaginato di vedere: l'acida Nairya completamente rossa in viso che ballava insieme a un elegante ragazzo che aveva tutta l'aria dello sciupa-femmine di gran classe. Lo guardava persa negli occhi e si lasciava trasportare nel ballo con le movenze di una dolce fanciulla, apparendo semplicemente come una timida ragazza normale. A guardarla così, pareva impossibile che potesse prendere a pugni qualcuno o addirittura mandarlo a fuoco. "E così gli immortali sarebbero soli al mondo... ma guardala! Sembra Cenerentola col principe!" Algor la fissava con un sogghigno vittorioso stampato in faccia: "E così, anche miss fiamma acida ha un cuore" si disse, gongolante, prima di riprendere a parlare a Delamere. - Non credo che mi abbia sentito, mi sembra fin troppo presa dal suo ragazzo. Ma tu lo sapevi che aveva un ragazzo? - - A dire il vero no - rispose la ragazzina che, come il ragazzo, non riusciva a non sorridere - Da quando la conosco, l'ho sempre vista trattare male quasi tutti e starsene sola con la faccia seria e arrabbiata. Veramente... - abbassò la voce e si guardò intorno - ... pensavo che fosse zitella - Algor esplose in una risata incontrollata, piegandosi in due sul suo stomaco. - Credo che lo pensino tutti! - esclamò a stento - Oh cavolo, non penso riuscirò più a ballare adesso che lo sta facendo lei! Rischio davvero di scoppiare a ridere ogni volta che la incrocio! Piccola, io vado a sedermi, tu perchè non ti trovi un altro compagno? Sono sicura che nessuno ti dirà di no! - Delamere annuì comprensiva e Algor si allontanò ridendo a crepapelle, pronunciando frasi sconnesse su Nairya e il suo bel fidanzato segreto.
A stento la ragazza si era accorta di aver urtato qualcuno, ma in quel momento la sua attenzione era completamente focalizzata in quegli occhi dorati dentro i quali si sentiva interamente avvolta, come da una morbida coperta. Poteva un demone come lui farla sentire in quel modo? O forse era solo un modo per poter avvicinare meglio le sue vittime... No. Alexis non era niente di simile. Non era un demone incantatore... eppure non riusciva a resistere a quel suo sguardo magnetico. E nonostante lei sapesse che lui fosse un demone, una creatura oscura, un probabile e possibile nemico, si sentiva tranquilla, quasi protetta tra quelle braccia che tanto delicatamente la stringevano guidandola leggiadra in quella danza. - Perchè l'altra volta mi hai respinto in quella maniera così brusca? Non può essere solo perchè sono venuto a trovarti... - chiese lui senza mai distogliere lo sguardo dagli occhi di lei, in quel momento così verdi e limpidi da sembrare germogli di primavera. Nairya avrebbe voluto scappare da quello sguardo indagatore che con la sua dolcezza la metteva a disagio, come se potesse veramente guardare dentro di lei. A stento riuscì ad aprire bocca, ma ne uscì solo un leggero balbettio soffocato. Sospirò, desiderosa solo di non sentirsi così indifesa e allo stesso tempo sicura di fronte a quello sguardo. - Mi sono sentita minacciata... - ammise mentre il suo sguardo si abbassava, triste e mesto. Il demone si fermò all'istante, come se quelle parole avessero interrotto la musica e intorno a loro non ci fosse più alcuna festa. - Mi dispiace... - ammise lui cercando di recuperare il loro contatto visivo; ma la ragazza non sembrava intenzionata, almeno per il momento, a guardarlo nuovamente, senza però smettere di stringersi nel suo abbraccio. Alexis la strinse a se ancora più forte, trasformando quel ballo in un abbraccio molto più... intimo. C'era qualcosa che lo spingeva a volersi avvicinare a lei, e Nairya sembrava provare lo stesso. Ma nella ragazza c'era anche altro. Un desiderio di fuga... Il demone le accarezzò il viso, portandolo a sollevarlo leggermente con un dito per poterla guardare ancora. - Hai paura di me, vero? - le chiese con voce sicura, senza però perdere quella vena di dolcezza nello sguardo. - Sì... - sibilò la ragazza. - Temo la tua natura di demone, perchè... perchè io sono una cacciatrice di demoni - ammise lei prendendo fiato. Il ragazzo non si scompose più di tanto, era abituato a venire etichettato come un mostro solo per i suoi natali. - Uccideresti anche me? - le chiese sempre in tono serio, ma con la sicurezza di sapere che cosa la ragazza stava per dirgli. - No – Sul volto del ragazzo comparve un leggero sorriso, mentre Nairya fuggì il suo sguardo abbassando il viso. - Sento che tu non sei pericoloso - confessò a basa voce. Ed era vero. Non si sentiva in pericolo accanto a lui. Non sentiva quel lieve formicolio tra le spalle che percepiva quando si trovava di fronte a una di quelle creature di tenebra. Non sentiva quel calore avvampargli le mani, pronte ad incenerire qualsiasi minaccia. No. Si sentiva tranquilla, quasi cullata tra quelle braccia, ed allora si accorse che non avrebbe potuto mai nuocergli. Eppure quella volta... quella sera in cui gli aveva puntato una lama alla gola, in cui gli aveva ringhiato di andarsene, in cui nemmeno voleva farsi sfiorare... quella sera forse era solo il momento sbagliato. - E' vero, sono un demone, ma ho anche sangue umano... e mai, mai in tutta la vita ho fatto del male a qualcuno... - Alexis seguì con l'indice il profilo della ragazza, e una volta giunto al mento, lo sollevò delicatamente, per far sì che la sua bocca si posasse leggera sulla sua fronte. - Forse sono stato un po' troppo precipitoso, e il tuo è stato un comportamento plausibile - sorrise ancora notando gli occhi leggermente lucidi della ragazza - Vorrei tanto poterti rivedere... - sospirò avvicinando piano le labbra a quelle di Nairya, ma fermandosi a qualche millimetro di distanza per poi allontanarsi piano da quel tentato bacio. Ma invece che indietreggiare, Nairya si sporse di poco in avanti, ripercorrendo la strada verso le labbra del ragazzo, e baciandolo con dolcezza. Quello, molto più di inutili parole, fece capire al demone quanto anche la ragazza sembrasse tenere ad un loro futuro incontro. Appena le labbra si sciolsero, entrambi restarono immobili, i respiri ancora leggermente affannati dell'emozione. - Ora devo andare - disse Nairya rompendo quello strano silenzio tra di loro. Alexis era tentato di fermarla, di bloccarla ancora nel suo abbraccio, ma invece la liberò piano, accarezzandole affettuosamente la schiena e il fianco. Fermarla sarebbe stato inutile, e lui lo sapeva. Se non voleva farla scappare ancora era molto meglio lasciarle libera la strada e aspettare il suo ritorno. - Ti rivedrò presto? - chiese lui pieno di speranza quando lei si allontanò di qualche passo. Nairya si girò e sorrise, un sorriso ampio e pieno di tutto quel calore che poche volte aveva mostrato, e poi riprese ad allontanarsi, sparendo nella foresta. - Lo prendo come un sì... - mormorò lui guardando la sagoma della ragazza sparire nell'oscurità. Con gesto elegante si portò una ciocca ribelle all'indietro e si avvicinò al tavolo del buffet dove alcuni dei suoi compagni demoni ridevano spensierati.
Silenziose, Nia e Diane si avvicinavano di nuovo alla radura del falò, l’una amareggiata e l’altra ancora intristita e lievemente scandalizzata dall’ultima battuta della sorella, ma entrambe con il petto meno pesante e il respiro più leggero… L’accordo che avevano raggiunto non poteva certo dirsi il massimo della riappacificazione, non era nemmeno un segno vero e proprio di un affetto ritrovato, ma era comunque qualcosa, era un inizio… e Diane non poteva ottenere niente di più, e lo sapeva. Non si lamentava, quindi, di come le cose erano andate; il pensiero di addossarsi metà della colpa non le era insopportabile, perché da sola lei si prendeva la responsabilità dell’accaduto per intero. Camminava muta dietro Nia, avvertendo quanto a sua sorella irritasse il fatto di non riuscire comunque ad odiarla, di non avere la forza di perseverare nel suo disprezzo, di sentire ancora un legame con lei… Erano sorelle, ed entrambe, per un lungo periodo, avevano provato l’una per l’altra un sentimento profondo, godendo di un rapporto esclusivo che per Nia si basava sulla gratitudine e per Diane su qualcosa di più malsano e possessivo, ossessivo addirittura, che non trovava ancora una classificazione nella mente dell’esorcista… “Gli angeli giocano a scarabeo…” ripensò quella di colpo, senza un motivo apparente, arrossendo mentre la sua mente correva ad Arkan. Era talmente immersa in quella nuova e sconcertante scoperta sulla vita privata degli angeli che andò a sbattere contro la schiena di Nia. - Ehi! Vuoi stare attenta? – sibilò quella, acida. - Sei tu che ti sei fermata! – si difese Diane – Qualcosa… Qualcosa non va? – chiese poi, più cauta, temendo che sua sorella stesse per avere un attacco di rabbia nei suoi confronti; ma ancora doveva imparare a leggere bene nella mente della nuova Nia… - No, va tutto bene – rispose quella con voce assorta. Fissava un punto tra gli alberi, un’ombra possente che da lontano scrutava la festa, nascosta tra gli alti tronchi… Un sorriso malizioso e, in un certo modo, affamato si dipinse sul suo volto, mentre un dito saliva a sfiorare le labbra e scendeva poi lungo la scollatura. – Ho solo visto qualcuno che non posso ignorare… -
Il qualcuno in questione, normalmente, avrebbe probabilmente risposto con un semplice ghigno, dando a Nia completamente ragione. Ed il tutto sarebbe finito in schiaffi ancora prima di incominciare. In effetti, il qualcuno era Koireos, e abitualmente i ceffoni sarebbero iniziati presto. Eppure il Senza Morte non lanciò nemmeno un’occhiata alla coppia di ragazze che si avvicinavano, soprattutto non guardò quell’ombra scura lambita dalla luce del falò che rispondeva al nome mortale di Nia Williams; pensava, rifletteva, si preoccupava, e l’intenzione di partecipare all’allegra festicciola non era minimamente presente in quel turbine di ragionamenti cupi che si avvolgevano attorno alla sua Famiglia. Certo, dalla notte della Fiera non si erano propriamente visti, si erano solo salutati un paio di volte, per strada o al parco; ma Elthias sembrava più serio del solito, Renthar meno tendente ad affogarsi nell’alcool, e... beh, non poteva giurarci, ma gli sembrava di aver visto Kraarg piangere. La cosa era sospetta. E quindi eccolo lì, ai margini della foresta, silenzioso come il morto che era, rimuginando su cosa tutto ciò potesse significare, e a cosa potesse portare. Non si accorse della Posseduta fino a quando non gli fu praticamente sotto il naso: la squadrò per qualche istante, senza lanciare una sola occhiata alla sorella, quindi esordì, secco. - Ciao, Williams. Mi perdonerai se non ti faccio l’inchino, ma temo che le mie ossa ne soffrirebbero. Ora sparisci, non solo dell’umo...- Ma si interruppe, nello scorgere la seconda figura. Ci vollero un paio di secondi per collegare quel viso a quello di Nia, e da lì, per ragionamento, ad arrivare alla conclusione. Quella ragazzina, dai capelli scurissimi e corti, il graffiato viso allegro e il fisico sottile, una versione più vivace dell’indemoniata, poteva essere solo una persona. Koireos superò con la massima calma quello che era stato il suo obiettivo principale e si fermò davanti a Diane; le prese con cortesia una mano e la baciò delicatamente, sempre tenendo lo sguardo puntato su Nia si sollevò e, lo sguardo divertito, accoppiato ad un ghigno larghissimo, simile a quello di uno squalo affamato, disse: - Ma che scortese, Nia Williams. Porti tua sorella e non me la presenti? Ti credevo una ragazza di buona famiglia - Diane trasalì appena e guardò Koireos con un’espressione a metà tra la sorpresa e lo spavento. L’elfo , con la sua maschera d’acciaio e il braccio metallico, faceva davvero una certa impressione immerso nell’ombra, specie con le orecchie appuntite che si facevano spazio tra i capelli scarmigliati, uscendo allo scoperto. - La nostra parentela è così evidente? – domandò Nia, che pareva irritata dalla facilità con cui il non morto aveva scoperto il suo legame con Diane. - Almeno quanto il fatto che tu sei posseduta da un demone – rispose Koireos in un ghigno – Ma lascia che mi presenti alla signorina: io mi chiamo Koireos, molto lieto. Avevo già sentito delle voci sulla tua comparsa ad Averoth, ma sono molto confuse e non sapevo se crederci o meno… - - Di… Dipende da cosa ha sentito – rispose titubante la ragazza, dando del lei all’inquietante sconosciuto. – Comunque, io mi chiamo Diane – Koireos le sorrise e le lasciò la mano con un piccolo inchino, così che Diane poté guardare bene le sue orecchie. - Lei è… un elfo? – chiese quella, insicura. - Sì, proprio un elfo – sorrise l’altro, cortese – La cosa ti sorprende? – - N… No, in questi giorni ne ho incontrati un paio… ma lei mi sembra… diverso. Non vorrei offenderla, ma… non lo so… Anche il mio crocifisso, che in realtà è una specie di amuleto angelico, mi trasmette una sensazione che… - - Koireos è un morto che cammina, Diane. Una specie di zombie – intervenne Nia senza troppa delicatezza – E’ questo che il tuo amuleto percepisce e ti trasmette. Ti trovi davanti a un Non Morto, qualcuno riportato in vita da un negromante – La giovane esorcista sbiancò e spalancò gli occhi, osservando incredula l’elfo senza morte che aveva di fronte. – Ma… ma non mi sembra nemmeno un non morto! – esclamò incredula – Insomma… ho letto alcuni libri sull’argomento, e mi è parso di capire che i Non Morti siano come marionette di carne e ossa, senza ragione né anima o coscienza… Lei non… non… - - Sono un caso particolare – la interruppe Koireos, comprendendo subito cosa la ragazza stesse tentando di dire – Forse, in qualche libro, troverai scritto qualcosa sugli incantesimi negromantici e capirai da sola perché non ti sembro e non sono una marionetta agli ordini di qualcuno. Personalmente, io non amo parlare troppo della mia… ‘nascita’, chiamiamola così, quindi non ti dispiacerà se non mi perdo in spiegazioni - - Figurati, tutti abbiamo argomenti di cui non amiamo parlare – rispose Diane, allibita ma stranamente tranquillizzata. Koireos era spaventoso ai suoi occhi, ma si stava comportando cordialmente e non sembrava ostile nei suoi confronti; oltretutto non era più strano di tanta gente intravista nella radura, sebbene riuscisse a metterla in soggezione e a farle salire i brividi su per la schiena. Lanciò uno sguardo in tralice a Nia e restò interdetta per un secondo: quella fissava Koireos con uno sguardo strano, esaltato e irritato al tempo stesso, malizioso e famelico, come se non avesse potuto sperare in un incontro migliore… Per un frangente, la mente di Diane fu attraversata dall’incredibile sospetto che tra sua sorella e quell’elfo ci fosse qualcosa, che lei tradisse Islington con lui, ma poi scorse negli occhi neri la scintilla dell’odio e capì di aver frainteso ogni cosa: Koireos non era un amante, ma un rivale, una nemesi, un nemico, una sfida. Nia era felice semplicemente perché aveva l’opportunità di provocarlo, e magari sfogare con lui tutto il suo nervosismo e la rabbia accumulata in quei giorni. In fondo, non poteva esserle bastato lo scherzetto di poco prima a far sparire ogni traccia di collera nascosta nel cuore... Di colpo, la piccola esorcista si sentì tra due fuochi. Sorrise nervosamente ad entrambi, accorgendosi che anche nello sguardo verde di Koireos brillava lo stesso sentimento, nonostante lui paresse molto meno propenso a istigare una lite. – La festa sta continuando senza di noi – disse – Perché non andiamo ad unirci alle danze? – Nia inclinò il capo da un lato ma non smise di guardare Koireos. - Bella idea Diane – Girò gli occhi e la trafisse con lo sguardo – Perché non vai avanti? Io ti raggiungo… - Una scarica elettrica passò tra l’elfo e la posseduta: quelle parole apparentemente senza valore rappresentavano, invece, un chiaro invito a una sfida. Diane comprese in pieno ogni cosa e annuì veloce. - Certo, sì, va bene. Allora vado… Conoscerla è stato un vero piacere, Koireos. Spero che venga ad unirsi ai festeggiamenti - - Ci penserò su… - La ragazza fuggì via, uscendo dagli alberi e immergendosi nuovamente nella folla, lasciando soli Nia e Koireos, che si scrutarono ostili senza però abbandonare il loro sorriso cortese. - Allora – esordì Nia – Cosa hai sentito dire su di me e mia sorella? Cosa si racconta in paese? - Koireos si portò le mani ai fianchi e le rivolse un sogghigno più sbilenco del solito. - Non hai sentito tu stessa? – - Ho avuto una settimana difficile e non sono uscita troppo spesso… - rispose la posseduta, evasiva – Ebbene? Cosa mi racconti? - - Nulla di che - rispose il Senza Morte, senza una sola piega - Si mormora tutto, qui. Si blatera un po' di ogni cosa: demoni che impazziscono, aspiranti suicide, sorelline intente in esorcismi... tutte chiacchiere, ovviamente. Alla gente piace parlare - Nia digrignò brevemente i denti, e per un attimo, un solo attimo, sembrò addirittura furiosa; tuttavia il viso si stravolse in un attimo solo, passando in un istante da un ghigno vendicativo ad un sorriso di una dolcezza talmente perfetta da dover essere per forza falsa. - Si sente di tutto, non è vero? Addirittura un suicidio, hai detto... Però, certa gente farebbe di tutto per farsi notare, non è così? - - Concordo in pieno, carissima. E un esorcismo... oh, cielo, che mai non accada! Ti rovinerebbe quel poco che ti è rimasto della vita, n’est-ce pas, piccola indemoniata? Sarebbe...un peccato, quantomeno - Touchè. Nuovamente, l’espressione di Nia sembrò disfarsi, per un attimo; tuttavia, a dispetto di quanto Koireos potesse immaginare, quell’ira selvaggia che aveva imparato a conoscere non durò, anch’essa scivolando nell’oblio come se non fosse mai esistita e lasciando il posto ad un sorriso ancora più dolce, ancora più inquietante, ancora più forzato. - Hai ragione, sai? Ce ne hai messo di tempo per capire. Oh, ma Diane vuole solo il mio bene, certo.- Mormorò, nel dirlo, ed era più una stoccata diretta alla sorella, che al Senza Morte che stava effettivamente davanti a lei. Purtroppo, il suddetto ci sentiva benissimo, ed in un istante capì qual’era il tasto che andava premuto. Con un ghigno ancora più largo, che ormai aveva sorpassato i limiti dell’umano, disse, con tono casuale: - Eh già, così pare! Ma sai com’è, non sembra molto ricambiata, sai? Una personcina amorevole come te non dovrebbe tentare di strangolare sua sorella - La molla, esattamente come previsto, scattò. Nia si tese come un corda di violino e le sue mani si contrassero. - Strangolarla?! E questa dove l’hai sentita? - - Oh, ma dove ho sentito il resto, maja dobraya Niushka, ma stavolta credo che le voci siano più fondate del solito… - rispose tranquillo Koireos, recuperando il suo storto sorriso – Non sapevo che avessi una sorella ma, conoscendoti, credo sia una fortuna che sia ancora in vita. Poverina… chissà quanto avrà sofferto in questi anni… - - Sofferto?! – Nia sibilava alla stregua di una serpe: Koireos l’aveva provocata volutamente, ma non era minimamente consapevole di quanto l’avesse effettivamente innervosita. Sapeva che le voci che aveva sentito corrispondevano a verità, ma quel che sapeva dell’accaduto non gli permettevano certo una corretta interpretazione del fatto, soprattutto perché non sapeva nulla del tradimento di Diane… - Tu credi che sia stata lei ad aver sofferto? Tu credi che sia lei la vittima? Guardami negli occhi e dimmi se davvero lo pensi, tu che nascondi colpe simili alle mie dietro quella maschera che cela parte del tuo volto! – Koireos spalancò appena gli occhi e perse il suo sorriso, e allora Nia gli si fece più vicina e sibilò come la prima sera che si erano trovati faccia a faccia: - Sì, l’ho capito… L’ho sentito. Ogni volta che ti incrociavo per strada, che ti sentivo suonare all’Immortal, che ti incontravo e ti passavo vicino, ogni volta sentivo la tua coscienza grazie alla presenza di Caligo dentro di me, e ogni volta mi accorgevo che qualcosa accumunava la tua coscienza alla mia… Non ci ho messo molto a capire che anche tu hai sterminato la tua famiglia – Si staccò da lui quel tanto che bastava a poterlo guardare bene in viso. Lui si sarebbe aspettato un sorriso beffardo o maligno da parte sua, e invece lei era seria, estremamente seria, e arrabbiata. Molto arrabbiata. Era offesa da qualcosa che non si poteva definire, rattristata da un non so che di misterioso, furiosa con Koireos per come l’aveva ingiustamente accusata di essere un danno per Diane, quando ogni avvenimento passato confermava essere vero l’esatto opposto. – Non è finita qui – continuò Nia – Ho sentito che la tua coscienza non è sporca a causa tua, ma a causa di chi ti ha fatto diventare così, e sai cosa ti dico? Che per me è lo stesso, esattamente lo stesso – abbassò il capo, e i capelli le volarono davanti agli occhi. – Caligo mi ha tormentata, Caligo mi ha resa folle, e Caligo mi ha spinta a compiere il mio delitto. Ma lascia che ti confidi un’ultima cosa… - Si era di nuovo avvicinata all’elfo. Piano, gli si accostò e strisciò lungo il suo fianco, fino a raggiungere l’orecchio e a sussurrare: - Diane sapeva quel che Caligo mi stava facendo ma non lo ha fermato, sperando di diventare la prediletta tra noi due… Io le ero grata perché mi era stata accanto, per questo non l’ho uccisa e non sono mai riuscita a farle del male, e invece ho scoperto che mi stava vicina solo per rendermi ancora più isolata dal resto del mondo. Che brava sorellina mi ritrovo, non è vero? – Indietreggiò e si appoggiò con la schiena al tronco di un albero – Non dare mai per scontato chi sia la vittima e chi il carnefice… Le apparenze ingannano, nulla è come sembra, e le persone più inoffensive sono spesso le più pericolose. L’inganno si cela sempre dietro il volto più innocente. Diane è tornata per… ‘aiutarmi’, certo, ma perché spinta dai sensi di colpa. Noi condividiamo una colpa e, stranamente, questo crea tra noi un legame più sincero d quello che avevamo prima. Bizzarro… non è amore, non è odio… eppure non posso farle male, e lei vuole il mio affetto. Cos’è? Tu lo sai? Io non lo so – rise – E non so nemmeno perché adesso ne sto parlando con te, caro il mio zombie. Forse perché sei un mostro come me… e tra mostri non si può fare a meno di parlare, anche se ci si disprezza a vicenda come nel nostro caso – Sospirò e chiuse gli occhi: - Caligo adesso dorme in me e non sento più la coscienza di nessuno… è strano: solo questo suo potere mi ha abbandonato, ma da quello che ho intravisto nei suoi ricordi, prima che mi fosse impossibile accedere anche a quelli, sia il potere di percepire le coscienze che di possedere corpi umani non gli appartenevano, gli erano stati trasmessi in qualche modo da non so chi… e forse non lo saprò mai. La vita è proprio piena di misteri… - Alzò il capo e aprì di nuovo le palpebre, liberando il suo ardente sguardo d’oblio – E noi siamo due di quelli, non è vero? – - Può darsi... - L'elfo la guardava, adesso, serio ma incuriosito, l'occhio dietro la maschera di ferro che sembrava raccogliere in sé tutta la follia che il corpo, in quel momento, non esprimeva. La vicinanza di Nia era irritante, ma le sue parole erano in qualche modo piacevoli, perchè veritiere... eppure, era chiara in esse la vibrazione irrequieta che la posseduta vi infondeva, la provocazione che celavano. Nia lo stava provocando, ricordandogli quanto fossero simili. Allora, la domanda giusta da fare fu semplice da decidere: - Cosa diavolo vuoi, Nia? Perchè sei qui? Non possiamo soffrirci, eppure sei venuta a sfogarti da me... Credi che m'interessi sapere cosa provi? - - Io credo di sì... - rispose Nia in un sussurro - perchè, in qualche modo, ci somigliamo... e forse è proprio per questo che ho deciso di venire da te, perchè sapevo che mi avresti ascoltata senza provare pietà, né tentare di consolarmi - Lo sghembo ghigno di Koireos si fece più sarcastico che mai: - Come mi sarebbe mai potuto saltare in mente di consolare proprio te, piccola dannata? - - Infatti, non ti sarebbe mai saltato in mente - Nia si staccò rigidamente dal Non Morto,la voce improvvisamente dura ma, in qualche modo soddisfatta - Mi disprezzi e, nel contempo, mi temi in quanto tuo riflesso: è questo l’atteggiamento di cui ho bisogno, in questo momento. La rabbia che provo lo esige... - Lasciò che i lunghi capelli le coprissero di nuovo il volto,mentre l'elfo la guardava col sorriso che, lentamente, si affievoliva sempre di più. Scese il silenzio e Koireos incrociò le braccia, - Ora capisco... - disse - Tu sei qui per essere provocata. Tu sei qui per farti stuzzicare quel tanto che basterebbe a giustificare una tua reazione violenta, aren't you? Provi un'ira al limite della sopportazione nei confronti di tua sorella che non riesci a sfogare su di lei, che non puoi sfogare su nessuno, che ti rode dentro e ti mangia il fegato e il cuore... Ma eccolo là, lontano tra gli alberi, quell'irritante fantoccio incapace di tirare le cuoia ma capace d'innervosirti con un solo sguardo. Lui non perderà l'opportunità di poterti provocare, vero? Fa al caso tuo, puoi trafiggerlo quanto vuoi senza che il gioco finisca, puoi liberarti di quel tarlo che ti mangia da dentro senza toccare la dolce Diane, puoi piantarla di reprimerti in presenza del tuo adorato angioletto per non farlo preoccupare... - Spalancò le braccia in un gesto teatrale, scostando platealmente il mantello che lo avvolgeva ai lati: - Sì, Nia Williams - esclamò - Ho capito perchè sei qui - Capelli neri che oscillano, il polso che ruota, un gesto dell'affusolata mano d'artista. Il ventre di Koireos fu trafitto da un'ombra. - Hai capito... - Nia alzò il capo, svelando il sorriso celato dall'ombra. Il suo viso ardeva bramoso di sangue, affamato di scontro, luminoso, spaventoso... - E mi darai ciò che voglio, non è vero? - L'ombra scavò ancora la ferita, ruotando, allargandosi appena, poi si sfilò lentamente, lasciando il sangue libero di fluire all'esterno. Koireos riprese fiato. Disprezzò Nia con la sola forza del suo sguardo ma poi sorrise, perdendo sangue scuro anche dalla bocca: doveva aspettarselo da lei, se lo aspettava... Non sentendosi abbastanza provocata, aveva deciso di provocare lei stessa. - Dopo un simile gesto, non posso certo lasciarti impunita, Nia Williams... - Il Non Morto mosse un braccio, portandolo sotto il mantello, ed estrasse una lunga e pesante spada da un fodero nascosto lì sotto. Alzò la lama verso il cielo senza luna, facendola brillare appena al chiarore delle stelle e rimirandone la celata potenza che ne scaturiva... - Questo, però, è un vero invito a nozze, per me. Da un bel po' speravo di poterti dare una lezione - Nia osservò fredda la spada: non si aspettava che Koireos si portasse dietro una simile arma, ma poi sorrise a sua volta, perchè in presenza di Koireos niente poteva dirsi prevedibile... - Vuoi un duello, allora? Una cosa in vecchio stile, con spade, giravolte, regole e niente colpi bassi? - - Regole e niente colpi bassi... Sì, diciamo che mi divertirebbe - rispose l'elfo, abbozzando un inchino beffardo - Peccato che tu non abbia una spada, però - - Oh, ma io ce l'ho una spada... E' qui, devo solo chiamarla - La posseduta tese in avanti la sua mano, e subito le ombre fluirono in essa, prendendo la forma di una lama oscura, sottile e seghettata, simile a quella creata giorni addietro da Caligo ma più leggera e aggraziata, eppure altrettanto letale. Koireos alzò un sopracciglio, ammirato, e Nia fece roteare fluida la spada, anche se la sua presa non sembrava troppo forte. - E' un trucchetto che mi ha insegnato Caligo qualche giorno fa - spiegò - Non pensavo mi sarebbe tornato utile. Trovo più logico non perdere tempo a dare una forma alle ombre, quando si deve uccidere, ma a lui è sempre piaciuto giocare con le sue vittime... - - Un po' come fai tu - Nia restò ferma per un secondo. Chiuse gli occhi, poi li riaprì. - Sì, un po' come faccio io - disse - Vogliamo cominciare? - - Se vuoi... Ma non mi sembri molto abile, con quella spada - - Devo solo abituarmi ad essa, ma me la caverò. Io me la cavo sempre... - Una vampata di calore si accese improvvisamente nel corpo della ragazza, spandendosi nell'ambiente circostante, e fu subito chiaro che faceva sul serio. Il tempo delle provocazioni e dei sorrisi sarcastici era finito, adesso si sarebbe mossa per colpire... Koireos mosse un passo, e poi un altro, verso di lei, inquieto. Certo, poteva batterla più volte, volendo, ma a quale prezzo? Con quale difficoltà? Erano incognite che si sarebbero potute svelare solo combattendo, e provando con mano ciò che sarebbe successo. Passò la lunga Bastarda nella mano di freddo metallo, la fece roteare per qualche istante, quindi si lanciò verso Nia: accennò un fendente diretto alla spalla destra, solo per ritirarlo all'ultimo momento e passare la lama nella mano sinistra. Con questa tentò un affondo al ventre dell'indemoniata ragazzina, mentre con il pugno di acciaio, ora libero, mirò un gancio diretto al viso. La posseduta cadde a terra e si passò una mano sul volto - Parli di regole e poi mi molli un pugno in faccia? - sibilò - Spero tu ti renda conto che questo mi autorizza ad agire a modo mio! - Con un gesto fulmineo, mosse la mano e un'ombra trafisse Koireos alle spalle, lo trapassò, lo cinse in un abbraccio e lo scagliò contro un tronco. Una risata si alzò dal corpo dell'elfo: - Piccola psicopatica, Io violo le regole. E anche tu. E anche qualunque frequentatore dell'Immortal sotto la Luna. E chi ha parlato di regole? Ho solo detto che sarebbe stato divertente usarle, ma con te è impossibile, dolcezza! - Koireos si alzò, e soltanto una creatura come lui poteva essere in grado di muoversi ancora in quelle condizioni, visto il collo spezzato in maniera visibilissima, la ferita alla spalla e quella al ventre. Avanzò, quindi, camminando con calma tranquillità verso Nia e canticchiando qualcosa sul genere ‘I'm your worst nightmare’. - Caligo e Diane ti hanno presa in giro, e questo non ti piace - cantilenò il Senza Morte, muovendosi sempre con lentezza quasi esagerata. - Ma il demone è così, lo è sempre stato: ti promette tutto, e ti prende qualsiasi cosa. E non ti dà nulla, perché lui rimane quello forte, e tu, piccola bimba indemoniata, vieni lasciata con le briciole. Ma se piace a te... - - Tu non hai capito proprio nulla... - sibilò Nia – Non hai sentito cosa ti ho detto poco fa? Caligo dorme, e dorme perché io l’ho sovrastato... Caligo non è quello forte, Caligo è quello debole. Se così non fosse, sarebbe lui a sfidarti, non noi! Non Nia! - veloce come un lampo, la ragazza spiegò le ali e si gettò su Koireos, che parò altrettanto rapidamente la sua micidiale stoccata - E adesso ti consiglio di non distrarti, o smetterò di giocare e vedrò di farti a pezzi! - - Io ho capito solo che lui ti ha resa un mostro e che tua sorella ti ha presa in giro. Non è vero? Lei. La sorellina minore, che hai lasciato viva per pietà, ora ti ha detto che ti ha solo illusa, ti ha fatto capire che sei stata una stupida, un'ingenua... è una vergogna, non è vero? - Detto ciò, Koireos alzò la spada in una posizione di guardia, quindi mollò un ceffone a Nia. In pieno viso. - Svegliati, bimbetta viziata. Benvenuta nel mondo dei grandi - Lei rimase come di stucco, pietrificata, il volto girato e la bocca aperta. Piegò un angolo della bocca, accennando a una muta risata. - Bimbetta viziata... Saremmo noi la bambina viziata, secondo te? - Si mosse e guardò Koireos negli occhi: la sua furia aveva esteso le nere pupille in maniera spropositata, la bianca cornea degli occhi era quasi sparita. - Noi, la viziata, quando Diane ci ha lasciate diventare ciò che siamo soltanto per diventare la figlia prediletta. Oh, no... non è così! Lei è l'egoista, lei è la sciocca, lei è la debole che stava per morire sotto il colpo fatale di Caligo! Se io non avessi trovato la forza di suicidarmi per fermarlo, Diane sarebbe morta! Sono viva solo perché Islington è accorso in mio aiuto! E non ho certo risparmiato mia sorella per pietà, ma per gratitudine, perchè io ho un cuore, e noi non siamo egoiste! - Un'altra ombra colpì Koireos al viso, sbattendolo a terra. - E riguardo a te, cosa dovremmo dire? - continuò Nia - Anche tu hai ucciso, e per cosa, poi? Perchè ti era stato ordinato! - - Sì, ho ucciso... - Koireos aveva perso il suo solito sogghigno, impossibile decifrare l'espressione sul suo volto. - Ho ucciso mia sorella, ho ucciso suo marito, ho ucciso la mia 'madre adottiva', la sua guardia ed anche uno sfigatello che ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla strada della mia anima, quando è volata via come un elastico. My bad. Keira mi ha lasciato morire senza dir nulla, Hera NON mi ha lasciato morire, Maelras e gli altri sono stati... incidenti di percorso. Io non sono in pace con la mia coscienza, ma quando sei già all'Oltremondo per metà, chi ne ha bisogno? I morti non provano pietà, i morti non piangono, i morti non sono nemmeno legati alle leggi terrene. Qualche legislatura dice forse che uno zombie non possa uccidere? Dannazione, non siamo nemmeno sulla Dichiarazione dei Diritti! Tutto questo per dirti... perchè no? Perchè non avrei dovuto uccidere? - - E pensi che per me dovrebbe essere diverso? - Rapida, furiosa, Nia si chinò, afferrando brutalmente Koireos per i capelli, costringendolo a guardarla negli occhi senza osare abbassare lo sguardo ed ignorarla. - Per anni un demone mi ha torturata e per anni la mia famiglia mi ha abbandonata nelle sue mani... Sono impazzita? Sì, sono impazzita. Sono impazzita quando lui ha bruciato i miei occhi, rendendomi cieca e incapace di continuare a disegnare, l'unica cosa che mi fosse rimasta da fare... Quindi non rompere, non sputare sentenze, non continuare a dirmi che sono cattiva, che sono stupida, che sono egoista. E' andata così. E basta - Con un ultimo strattone, lasciò andare i neri capelli dell'elfo, rialzandosi poi, mentre lui si rimetteva a sedere e, piano, ricominciava a ridere. - Povera, piccola Nia Williams, che crede che la distruzione sia l'unica cosa buona della vita, che sta male e, per questo, crede di avere diritti sulla vita e la morte degli altri... Perchè, invece di vendicarti sull'unico e vero artefice della tua disperazione, ti sfoghi sul resto del mondo? Perchè non puoi farlo, ecco perchè. Non puoi toccarlo, lo devi accettare. Potrai anche essere più forte di lui, ma Caligo è dentro di te e lì dentro resta, e tu stessa non te ne vuoi staccare. Adesso lo vedi? Anche lui ha vinto! Ti posso fare onore dell'esserti tolta la vita, ma rimane il fatto che ti è rimasta come ultimissima carta da giocare. E se Islington non fosse con te, dolcezza? Se morisse, come a qualsiasi altra creatura può succedere? Cosa faresti, se oltre alla tua arte ti portassero via anche le tue ali? - Con quelle parole, Koireos trafisse Nia più di quanto sarebbe riuscita a fare la sua spada. L'indemoniata divenne improvvisamente incapace di respirare, gli occhi sbarrati, le mani tremanti. Si voltò di scatto, gridò. - Nessuno mi toglierà le mie ali! - Nia tremava. Non poteva sopportare un simile pensiero, Islington non poteva lasciarla sola. Se mai un simile rischio fosse esistito, lei avrebbe combattuto, lei lo avrebbe protetto, ma non sarebbe mai accaduto. Lui l'aveva promesso... - Lui non mi lascerà mai da sola, l'ha giurato, e Islington non mi mentirebbe mai. Perchè, adesso, lo nomini? Come osi? Parlavamo di ben altro, non metterlo in mezzo! Io ho forse detto qualcosa sulla tua adorata ragazza? Dobbiamo parlare anche di lei, di come anche lei potrebbe morire? - Koireos s'incupì, ma stavolta non rispose. Scuro in volto, si rialzò: - No, non ne dobbiamo parlare, perchè io renderei impossibile che accada... - disse - Ma il tuo problema resta: il tuo animo agogna una duplice vendetta che non può avere, e coloro che ne pagano le conseguenze sono gli innocenti che incontri quando sei in preda alla follia. Non si può andare avanti così, no, no... Le vittime potrebbero anche finire, un giorno, lo sai? E dopo? Su chi sfogherai la tua voglia di vendetta, darling? - La posseduta lo guardò muta per un istante, per poi spostare il suo sguardo verso il cielo. Si perse nelle alte stelle che costellavano la volta oscura, prima di parlare: - Di Caligo mi sono già vendicata - risolse - Ho i suoi poteri e lui è intrappolato dentro di me, costretto a vedermi vivere mentre lui è peggio che morto. Un destino più orribile, per lui, non poteva esistere: schiavo di una misera mortale, di un'esile ragazzina, di una sua vittima... Non puoi nemmeno immaginare quanto questo pensiero lo tormenti. Mi odia, e io ne godo... o meglio, ne godevo, perchè adesso non è nemmeno in grado di odiare: dorme, e io vivo senza sentire la sua voce - - Oh, certo, è intrappolato, è addormentato. Ma la sai una cosa? Solo la Morte può cancellare maledizioni, incubi e matrimoni. Finché sarete lo stesso corpo, prima o poi la pugnalata arriverà. E tu, che ti sarai cullata nella tua sicurezza d'ottone, non potrai far altro che maledire il giorno in cui non hai ascoltato le parole di Koireos Datren Nightfall. Credimi: non dicono forse che i morti possono guardare nel futuro? - La ragazza continuava a guardare le stelle, la voce trasognata appena percettibile: - Eppure non hai visto che anche per me la felicità poteva esistere... - - Ed anche per me. Ma noi due siamo una maledizione, per coloro che ci circondano, n'est-ce pas? Due baratri infiniti, che non sanno fare altro che fissare coloro che guardano dentro di noi, e lasciare che scivolino in noi, fino alla loro perdizione. È triste? Può essere. Ma non riesco a piangere per i tuoi occhi, Nia. Sei fautrice unica delle tue disgrazie, e queste ti inseguono, come dei cuccioli seguono la loro madre - Il Non Morto si era avvicinato, e adesso Nia aveva smesso di rivolgere lo sguardo al cielo per scrutare i verdi occhi di lui. Koireos sembrava studiarla con attenzione, sospirando. - Non posso far nulla per te - - Smettila di preoccuparti, allora, e pensa alla tua anima... - - La mia anima? Ah! È già dannata quanto la tua. Quando la cosa migliore che sai fare è combattere... Sai com'è: in guerra è tutto un Cane mangia Cane, e io sono sempre stato la belva più grossa. 1300 anni di battaglie, anche con una sola vittima all'anno, ogni due, cinque, dieci anni, fanno all'incirca... Ma anche tu sai fare i calcoli, no? Sono il Veterano Perfetto, un esemplare vivente della Sindrome del Golfo. Io, che non posso morire, sono diventato per tanti, troppi, la Morte, Distruttrice di Mondi... Ma tu cosa sei, tu, Nia Williams: una bimbetta viziata, qualcuno che ha deciso che voleva essere migliore di ogni altro, o una povera vittima che non è riuscita a salvarsi e si è arresa alla dannazione? Rispondimi, su. Finiamola, e dimmelo. O hai paura della risposta? - - Cosa sono... - Nia soppesò ogni sua parola, respirò a fondo articolando, nella sua mente, ogni frase: - Beh, se chiami bimba viziata una ragazza che ha passato 8 anni della sua giovane vita tra psichiatri e manicomi, abbandonata dalla propria famiglia, allora lo sono... Se dici che sono qualcuno che ha deciso che voleva essere migliore di ogni altro, perché gli altri la emarginavano, la tenevano lontana, allora sono anche questo... E poi... poi non lo so. Sono solo una cieca che vede soltanto grazie ai poteri di un demone, e che grazie a quei poteri non è più mortale. Forse è vero, mi sono arresa alla dannazione, ma di sicuro non mi sono arresa al volere di Caligo, perchè Diane è viva. E forse anche per questo non riuscirò mai a vendicarmi di lei. In fin dei conti, mi ha salvata dall'assoluta possessione... - Improvvisamente, Nia si sentì svuotata. Le sue parole l'avevano portata ad una nuova consapevolezza, adesso sapeva perchè non valeva la pena uccidere Diane. Non era solo una questione di complicità, di quello strano equilibrio creatosi tra loro, non era nemmeno solo colpa dei suoi sentimenti: Diane era la causa che l'aveva portata a resistere a Caligo. Questo, forse, bastava a far sì che non meritasse la morte... Koireos continuava ad osservarla in silenzio, ma poi si mosse di colpo ed inclinò il capo. - Mah! Io penso che tu sia di più... o di meno, forse. Devi deciderlo tu questo, mica io. I morti non prendono decisioni. E forse sbagli a risparmiare tua sorella, forse no. Posso solo dirti che, se il tuo angioletto potesse ripulire il macello che la sua ragazza ha fatto e metterle un po' di vera pace nell'animo, penso ci risparmieremmo parecchie grane - Quindi, dopo un unico cenno con la mano, si voltò e fece per andarsene, come se nulla fosse successo, come se non stesse ancora sanguinando a causa delle ferite riportate nello scontro... La ragazza non si mosse, limitandosi ad osservare la figura dell'elfo che si allontanava a passo cadenzato. Le sue pupille si restrinsero, tornando alle dimensioni che avrebbero avuto due normali iridi, e respirò a fondo. Cos'era stato quell'incontro? Uno scontro? Uno sfogo? Una discussione? Una resa dei conti? Un esame di coscienza? Un chiarimento? Forse era stato tutte queste cose assieme... La posseduta non aveva avuto modo di liberare tutta la violenza che reprimeva in sé, ma adesso non ne sentiva nemmeno più il bisogno. Il suo nemico, con i suoi commenti irritanti, con le sue parole dure e schiette, era riuscito a fare ciò che un amico non sarebbe mai riuscito a fare: a placarla, a spegnere la fiamma che alimentava il suo desiderio di sangue, a cancellare il desiderio di riversare su altri il suo tormento interiore. O, perlomeno, ci era riuscito momentaneamente... ma era già di per sé un risultato incredibile. - Te ne vai? - Nia non aveva potuto restare in silenzio più a lungo: un'improvvisa quiete aveva soppresso ogni pensiero le passasse per la mente, ed era così abituata al rumore dei suoi folli e sofferenti ragionamenti da non poter sopportare quella pace inaspettata. - Sì - rispose Koireos senza voltarsi. - Ero solo venuto a dare un'occhiata. Ho altri impegni, cose da fare... Anch'io ho i miei pensieri, sai? - Pensieri, sì... La Famiglia: Raben, Kraag, Elthias, Rethar... ed Erem. Quelli sì che erano pensieri sui quali soffermarsi, pensieri che avevano assunto uno strano comportamento e che non lasciavano presagire niente di buono. La preoccupazione di Koireos era tanta, ormai, impossibile da ignorare, e si manifestò chiaramente nella sottile ruga che gli apparve in fronte, ma che la posseduta non poteva vedere. - Non ti fermi nemmeno a mangiare qualcosa? Stai disseminando sangue ad ogni passo, dovresti fare qualcosa per quelle ferite... non credi? - continuava a chiedergli Nia. Forse perchè desiderosa di dare aria alla gola, forse perchè era l'unica cosa a cui era riuscita a pensare, ma le parole erano quanto di più cortese si potesse aspettare da lei, nonostante il tono inespressivo della sua voce... - Molto gentile da parte tua farmelo notare, dato che me le hai inferte proprio tu, ma ho una certa fretta - disse l'elfo, rinfoderando la spada. - Non passi nemmeno a salutare la tua ragazza? - - Lei non è qui, non aveva voglia di venire... - Dopo la sua ultima risposta, Koireos decise di fermarsi, per poi voltarsi appena verso la ragazza, stranamente immobile dove l'aveva lasciata. - Ma tu, perchè cerchi di trattenermi? Perchè non ti volti e non vai a goderti le luci e la musica? Perchè non vai dal tuo angioletto e dalla tua adorata sorellina? Io a che ti servo? A stento mi sopporti, e stasera ci siamo già scornati abbastanza tra noi, non trovi? - - Giusto... trattenerti non ha senso - Nia mosse piano un rigido passo, poi un altro, e un altro ancora. Si toccò il viso, sentendolo più gonfio del solito, sicuramente a causa dei colpi ricevuti; controllò il suo abito, rassettandolo: era riuscita a non rovinarlo troppo, ma un fendente doveva averla sfiorata, provocando un taglio sottile al fianco del vestito. Con l'aiutò di un'ombra creò un taglio perfettamente parallelo, salvando le apparenze. - Al nostro prossimo incontro, Koireos Datren Nightfall - - Al nostro prossimo incontro, Nia Williams... e fa qualcosa per coprire l'occhio nero che ti ho fatto. Si nota, sai? - E con un ultimo, reciproco, sarcastico sorriso, i due si allontanarono, prendendo direzioni opposte, senza mai guardare indietro. Nia tornò nella festante radura, la rossa luce del fuoco l'avvolse, la musica prese il sopravvento sul vuoto sereno che aveva in testa... Koireos s'immerse tra i fitti alberi della boscaglia, dileguandosi tra le ombre, sanguinante ma insensibile al dolore, oppresso dalla consapevolezza che qualcosa, attorno a lui, stava cambiando, e in peggio...
Venetia ed Islington camminavano l’uno di fianco all’altra lungo la spiaggia in silenzio. Mentre si allontanavano dalla festa la musica ed il chiacchiericcio giungevano loro sempre più deboli ed attutiti, mentre il dolce soffio del vento e il ritmico respiro del mare che si infrangeva sulla spiaggia li avvolgevano in quella notte morbida e accogliente. L’aria era fresca e umida lontano dal grande falò e fuori dalla massa di persone era libera di giocare coi loro capelli e coi loro abiti. Ora che erano sufficientemente lontani non si sentivano più nemmeno i canti sguaiati dei demoni amici di Islington ormai completamente ubriachi. Solo la risacca rompeva ritmicamente quel silenzio. Fu allora che l'angelo si fermò. Si voltò verso il mare a guardare verso l’orizzonte mentre Venetia rimaneva in attesa di ascoltare ciò che aveva da dire. Lo conosceva fin troppo bene e sapeva che quando la prendeva da parte per condurla lontano aveva bisogno di parlare, di aprirsi. - E’ una bella festa, vero? – - Sì – convenne Venetia guardando nella sua stessa direzione. - Ci sono un sacco di persone, molte delle quali non sanno nemmeno cosa stiamo festeggiando – - Non sapevo che stessimo festeggiando qualcosa – disse lei con aria distratta. Islington provò una lieve e fastidiosa sensazione, come se fosse indeciso su come considerare quelle parole. Sapeva che Venetia non diceva mai cose a vanvera, ma quella volta voleva concederle il beneficio del dubbio. - Algor mi ha parlato di un destino che è cambiato, di una vittoria... ma non so cosa volesse dire – rispose lui con indifferenza. - Certo che sai cosa volesse dire – puntualizzò lei – Si riferiva a Nia. Immagino sia felice che sia ancora viva – Islington si voltò verso di lei. Il giovane vestiva un paio di pantaloni di lino bianco ed una camicia di cotone anch’esso bianco e i tessuti leggeri venivano appiccicati al suo corpo dall’aria impertinente del mare. Aveva arrotolato le maniche della camicia fino a poco sotto i gomiti e teneva le mani in tasca. Lei teneva le braccia piegate all’altezza dello stomaco stringendo i gomiti con le mani per ripararsi dall’aria. Il vento giocava coi suoi riccioli in una danza che dapprima le celava il volto pallido ed il collo delicato per poi rivelarlo in un sospiro. Islington la osservò a lungo. Cercava forse di cogliere in lei i suoi veri sentimenti? Ma sapeva che era inutile, il volto di Venetia era come sempre impenetrabile, teneva lo sguardo fisso davanti a sé e l’espressione di una statua di marmo – E tu non ci trovi niente da festeggiare in questo, o mi sbaglio? – le chiese infine quando capì che l’unico modo per avere risposte fosse essere completamente sinceri. Venetia non rispose subito, aveva bisogno di riflettere attentamente su quale risposta avrebbe dato ad Islington – Io sono felice se tu sei felice – Ma il giovane non gliela diede vinta. Si concesse una sincera risata, prima di farsi più vicino a lei con aria complice – Non dire bugie – - Non sono bugie, è la cosa più sincera che potessi dirti – - Ma non hai risposto alla mia domanda – - Non avevo capito che fosse una domanda – - Bè, lo era – rimbeccò lui con un tono vagamente infastidito dai continui tentativi di lei di evitare il discorso. - E cosa vuoi sapere? – gli rispose con l'aria altrettanto infastidita di chi fa di tutto per evitare un discorso senza riuscire a far desistere il proprio interlocutore - Se sono felice di sapere che la donna che mi ha uccisa sia ancora viva e libera di perpetrare altri crimini? – Immediatamente il volto di Islington si fece cupo – non è colpa sua... – ma si interruppe subito, conscio di ciò che aveva appena detto e del peso che avrebbe avuto sull'amica. - E' questo quello che ti racconti quando stai con lei... prima di addorrmentarti... quando ti guardi allo specchio? - chiese lei attendendo una risposta che non arrivò - Se tu sei felice di vivere una bugia sei padrone di farlo, ma non tentare di rifilarla a me – continuò con voce di pietra – Suppongo sia confortante, per te, pensare che lei sia una vittima come tutti gli altri, ma se non è lei la carnefice allora sarei curiosa di sapere chi... – - Adesso basta – sbottò Islington con un tono appena un po' più violento di quanto avrebbe voluto - lei non era in sè... era in balìa di Caligo, lo sai... non voleva... non era questo che avrebbe voluto. Lei non era così... se solo tu la vedessi quando è lucida capiresti... se solo... – Venetia guardò il giovane che aveva accanto e per un attimo maledisse se stessa e la sua feroce schiettezza. Vide la persona a lei più cara in preda ad una disperazione che, solo ora lo vedeva chiaramente, lo stava divorando da ben prima che lei gli dicesse quelle cose. Islington aveva sempre celato i suoi sentimenti, soprattutto i più tristi e oscuri, dietro a quel sorriso dolce e solare che mostrava a tutti così come lei nascondeva i suoi dietro alla sua maschera di impassibilità. Ma ora, lì con lei, davanti ad un oceano di emozioni, la maschera di gaiezza del suo angelo si incrinava sopraffatta dal devastante tormento che lo angosciava. Venetia fu tentata di raccoglierlo tra le braccia e rassicurarlo così come lui aveva fatto tante altre volte con lei, ma sapeva bene che non l'aveva portata fin lì per avere la sua compassione. Gli diede il tempo di trovare le parole che da tanto, troppo tempo premevano per essere pronunciate, ma che più di tutte le altre aveva temuto. Venetia conosceva bene quel processo e sapeva quanto potesse essere straziante perciò gli concesse tutto il tempo di cui aveva bisogno. Solo dopo diversi minuti Islington parlò - Lo so. Hai ragione tu: Nia è colpevole. Caligo l'ha portata alla follia, ma la coscienza che muoveva le sue azioni è ed è sempre stata quella di Nia. Anche nei momenti di pura follia lei è sempre stata perfettamente consapevole di ciò che faceva. E' così, me lo ha detto lei. E mi ha anche detto che lei provava piacere nel farlo, lei... godeva nell'uccidere persone innocenti - Trattenne per un attimo il respiro, come se sentisse il bisogno di ripulirsi la bocca da quelle parole – e ora io sono felice con lei come se non sapessi nulla di tutto ciò che ha fatto... - una lacrime leggera come una piuma sfiorò la sua guancia – e sono colpevole quanto lei - Venetia si voltò verso di lui, poggiò una mano sulla guancia bagnata dalla lacrima e la accarezzò - Io non lo so cosa provi, ma posso immaginarlo. Capisco che ti senta lacerato... ma io non ho parole per consolarti. E, onestamente, non credo sia questo ciò che cerchi da me - Islington afferrò la mano della donna come se fosse il solo appiglio che lo potesse salvare dall'abisso su cui stava sospeso, la strinse tra le sue e vi poggiò sopra le labbra. Teneva gli occhi serrati deciso a non concedersi nessun'altra lacrima che potesse dargli sollievo. La vista del suo angelo disperato straziò il cuore di Venetia, gli appoggiò delicatamente la mano libera sulla spalla e lo tirò dolcemente verso di sè, lasciando che appoggiasse la testa sulla sua spalla. Islington si lasciò andare e ben presto quel lieve gesto di avvicinamento divenne un abbraccio. Lui le circondò la vita e nascose il volto nell'incavo della sua spalla mentre lei appoggiò le sue braccia sulle sue spalle mentre con le mani gli carezzava I capelli di seta. Rimasero così per lunghi istanti finché lui non staccò leggermente la testa dalla spalla di lei, inspirò profondamente molte volte per ritrovare la voce. - Grazie. Grazie di essere qui, con me. Sono un maledetto egoista. Ho sempre saputo quello che Nia ti ha fatto, so cosa provi per lei eppure ti ho costretta ad accettarla per me... e nonostante tutto questo sei ancora qui, per me - Venetia prese il suo volto tra le mani e lo costrinse a incrociare I loro sguardi.. - E dove altro dovrei essere, secondo te? Quando mai ti ho negato la mia spalla? Islington ci siamo sempre stati l'uno per l'altra, ricordi? Ci sono state altre donne, altri uomini... ma io e te... siamo sempre stati soltanto io e te anche quando c'erano altri. In mezzo a tutto il mondo siamo sempre e solo io e te. Non conta chi attraversa le nostre vite e perché. Io sarò sempre qui per te. Sempre - I due si guardarono ancora condividendo uno sguardo che chiunque altro avrebbe giudicato quello di due amanti, ma che solo loro sapevano essere molto di più. Anche dopo aver sciolto il loro abbraccio rimasero insieme in silenzio ancora a lungo, lontani dalla folla, da tutto e da tutti. L’uno di fianco all’altra con il solo rumore della risacca a rompere quel silenzio che era infinitamente leggero.
Seduto sotto la buia ombra degli alberi, Algor si era preso un momento di pausa per godere della vista della sua festa. Le parole che Nairya gli aveva rivolto quella sera avevano in parte intaccato il suo entusiasmo iniziale ma, specie dopo aver visto la ragazza volteggiare avvinghiata a quel misterioso ragazzo, la sua allegria era tornata più forte di prima, insieme alla soddisfazione di aver visto smentito il pessimismo della guerriera proprio di fronte ai suoi occhi. Ghignò vittorioso, e si annullò completamente nella contemplazione: Delamere trotterellava felice davanti ai musicanti, che suonavano appassionatamente guidati dal violino di Eigon, Lynn e Nhar ballavano ancora e i suoi amici demoni se la stavano spassando; qualcuno era già scomparso dalla sua vista, ma tutti gli altri si stavano divertendo... Il Falò era un successo, e lui non poteva non gioirne. La cosa divertente era che solo lui conosceva la reale motivazione di quella festa: i pochi presenti all'esorcismo di Nia pensavano fosse la salvezza di quest'ultima, ma in realtà non era per questo che aveva organizzato l'evento... Lui stava festeggiando gli Immortali. La festa era dedicata ad ognuna delle creature presenti attorno al fuoco perchè, a quanto pareva, erano una delle causa della sua nascita, ma anche la soluzione a quella disgrazia poiché gli unici capaci di cambiare il corso del Fato, proprio come Islington aveva fatto con Nia... L’eco delle parole di Nairya riecheggiava ancora doloroso nella sua testa, ma non riusciva comunque a smorzare la sua felicità. Gli occhi gli divennero lucidi, mentre le parole di un'anziana donna gli tornavano alla mente:
Pensa sempre con la tua testa...
La sua mano strinse il ciondolo nascosto sotto la sua maglietta: "Lo sto facendo, nonna...e riuscirò ad eludere l'ordine che Gaja mi ha imposto, stanne certa" Con un piccolo scatto il ciondolo si aprì, mostrando al ragazzo quel che vi era contenuto: una ciocca di capelli incastonata nel più eterno dei ghiacci, per poter vivere per sempre. L'immagine di una lunga chioma di riccioli fluenti apparve davanti ai suoi occhi, e rivide quel sorriso così simile al suo, quegli occhi dolci che per primi lo avevano guardato con amore, quelle braccia che lo avevano stretto al petto, sentì quella voce che gli aveva sempre parlato con dolcezza. Sorrise, abbandonandosi a quelle dolci memorie, e chiuse gli occhi... ma un grido straziante infranse l'incanto. Voci concitate, una strillo di donna: LORENZO! Poi il rumore di uno sparo. Il sangue. Quello sguardo d'amore che diventava vuoto. La voce melodiosa spenta in un rantolo. Il tonfo del cadavere. Morte. Dolore. Tortura. Una voce gridava; era la sua. Lui gridava. Stava gridando. Lo portavano via. Lo portavano via da lei! Una mano lo afferrò, non poteva lasciarsi portare via. Non di nuovo. Afferrò quella mano e la trascinò in avanti.
- EHI! ALGOR! -
Quella voce conosciuta lo riportò alla realtà. Sbatté le palpebre e vide di aver stretto il polso di Diane, e che la ragazza lo guardava preoccupata. - Diane... Cosa..? - - Algor... - Lei era sorpresa quanto lui - Passavo di qui, ti ho visto e... dormivi. Ti agitavi, parlavi nel sonno, ma non appena ti ho toccato... - Il ragazza rimase impietrito e lasciò subito andare la ragazza. - Scusami! Scusami davvero, mi dispiace se ti ho spaventata. Io... stavo facendo un incubo. Ma va tutto bene, sta tranquilla - Abbassò il capo da un lato, mentre Diane stringeva appena gli occhi, attratti da un misterioso luccichio. - Stai... piangendo - disse - Algor, sicuro che vada tutto bene? - Lui rimase interdetto. Si toccò le guance, scoprendole inumidite dalle lacrime, e si sbrigò ad asciugarsi gli occhi con rapidi gesti. Somigliava un po' a un bambino, in quel momento... - Sì, certo, non preoccuparti: io sono abituato agli incubi, sono la mia maledizione - Rise, ma non riuscì ad apparire allegro come voleva. Diane gli rivolse uno sguardo apprensivo: Algor aveva fatto in modo che sua sorella fosse salvata dalla morte, e si sentiva quasi in obbligo nei suoi confronti. Estrasse dalla tasca dei suoi pantaloncini un fazzoletto di candida stoffa e glielo porse con gentilezza. - Penso che questo ti serva - gli disse con un sorriso - Ti ho sentito mormorare diverse cose... chiamavi tua madre... - Algor divenne rigido e lei prese fiato, prima di continuare: - Ma non ti voglio fare domande. Però, se ne volessi parlare... sono qui: ormai, penso tu sappia che sono l'ultima persona al mondo in grado di giudicare gli altri - Arrossì appena, abbassando gli occhi: - Lo so, ti starò sembrando invadente... però... - - Non sono in vena di parlarne, e temo che non lo sarò mai - Algor aveva replicato seccamente, interrompendo la ragazza prima che potesse finire di parlare, - Questi incubi riguardano un periodo della mia vita del quale non riesco a parlare. Certe cose fanno troppo male, per essere rivangate... ma grazie del pensiero. Fa piacere sentirsi rivolgere questo genere di attenzioni, specie dalle belle ragazze - Rassicurò Diane con un sorriso sincero, prendendo il fazzoletto ed asciugandosi per bene la faccia. - Non sei così male, in fondo - le disse - E, a proposito... con Nia com’è andata? Scusa se faccio il ficcanaso ma, sai com'è: essendo stato presente quel giorno... - - Oh, non fa nulla - L'esorcista trascinò un piede sul terreno, sollevando un po' di soffice terriccio e scavando una piccola buca: - E' andata... meglio di quanto immaginavo, ma non così bene come avrei sperato - - Temo che le tue speranze fossero comunque solo illusioni - - Sì, lo temo anch'io... - mosse un passo verso la festa, guardando la radura - Niente è più come prima, e non si può tornare indietro... Il tempo passato nella tranquillità di una comune vita mortale è finito per entrambe già da molto tempo - - Guarda il lato positivo - disse Algor, cercando di risollevarla - Hai scoperto un mondo che altrimenti ti sarebbe stato celato per sempre. Angeli, demoni, elfi, creature fantastiche, affascinanti e misteriosi ragazzi riccioluti che ti salvano la sorella... - Si avvicinò con passo felpato, sentendo alzarsi da lei una risatina - Ehi, sono riuscito a farti ridere senza birra! Ah, a questo proposito... vedi di non esibirti mai più in uno spettacolo desolante come quello che hai dato al buffet o la prossima volta sarò costretto a trascinarti via con la forza - - Ci proverò - rispose Diane - Ma purtroppo certi brutti vizi sono difficili da far sparire - - Gioventù bruciata... - Dei passi interruppero la loro conversazione: - Ho per caso interrotto qualcosa? - Arkan aveva un'espressione divertita e osservava come Algor fosse vicinissimo a Diane con tutta l'aria di chi si vorrebbe avvicinare ancora di più... - Oh, certo che no! - rispose il ragazzo - Stavamo solo chiacchierando un po'... vero Diane? - Ma Diane non rispose: era arrossita di colpo e sembrava avere le labbra incollate tra loro. - Ti stavo aspettando - riprese l'angelo, come se non si fosse accorto di nulla - Come... - - Bene - rispose lapidaria la ragazza - Benissimo. Meravigliosamente - Cadde un attimo di silenzio, durante il quale Arkan assunse un'espressione indecifrabile. - Mi racconterai più tardi - disse poi, tornando a sorridere - Ti ho portato la tua borsa: penso che tu faccia ancora in tempo a scattare un bel po' di fotografie - - Oh... perfetto... grazie - L'angelo le diede la borsa, ma lei restò ferma dov'era e continuò a guardarlo in quel modo imbarazzato e strano. - Devi chiedermi qualcosa? - le domandò Arkan. Lei sembrava non sapere da dove cominciare. Gli occhi di Algor saettavano dall'uno all'altro, lasciando al giovane la vaga impressione di essere di troppo... - Devo lasciarvi soli? - Diane scosse la testa: - No, no. Resta pure, mi chiedevo solo... - si fece coraggio - Arkan, ma tu sei un maschio? - Scese un lunghissimo silenzio. Diane guardava Arkan, Algor e Arkan guardavano Diane, poi il giovane scoppiò a ridere fragorosamente, piegandosi in due, stringendosi lo stomaco, arrivando anche a sedersi a terra. Diane si sentì sprofondare, e Arkan la guardò teneramente intanto che attendeva che Algor la smettesse di ridere. - Questa è... è la domanda più scema che io abbia mai sentito! - esclamò il giovane, cercando di contenersi - Ma... Ma ti pare una donna?! Insomma... ci sono un paio di cosette che mancano all'appello, no? Ma come ti è venuto in mente... Oh dei! - - Penso che Diane si riferisca al mito degli angeli asessuati: è nata in Irlanda, ha ricevuto un'istruzione cattolica - - Beh, e io che sono nato in una famiglia ebrea cosa dovrei dire? - Algor si rialzò, pulendosi i pantaloni con qualche colpo delle mani - Comunque, se non erro, vi conoscete ormai da anni. Diane, non te ne dovresti essere accorta? Con tutto quel che avrai letto... - - Io... - Diane non sapeva cosa rispondere. Algor aveva ragione, esattamente come l’aveva avuta Nia: da tre anni a quella parte aveva scoperto tante cose da essere stata costretta ad abbattere moltissimi degli insegnamenti ricevuti in passato, eppure non era riuscita a capire una cosa tanto semplice. E adesso quasi stentava ad accettarla. Perchè? Perchè si stava mostrando tanto ottusa su un particolare che, in fondo, non significava quasi niente? Cosa avrebbe cambiato scoprire che gli angeli avevano sesso? Non riusciva a capirlo, ma ne era molto turbata... - Questo particolare non è mai rientrato nelle nostre discussioni - Arkan era intervenuto rispondendo al suo posto, salvandola momentaneamente dalla sua confusione - Ho incentrato le lezioni che ho dato a Diane sugli incantesimi di esorcismo, sul modo di usare al meglio la parte di energia che le ho ceduto e sullo studio dei demoni. Diciamo che, non essendo un argomento di primaria importanza, non l'ho mai accennato... Anzi, penso che se Nia non fosse capitata in coppia con Islington, questa domanda non sarebbe mai stata posta, dico bene? - - Esatto... - rispose debolmente Diane. - Il sesso è sempre un argomento scomodo, eh? - scherzò allora Algor, che improvvisamente aveva assunto uno sguardo malizioso - Vogliamo tornare a ballare? - - Mi piacerebbe - rispose Arkan - Ma sono molto stanco e preferirei tornarmene a casa a dormire. Domani partirò di buon ora - Diane ebbe un sussulto - Partire?! - esclamò - Ma... non mi hai detto nulla! Mi lasceresti da sola a casa tua, a sorvegliare Nia... da sola... tutta sola... - - Non sei sola, qui riceverai sicuramente qualsiasi genere di aiuto, inoltre quella casa è ormai tua, non mia: sono io l'ospite, non tu. Mi spiace lasciarti così di colpo, ma sono un angelo Guardiano e sai cosa vuol dire: la mia natura mi spinge a viaggiare di continuo, non ho una vera vita sulla terra... - Diane scosse piano la testa: - Ma... la situazione potrebbe sfuggirmi di mano - - Da quando sei diventata insicura? - le chiese Arkan - Di solito, tendi a sopravvalutarti - Rise e le si avvicinò - Sarai capace di controllare Nia senza problemi, Diane, e comunque ricorda che nel tuo rosario c'è una parte di me: ti basterà chiamarmi e l'energia vi racchiusa mi trasporterà qui - - Sai teletrasportarti?! - esclamò Algor, stupito - Stupendo! - - Ecco... - Arkan si strofinò la testa, umile - veramente no. E' solo un incantesimo che ho imparato col tempo, niente di che... Roba da maghi, insomma. Non che io abbia delle doti magiche, per nulla, ma questa ho pensato di doverla imparare: sapevo che mi sarebbe tornata utile - Algor annuì rapido - Interessante... - disse, andando verso Diane - Però, adesso ti sto trattenendo anche troppo. vai pure a casa, io porto questa signorina a fare il suo bel servizio fotografico: tanto mi pare di aver capito che coabitiate nella stessa casa, vi saluterete domani mattina - Poggiò le mani sulle spalle della ragazza e prese a spingerla via, rivolgendo ad Arkan un enorme sorriso: - Arrivederci a presto Arkan, passa una bella notte! - La malizia nella sua voce era chiaramente percepibile, e trascinò via l'esorcista senza dare tempo all'angelo di rispondere, lasciandolo senza parole.
- Fossi in te, approfitterei della tua straordinaria scoperta e darei all'angioletto un salutino coi fiocchi, stanotte - Sussurrò il ragazzo all'orecchio di Diane non appena furono lontani dall'angelo. Le ginocchia della ragazza ebbero un cedimento dovuto ad un attacco di qualcosa molto simile al terrore... - Cosa?! - Algor ridacchiò e trasformò la sua voce in un sussurro suadente: - Dai, mi hai capito: lui è un maschietto, tu una femminuccia, di notte nella stessa casa... - - E' il mio maestro! - sbottò scandalizzata Diane - Cosa ti salta in mente? - - Cosa mi salta in mente?! - esclamò di rimando Algor - Ragazza, è chiaro come il sole di mezzogiorno che sei completamente cotta di lui! Cosa ti costa provarci? - - Non ci voglio provare... - Diane parlava come se avesse appena sentito un'orrenda blasfemia - Io... non faccio certe cose. Andrò a casa solo per dormire, non per... provarci. Ed Arkan lo saluterò col solito abbraccio, domani mattina – - Non dirai sul serio?! - Il ragazzo non riuscì a trattenere il suo stupore davanti a quella risposta, ma poi la sua espressione divenne imbarazzata - Accidenti... ti sto sembrando un pervertito, vero? Va bene, ammetto di esserci andato un po' pesante, però volevo solo darti un consiglio... - - E' il mio maestro! - ripeté forte l'altra - E' il mio maestro, e avrà qualcosa come 5000 anni, va contro ogni morale... Non potrei... Non si può! Non io... - L'espressione che si dipinse sul volto della giovane esprimeva un ribrezzo che aveva dell'incredibile, ed Algor osservò il suo volto con enorme stupore. - Adesso cosa vuol dire quella faccia? Ti sconvolge tanto provare qualcosa per lui? Va bene, ti ha fatto da maestro in questi anni ed è più vecchio di te di qualche millennio, ma... hai mai sentito la storia di Abelardo ed Eloisa? - Diane si staccò bruscamente da lui: - Sì che l'ho sentita, e non è il mio caso! Io... Io... - restò paralizzata per una frazione di secondo, tremando come se stesse per scoppiare a piangere. - Voglio scattare le mie foto - disse alla fine. Algor era parecchio confuso: "Se questo non si chiama amore tormentato..." Ma in Diane si agitava qualcosa di molto diverso dall'amore, qualcosa che nemmeno lei riusciva a tradurre in un sentimento definito. L'unica cosa che percepiva per certa era un improvviso sconforto. - Vado... a scattare le foto - La ragazza pareva persa nel vuoto. Si allontanò da Algor con una leggerezza spettrale, diretta alla folla festante, seguita dallo sguardo sconsolato del giovane.
Lei si allontanava, e nel frattempo due sagome uscivano dalla coltre di gente ancora intenta a ballare, avvicinandosi sempre di più in direzione del punto dove Algor era rimasto. - Algor! - Il ragazzo riconobbe immediatamente Nhar e Lynn nei due che gli stavano venendo incontro. - Eccovi qua! - esclamò gioviale, esibendo un bel sorriso - Dove ve ne andate di bello? Non starete piantando la festa per farvi una passeggiatina romantica? - Dalla coppia si alzò una lieve risata. - No, niente del genere - rispose Nhar - Me ne sto tornando nella mia dimora, e la signorina Lynn si è gentilmente offerta di accompagnarmi a cercarti per poterti salutare - - Ma come, te ne vai di già? Non resti ancora un po'? Perchè non ci beviamo qualcosa al buffet, la festa inizia a riscaldarsi proprio ora - Il volto del giovane era palesemente deluso: il drago se ne stava andando senza essersi ancora mostrato nel suo vero aspetto. - Mi spiace, ma io non resisto troppo a lungo lontano da casa mia. La festa sta riuscendo davvero bene e mi sono molto divertito, ma la persona che stavo aspettando non si è presentata e dubito che si presenterà... - Sospirò rattristato: Shaylah non era venuta, e lui avrebbe dovuto aspettare un'altra occasione per poterle parlare. - E' stato un piacere conoscerti di persona: sei un personaggio davvero particolare - sorrise e porse la mano al ragazzo, che la strinse con calore - Ti affido Lynn: è una ballerina davvero leggiadra, sarebbe un peccato non invitarla a danzare - Il volto di Lynn s'illuminò in un sorriso lusingato, intanto che Nhar si chinava per salutarla con un elegante baciamano. - Alla prossima occasione, amici miei - E se ne andò con passo cadenzato, coi capelli d'argento che riflettevano sinuosi le luci splendenti nel cielo.
Lynn e Algor restarono a guardare la sua ombra che spariva quasi ipnotizzati da essa. - Però io volevo vedere le ali e gli artigli... - borbottò sconsolato il ragazzo. La ragazza alzò un sopracciglio, volgendo lo sguardo verso di lui: - Come, scusa? - - E' un drago - spiegò lui. Lei spalancò gli occhi. - E già - continuò il ragazzo - I draghi sono in grado di assumere forma umana e confondersi tra i mortali, è così che sono rimasti delle leggende. L'ho scoperto oggi... - Rivolse alla dea uno sguardo accattivante, poi le porse galantemente la mano: - Beh, rompere la promessa fatta a un drago non sarebbe carino, non trovi? Che ne dici di ballare un po' con me? - Lynn assunse un'espressione cortese mentre scuoteva il capo: - Ti ringrazio dell'invito, ma sono costretta a declinare - rispose - Venendo qui ho riconosciuto la ragazza che ha fatto scappare Nia, e devo ammettere che sono preoccupata per lei, dato che non l'ho vista tornare... Vorrei andare a cercarla - Era strano per Lynn sentirsi preoccupata nei confronti di qualcuno che conosceva appena, ma quella oscura ragazza aveva in sé qualcosa in grado di smuoverle il cuore, nonostante tutto. E la cosa sembrava reciproca... Algor ritirò la mano con un gesto fluido: - Va bene, come non detto allora. Ma non saprei dirti dove cercarla, non l'ho vista uscire dal bosco... Ma Diane è arrivata da lì, prova magari a seguire la stessa direzione - e così dicendo, indicò il punto dove si era addormentato. Lynn annuì, - Grazie mille - disse - E scusa se ho rifiutato il tuo invito - - Oh, sciocchezze, non fa nulla... - Rispose il ragazzo. Ma la realtà era che i suoi occhi avevano appena scorto un paio di figure femminili molto interessanti che parevano non aspettare altro che essere invitate a danzare. In particolare, una sinuosa giovane dai lunghi capelli biondo platino e le movenze feline lo stava attraendo a sé con un astuto gioco di sguardi... - Beh, io ho da fare. Molto da fare. Devo occuparmi degli invitati, sai com'è... A dopo - e si allontanò con passo spavaldo, dritto verso le sue graziose prede. Dal canto suo, la giovane si avviò verso il limitare del bosco, dove sperava di trovare la sua amica.
Arkan non ebbe bisogno di voltarsi, per sapere chi era giunto alle sue spalle. - Nia - - Arkan... - La posseduta non batté ciglio: si avvicinò piano all'angelo senza regalargli nemmeno l'accenno di un falso sorriso di circostanza. Lui osservò attentamente i lividi, l’occhio gonfio, i tagli che lei aveva sul corpo e i due strani strappi che erano sul suo abito. - Cosa ti è accaduto? - Nia inclinò appena il capo: - Ho incontrato un caro amico che mi ha aiutata a sfogare la mia rabbia - I suoi occhi ardenti fissarono con freddezza quelli di Arkan, intanto che lei permetteva ai suoi capelli di scivolarle davanti le labbra violacee. - Ho sentito che te ne vai - - Sì - rispose lui - Credo che Diane sia al sicuro, e penso che abbia bisogno di staccarsi da me per un po' - - Cosa te lo fa credere? - - Il fatto che so che può cavarsela da sola, che tu non la ucciderai, e che in questo momento è così confusa che avermi attorno potrebbe solo peggiorare le cose... - Nia restò impassibile: - Deve essere dura, essere Empatici... - Quella frase giunse tanto inaspettata da spiazzare l'angelo per qualche momento. - Sì, lo è... - rispose dopo un breve silenzio. – Come lo sai? - Nia sorrise, e lui non ebbe bisogno di sentirselo dire. - Ma certo… Caligo - - Sì, grazie a lui so molte cose… - Dondolò appena sul posto, camminando poi lateralmente: - Sia, Caligo mi aveva trasmesso la sua capacità di sondare le coscienze, ma credo sia molto diverso... Sceglievo quando usarla, e potevo solo avvertire le colpe di una persona. Per voi angeli Guardiani deve essere dura, se non irritante... Ovunque tu vada, le sensazioni e le emozioni più intime di chi ti circonda arrivano a sfiorare la tua pelle e la tua mente, senza che tu possa fermarle. Scommetto che conosci Diane più di sé stessa - - E’ così - Arkan la guardò intensamente, quasi pregandola con lo sguardo - Le ho sempre celato questo mio potere, per non intimorirla, per non metterla in imbarazzo... Tua sorella deve capire ancora molte cose di sé stessa, cose che a me non sono rimaste celate e che devo aiutarla a capire. Non dirle nulla in proposito: ci penserò io, quando sarà il momento - Nia spostò i suoi capelli dietro l'orecchio con lenta flemma. - Sarò muta come un pesce - si poggiò un dito sulle labbra, arricciandole appena - In fondo, non è certo affar mio, anche se ho capito di cosa parli - Senza aggiungere null'altro, oltrepassò Arkan, dandogli le spalle, e proprio allora Lynn giunse tra quei radi alberi e la vide. - Sei qui, allora - disse con un sorriso - Ti stavo cercando, iniziavo a... - I suoi occhi si spalancarono non appena si accorse dello stato in cui Nia era ridotta: - Santo cielo! Ma che ti è successo? Chi è stato? - - Sta tranquilla Lynn, non è accaduto nulla di sconvolgente. Ho avuto solo un piccolo dibattito con un certo Koireos... - Si appoggiò con la schiena ad un albero e guardò verso l'alto - Devo ammettere, però, di sentirmi piuttosto stanca... - “All’anima del dibattito…” Lynn si accostò con fare premuroso, senza però lasciarsi andare in gesti troppo confidenziali. - Vuoi che vada a cercare Islington? - - No, meglio di no... Finirei solo col farlo preoccupare. Non voglio... - Sorrise teneramente: non voleva angosciare nuovamente il suo angelo, non dopo quello che era accaduto appena una settimana prima, non dopo lo sforzo che aveva fatto per lei e il peso che aveva posto sulla sua coscienza. - Preferisco andare a casa, a lavarmi e riposare - Girò il capo verso Lynn, senza smettere di sorridere: - Ti va di accompagnarmi almeno fino a metà strada? Ho voglia di chiacchierare... - Dopo una serata come quella, era ciò di cui aveva bisogno: chiacchiere. Innocenti e leggere chiacchiere in compagnia di una persona gradevole e in grado di attirare tutta la sua attenzione, di distrarla dalla sua vita. E Lynn era la compagnia ideale. - Sì - rispose Lynn - Ma Islington? - - Capirà - disse Nia, rabbuiandosi – Diane, mia sorella, è alla festa... Lui capirà. E come ho già detto, lasciandomi vedere ridotta in questo stato non farei altro che turbarlo. Meglio andare - Si staccò dal tronco, gettando un'occhiata lì dove prima c'era Arkan. Il serafino non c'era più. - Da questa parte, Lynn - disse - E... non potresti dirmi dove hai preso quel vestito? E' decisamente delizioso - Lynn sorrise, un po' divertita da quella domanda così stonata rispetto al precedente discorso, e le si affiancò, accompagnandola così verso casa, intrattenendola in una piacevole conversazione.
E intanto Diane scattava le sue foto, immortalando coloro che aveva attorno. Fermò Algor diverse volte, e Delamere, gioiosa, che non avvertiva ancora i segni del sonno. Ne scattò molte anche a chi non conosceva, soltanto per il gusto di fermare quei momenti per sempre, esattamente come sua sorella riusciva a fare coi suoi ritratti. Ma lei non sapeva disegnare, lei non aveva quel talento... così fotografava, per invidia e per diletto, lasciando alla sua fotocamera il compito di imitare la straordinaria capacità che più l'aveva resa gelosa di sua sorella. E alla fine un soggetto attirò completamente la sua attenzione: la gentile Eigon, concentrata nel suonare il suo violino con gesti esperti e palpebre chiuse. Le sue movenze incantarono Diane, spingendola a scattare fotografie a ripetizione. Dieci, venti... ne perse il conto. Ne era ipnotizzata, inebriata dalla musica che non sembrava voler cessare il suo ritmo incalzante, che continuava ad inondare l’aria della sera con l’alternarsi delle sue melodie.
Eigon teneva stretto tra le mani il violino e con delicatezza muoveva l’archetto sulle corde, suonava seguendo gli altri strumenti o dando il la per nuove ballate, eppure ogni cosa ai suoi occhi appariva vacua e senza colore: il suo stesso corpo, i suoi stessi movimenti, per un qualche nascosto motivo, stonavano con l’allegria che la luce dell’alto falò emanava spargendo verso il cielo stellato scintille incandescenti. Il suono che fuoriusciva dal suo elegante strumento poco si confaceva all’atmosfera gaia e al vociare divertito che la circondava, alla festa di cui faceva parte, ma di cui non si sentiva parte. “Non riesco…” continuava a ripetersi nonostante le sue dita eseguissero alla perfezione ogni singolo movimento. “Non riesco a suonare… non riesco a suonare! La mia musica è triste, non felice come questo giorno dovrebbe essere, porta con sé lacrime e non gioia…” Ciò che prima era solo una sensazione abilmente celata nella sua testa, divenne presto un intollerabile peso, così difficile da sopportare, così lacerante che la donna interruppe la sua esibizione e si allontanò dal gruppo di suonatori, i quali però, nella baldoria, non si accorsero della sua dipartita. “Che cosa mi sta succedendo?!” si interrogava ora, sola davanti al mare, fissando come ipnotizzata la Luna che col suo argenteo bagliore le illuminava il volto. “Da quando sono giunta qui non hanno fatto altro che succedere cose strane… quelle rivelazioni sulle mie origini che mai mi sarei aspettata, l’amicizia dimostratami da Venetia, un sentimento che non ricordo di aver mai provato… Queste persone, questi immortali, che condividono la mia stessa sorte e che nonostante ciò mi sembrano così distanti… e poi quella bambina che non sono riuscita ad aiutare: ero paralizzata, inerme davanti a delle forze che non conoscevo, forze troppo grandi per me. La mia fiducia vacilla. Dopo così tanti anni, secoli ormai, che sono al mondo, non mi ero mai sentita così impotente” Pensieri confusi si affastellavano gli uni sugli altri generando un senso di pressante inquietudine nell’animo della fanciulla. “Troppi avvenimenti strani, troppe coincidenze… questo non può essere un caso… tutto questo non può essere un semplice susseguirsi di eventi! Dev’esserci dell’altro e io non riesco a capire cosa sia!” Si sentiva cambiata nel profondo e tale cambiamento aveva cominciato a palesarsi dopo il suo arrivo ad Averoth, quella città così piccola eppure così carica di misteri, così bella eppure così inquietante. Rimase immobile per molto tempo, riflettendo e cercando una spiegazione a tutti i suoi interrogativi, ma nulla sembrava volersi muovere negli ingranaggi di quegli enigmi che la tormentavano; solo una parola le risuonava continuamente nella mente “Soluzione”, doveva esserci una soluzione ed Eigon era determinata a trovarla, a capire. Si guardò intorno mentre i presenti, tutti intorno al fuoco non si erano preoccupati di lei, a parte una persona… Diane incrociò il suo sguardo ed arrossì, smettendo di scattare le sue fotografie ed accennando un saluto con la mano, sentendosi quasi spinta a terra da una misteriosa forza esterna. Un lieve sorriso increspò le labbra di Eigon, che ripose il violino nella sua custodia e a passi veloci si allontanò nel buio, non senza aver prima risposto dolcemente al cenno della ragazza, che triste la guardò andarsene via.
Giunse l'alba senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Algor poggiò la piccola Delamere sopra un piccolo cumulo di coperte che aveva trovato in una delle scatole che gli era servita per addobbare la radura: la ragazzina si era addormentata quando aveva deciso di sedersi per aspettare il sorgere del sole... - Che carino che sei a preoccuparti così... - disse una giovane dai capelli corvini che gli sorrideva invitante. - Cosa devo dirti, Evelyn: sono un papà nato, ma naturalmente non puoi saperlo... Non ancora, almeno - Lei rise e gli si avvicinò stringendo in mano un foglietto: - Questo è il mio numero di telefono - disse, dandoglielo in mano - Chiamami... - Se ne andò mandandogli un bacio, agitando appena la borsetta. "Stasera ho fatto una vera strage, non c'è che dire: con questa sono a cinque!" pensò soddisfatto il ragazzo. La festa era pienamente riuscita, gli ultimi invitati se ne stavano andando proprio in quel momento lasciandosi dietro un buffet vuoto e un falò dal fuoco sempre più debole... e un mare di roba da sistemare. Si guardò attorno, analizzando lo stato della radura: c'era un bel po' di terreno da ripulire, e naturalmente le luci, le torce e tutto il resto da togliere e sistemare. Si sentì male... "Mannaggia a me e alle mie idee..." Scorse in lontananza alcuni dei suoi amici demoni che si stavano allontanando: - Ehi! Ehi, ragazzi! Che ne direste di darmi una mano a sistemare? - Quelli lo guardarono per un secondo, per poi scambiarsi una rapida occhiata e fuggire blaterando assurde scuse. "Vatti a fidare dei demoni..." Con un enorme sospiro, prese a sistemare tutto, a ripulire e a togliere, senza perdere altro tempo a lamentarsi. In fondo, l'aveva voluta lui quella festa... ma era davvero necessario pulire tutto subito? Il suo sguardo cadde sulla dolce ragazzina placidamente addormentata poco lontano, e subito un senso di torpore invase anche lui, misto a un pizzico di gelosia verso quel sonno sereno. In punta di piedi si avvicinò a lei, stendendosi piano per non infastidirla, usando le braccia come un cuscino. Cullato dal suono delle onde, chiuse gli occhi e non pensò più a nulla, rassicurato dalla vicinanza di Delamere. Quando si sarebbe svegliato, avrebbe convinto qualcuno a dargli una mano, ma per adesso poteva dormire, e godere ancora un po’ dell’allegria di quella serata. Chissà per quanto sarebbe durata…
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